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Vannacci, le donne senza gonne e quel confine sottile chiamato civiltà

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Ogni volta che il generale attraversa il limite del dicibile e lancia lontanissimo il bastone della volgarità, al ritorno non si ferma da dove era partito, ma un po’ più avanti
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Non varrebbe la pena di occuparsi del commento di Antonio Tajani sulla lunghezza delle gonne in relazione all’affidabilità di una donna più di quanto non ci occuperemmo delle battute a Natale sulle carte del Mercante in fiera. Non ne varrebbe la pena neanche considerando che è molto probabile, per quanto inspiegabile, che il ministro non lo intendesse come una battuta. La ragione per cui ce ne occupiamo è che esiste un confine che divide quello che può essere detto da quello che non può esser detto in una democrazia e da chi aspiri a farne parte addirittura in un ruolo dirigente. E quel confine non si chiama woke, si chiama civiltà.

Quel confine, non vi sarà sfuggito, viene da mesi violato dal generale Vannacci. Che in questa occasione ha tenuto a chiosare il già pregevole intervento del ministro con la seguente frase: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna». Non temete, domani dirà qualcosa che ne attenua la vol…

Non varrebbe la pena di occuparsi del commento di Antonio Tajani sulla lunghezza delle gonne in relazione all’affidabilità di una donna più di quanto non ci occuperemmo delle battute a Natale sulle carte del Mercante in fiera. Non ne varrebbe la pena neanche considerando che è molto probabile, per quanto inspiegabile, che il ministro non lo intendesse come una battuta. La ragione per cui ce ne occupiamo è che esiste un confine che divide quello che può essere detto da quello che non può esser detto in una democrazia e da chi aspiri a farne parte addirittura in un ruolo dirigente. E quel confine non si chiama woke, si chiama civiltà.

Quel confine, non vi sarà sfuggito, viene da mesi violato dal generale Vannacci. Che in questa occasione ha tenuto a chiosare il già pregevole intervento del ministro con la seguente frase: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna». Non temete, domani dirà qualcosa che ne attenua la volgarità. L’ha fatto decine di volte «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!», ha scritto. E qualche giorno dopo ci ha spiegato che usava l’aggettivo “normale” in senso statistico e non come giudizio di valore. «Le femministe sono le moderne fattucchiere». Ma no, che avete capito: volevo solo distinguerle dai maschi. «I tratti somatici di Paola Egonu non rappresentano l’italianità», statistica, sempre statistica. «Mussolini è uno statista come lo sono stati anche Cavour, Stalin…» l’ho letto sul dizionario, risponde poi a chi è trasecolato.

Posso andare avanti, ma avrete capito che il generale Vannacci si comporta come quei vigliacchi che hanno paura a rivendicare le loro parole. Insomma: dice cose fasciste ma, a differenza dei veri fascisti, se le rimangia, un po’. Verrebbe da pensare che sia un coniglio, o uno scimunito di quelli che gridano castronerie agli angoli di strada. Sbagliato. La frequenza del comportamento induce a pensare che non si tratti di un errore ma di una tattica. Che funziona così: uno dice la battuta della carta del Mercante in fiera (ma non pensa di fare una battuta), Vannacci fa passare ventiquattro ore in cui ci lascia a candire nella nostra vergogna per quella battuta, e poi rilancia. Non difendendo la battuta, ma dicendone una peggio, più violenta, più incivile. Tra qualche ora dichiarerà che non intendeva dire che le donne, per trasformarsi in creature ideali, dovrebbero andare in giro nude per farsi acchiappare facilmente per quella parte del corpo da cui ama acchiapparle l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America (credo si dica ancora così), ma che in alcune circostanze, e solo in alcune circostanze, è preferibile che non indossino le gonne. E poi forse dirà un’altra cosa tipo «quando vogliono farsi ascoltare, per esempio». E poi di nuovo dichiarerà che non voleva dire che lui non ascolta le donne, dal momento che la zia Pina è la persona che ha ascoltato di più nella vita… E via e via, in una slavina di furbizie e squisitezze apparentemente senza senso. Che invece un senso ce l’ha, eccome.

Ogni volta che il generale Vannacci attraversa il confine del dicibile e lancia lontanissimo il bastone della volgarità, al ritorno non si ferma da dove era partito, ma un po’ più avanti. Tipo un due tre stella, gioco che il generale certamente ricorderà. Così, quando dopo due giorni rilancia il bastone, lo rilancia da una posizione più avanzata. Conquista lo spazio del dicibile centimetro per centimetro, millimetro per millimetro. Mitridatizzando la civiltà democratica, assuefacendola senza creare il trauma. Piano piano. E tutto questo mentre accusa le persone civili di utilizzare un linguaggio sterilizzato, che mette al bando i termini ingiuriosi in nome di una noiosissima correttezza. Sentite come è più divertente dire cose immonde, scoreggiare, fare rutti! Non vi diverte di più un mondo dove ognuno può mettersi lo scolapasta in testa e dire liberamente slavine di castronerie? Forza: venite tutti al paese dei balocchi! Quando vi sveglierete ragliando e con le orecchie d’asino non prendetevela col generale Vannacci. Perché lui non voleva dire che sarebbe stato divertente salire sul carro dell’omino di burro, voleva dire quanto era buono il panino pane e burro che gli preparava la zia Pina. Ma ormai sarà tardi e dal paese dei balocchi non si torna indietro.

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