“Infermiera da vent’anni, con la mia paga non vivo. Un errore non emigrare”
di Michele BocciSi aspettava di più. Altre possibilità, una progressione di carriera e anche uno stipendio via via più alto. E invece, arrivata a 47 anni, Sonia Adipietro ha capito di aver scelto una strada che non è nemmeno piatta, ma sembra un piano inclinato, verso il basso. «Credevo che questo lavoro mi avrebbe dato più soddisfazioni, ma le cose invece di migliorare, con gli anni peggiorano», dice alla fine del turno.
Separata dal marito, una casa con mutuo a Sesto Fiorentino, pochi chilometri da Firenze, e due figlie di 11 e 14 anni, Sonia è infermiera a Careggi, uno dei grandi policlinici italiani. La sua storia fa capire qualcosa di una professione che un tempo dava sicurezze ed era richiestissima e ora non più. Tanto che, in un bel pezzo d’Italia, soprattutto al Centro-Nord, all’esame per entrare al corso di laurea quest’anno si sono presentati meno candidati rispetto ai posti disponibili. All’Università del capoluogo toscano, appunto, hanno fatto domanda 437 giovani diplomati per 617 percors…
Si aspettava di più. Altre possibilità, una progressione di carriera e anche uno stipendio via via più alto. E invece, arrivata a 47 anni, Sonia Adipietro ha capito di aver scelto una strada che non è nemmeno piatta, ma sembra un piano inclinato, verso il basso. «Credevo che questo lavoro mi avrebbe dato più soddisfazioni, ma le cose invece di migliorare, con gli anni peggiorano», dice alla fine del turno.
Separata dal marito, una casa con mutuo a Sesto Fiorentino, pochi chilometri da Firenze, e due figlie di 11 e 14 anni, Sonia è infermiera a Careggi, uno dei grandi policlinici italiani. La sua storia fa capire qualcosa di una professione che un tempo dava sicurezze ed era richiestissima e ora non più. Tanto che, in un bel pezzo d’Italia, soprattutto al Centro-Nord, all’esame per entrare al corso di laurea quest’anno si sono presentati meno candidati rispetto ai posti disponibili. All’Università del capoluogo toscano, appunto, hanno fatto domanda 437 giovani diplomati per 617 percorsi di studio in infermieristica. A Firenze poi c’è un problema ulteriore. La turistificazione l’ha trasformata in una meta carissima e quindi quasi inavvicinabile per chi arriva da fuori per studiare. «Il discorso vale anche per chi lavora — dice Sonia — Ho ben pochi colleghi che possono permettersi una casa in città, a meno che non sia quella di famiglia. Tutti gli altri vivono nell’hinterland, come me. E anche a Sesto, comunque, ora i prezzi stanno crescendo».
Sonia racconta la sua storia nella sede della Uil del policlinico. «Sono arrivata a Firenze da Formia, in provincia di Latina, nel 2004. Avevo preso la laurea triennale in infermieristica a Roma e poi ho aggiunto pure due master, in coordinamento e in infermieristica legale, che non mi sono serviti a nulla». È entrata a Careggi nel 2007, quando da neoassunta guadagnava tra 1.600 e 1.700 euro. Oggi, quasi vent’anni dopo, la busta paga si è mossa pochissimo, arriva a 1.800 euro. «Praticamente non abbiamo scatti di anzianità. Nel frattempo, però, il costo della vita è salito e io ho messo su famiglia. I soldi non bastano. Lo dico sempre alle mie figlie, quando chiedono di comprare questo e quello: “Non sono una banca”. E pensare che un tempo gli infermieri mettevano denaro da parte, si compravano le case, vivevano tranquilli».
Tutto cambiato. E Sonia fa sempre più spesso la spesa al discount. «A mangiare fuori non andiamo praticamente mai. Se lo facciamo, con le ragazze scegliamo il centro commerciale perché costa meno. Le vacanze estive le trascorriamo a casa dei miei a Formia. Ma le spese sono tante. Ora ho una bolletta dell’elettricità da 250 euro a causa dell’aria condizionata, e mi aspettano grattacapi per il riscaldamento. Poi ho la macchina diesel, che uso per venire a lavorare, e in questo periodo sconto la crescita dei prezzi del gasolio. Ah, e ho appena comprato i libri scolastici. Per la grande, che fa il liceo Linguistico, ci sono voluti 350 euro». Fa tutto da sola, perché «i miei genitori hanno la pensione minima, mica mi possono aiutare».
L’unica strada per guadagnare di più è quella degli straordinari. Sonia adesso ne fa pochi, non ha tanto tempo ed è stanca. Per qualche soldo extra a volte va ad aiutare in odontoiatria o nelle sale operatorie. «Pagano poco più di 20 euro lordi all’ora, quindi per aumentare davvero lo stipendio bisogna fare tante ore. Io mi fermo al massimo a 3 o 4 al mese».
Fino all’anno scorso, e per circa 18 anni, Sonia ha lavorato nel reparto di oncoematologia di Careggi. Ora è riuscita a spostarsi nel centro universitario dove si fanno le sperimentazioni di fase 1. «La vita in reparto è dura, ti assorbe totalmente, tra i turni e le telefonate di notte di colleghi che cercano sostituzioni per assenze improvvise. Lavori a Natale, a Pasqua, la domenica, non riesci a programmare perché l’orario non è fisso di settimana in settimana, ma cambia spesso. Difficile, così, stare dietro alla famiglia. Ho visto tanti colleghi lasciare in questi anni per andare a lavorare altrove, magari per fare assistenza privata a domicilio, e anch’io ho pensato di andarmene. Essere infermiera probabilmente non è il motivo della fine del mio matrimonio, ma varie volte mi è stato fatto notare che in certi momenti non ero a casa ma a lavorare».
Sonia non si stupisce per i numeri delle iscrizioni al corso di laurea di quest’anno a Firenze. «La professione non è più così attrattiva, non dà sbocchi professionali o economici, i ragazzi hanno capito che non ha senso studiare tre anni per trovarsi a fare turni massacranti per pochi euro. Inoltre, oggi più che mai è necessario spendere per farsi un’assicurazione personale. Siamo professionisti, abbiamo responsabilità e ci sono pazienti con la denuncia facile». Senza contare che, con una inquietante regolarità, capitano episodi di aggressioni agli operatori da parte di malati e soprattutto di loro parenti.
Lo stipendio degli infermieri da noi è più basso rispetto a quello di molti altri Paesi, non solo europei. Da anni si parla di aumentarlo, ma i soldi non ci sono mai. In Italia non è inferiore a quello di altre categorie di professionisti, ma il lavoro è duro e specializzato, visto che richiede la laurea. E così, se i giovani sono titubanti davanti all’iscrizione, i professionisti più esperti come Sonia spesso si trovano a fare i conti con l’aumento delle spese per la famiglia e pure con le aspettative tradite. «Dovrei guadagnare almeno 2.500 euro, invece la busta paga è sempre la stessa e ho davanti vent’anni di lavoro senza prospettive di crescita». Poi si ferma, riflette un po’ e prima di salutare sospira: «Ho dei parenti all’estero, da giovane potevo trasferirmi lì per lavorare, ma non l’ho fatto. Ho sbagliato».