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Ero una bimba straniera, oggi insegno. Ma da allora non è cambiato nulla: nessun aiuto per la lingua

La scrittrice Irina Turcanu, di origini romene, era una ragazza quando arrivò in Italia: “In oltre 20 anni gli strumenti per sostenere gli alunni che non parlano l’italiano sono migliorati solo sulla carta. Nella realtà, si fa appello al buon cuore dei docenti”
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A gennaio 2002 tra tutti gli studenti delle classi quarte dello scientifico a Piacenza, ero l’unica straniera. Una su sessanta. Non parlavo l’italiano. Il lunedì mattina trascorrevo tre ore di fila a ascoltare il prof di lettere sciorinare suoni che mi sembravano gli uscissero dalla bocca senza mai prendere fiato. Non c’era nessuno che mi spiegasse la lezione con parole a me note. L’unico linguaggio che continuavo a capire era quello dei numeri.

Essere una studentessa straniera a Piacenza, a gennaio 2002, era una circostanza più unica che rara. Proprio perché ero una rarità, mancavano gli strumenti per rendermi effettivamente accessibile l’apprendimento scolastico. Non erano previste lezioni di italiano per stranieri. In quinta, nella sezione B, arrivò una ragazza brasiliana. Essendo maggiorenne, al pomeriggio seguiva un corso di lingua per adulti, in città. Ci andai anche io con lei e lì scoprii le «s» impure e l’uso dell’articolo «lo». Uno squarcio luminoso in mezzo a un cielo sempr…

A gennaio 2002 tra tutti gli studenti delle classi quarte dello scientifico a Piacenza, ero l’unica straniera. Una su sessanta. Non parlavo l’italiano. Il lunedì mattina trascorrevo tre ore di fila a ascoltare il prof di lettere sciorinare suoni che mi sembravano gli uscissero dalla bocca senza mai prendere fiato. Non c’era nessuno che mi spiegasse la lezione con parole a me note. L’unico linguaggio che continuavo a capire era quello dei numeri.

Essere una studentessa straniera a Piacenza, a gennaio 2002, era una circostanza più unica che rara. Proprio perché ero una rarità, mancavano gli strumenti per rendermi effettivamente accessibile l’apprendimento scolastico. Non erano previste lezioni di italiano per stranieri. In quinta, nella sezione B, arrivò una ragazza brasiliana. Essendo maggiorenne, al pomeriggio seguiva un corso di lingua per adulti, in città. Ci andai anche io con lei e lì scoprii le «s» impure e l’uso dell’articolo «lo». Uno squarcio luminoso in mezzo a un cielo sempre minaccioso. Spiegato, l’italiano aveva molto più senso.

A metà della quinta, arrivarono altri due studenti stranieri. La ragazza moldava divenne la mia protetta, le feci da tutor cercando di spiegarle che era normale passare otto ore seduta su una sedia senza capire una sola parola. A distanza di oltre vent’anni mi trovo dall’altro lato del banco. Di fronte ho bambini che arrivano da villaggi sperduti del Senegal, dell’Egitto, del Marocco, del Brasile o dell’Ucraina. Arrivano parlando una lingua che, spesso, a scuola nessun altro conosce. Qualcuno come Ibra non sa dire «forchetta». O «cucchiaio». O «tovagliolo». Le parole della mensa, dove lui non si ferma mai. È in seconda elementare forzatamente, per ragioni anagrafiche. A scuola, l’unica lingua che continua a capire è quella dei numeri. Le tabelline hanno senso per lui. Le addizioni pure. Le sottrazioni le intuisce persino quando sono con il cambio. Inciampa nei problemi, perché quelli richiedono di capire che dietro alla parola «dozzina» si nasconde un numero.

Nella mia seconda elementare di paese, ci sono tre bambini stranieri. Tre su quindici. Per nessuno, nella pratica, c’è un’ora dedicata all’italiano L2. Imparano la lingua cammin facendo o durante le lezioni di alternativa poiché la collega si mette una mano sul cuore e insegna loro l’italiano. Sono passati più di vent’anni da quando ero stata catapultata in un liceo piacentino, il mondo è talmente cambiato da essere irriconoscibile. Tuttavia gli strumenti per integrare linguisticamente gli studenti stranieri sono migliorati solo sulla carta. Nella realtà, si fa appello al buon cuore dei docenti di sostegno, di alternativa o di classe per non abbandonare a un destino di emarginazione chi trova nella lingua un ostacolo. Perché questo accade quando delle otto ore seduti al banco, l’unico momento in cui ha senso quello che si ascolta è quello in cui i numeri si coagulano in operazioni aritmetiche.

E se uno non ha inclinazioni logico-matematiche? La sensazione è che qualcuno stia facendo i conti soltanto sulla carta. Un po’ come quando tre persone devono dividere dieci euro: la matematica risolve tutto con un periodico, 3,3333 all’infinito. È un risultato esatto. Nella realtà, però, nessuno può mettere sul tavolo un terzo di centesimo: due pagheranno 3,33 e uno 3,34. Il centesimo che avanza deve prenderselo qualcuno. Anche l’italiano L2, sulla carta, torna. Ci sono le linee guida, i percorsi, i laboratori, le ore previste. Poi davanti a me c’è Ibra, in seconda elementare, che non sa ancora dire «forchetta» e per il quale nessuna di quelle ore, oggi, esiste. Il resto è un periodico perfetto scritto sulla carta.

Irina Turcanu nata nel 1984 a Gura Humorului, nel Nord della Romania, dal 2001 vive in Italia, dove collabora con quotidiani e riviste. Per Marsilio ha scritto il libro “Manca il sole ma si sta bene lo stesso”

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