Nuovi libri di testo, la commissaria ministeriale: "Da Ceruti critiche prive di rigore scientifico”
Egregio Direttore,
confesso di aver letto con un certo stupore l’intervista al prof. Ceruti sulle nuove Indicazioni nazionali. E non tanto per le critiche, sempre salutari e legittime, quanto per il dettaglio che, soprattutto quando si parla di conoscenza e di metodo scientifico, dovrebbe avere una certa rilevanza, specie se è proprio Ceruti a parlarne accademicamente: prima di emettere giudizi così tranchant su un testo ministeriale che raggiunge migliaia di insegnanti, bisognerebbe leggerlo. E possibilmente leggerlo per intero.
Secondo Ceruti con le nuove indicazioni «torniamo all’Ottocento». Un giudizio impegnativo nel quale, lo dico con franchezza, chi ha scritto le nuove Indicazioni fatica a riconoscersi. Proprio chi per una vita ha spiegato che bisogna connettere, contestualizzare, evitare le letture riduzionistiche, sottopone un documento così articolato a una lettura sorprendentemente stigmatizzante.
C’è poi una questione che, in quanto coordinatrice della commissione, considero molto seria.
Dietro quelle indicazioni c’è stato il lavoro di più di 130 persone fra studiosi, esperti, dirigenti, docenti, esponenti del mondo della scuola e dell’accademia. Il testo è stato sottoposto a pubblico dibattito per mesi, ha recepito osservazioni e critiche di persone che hanno con noi discusso e mediato posizioni differenti. Per questo sento di dire a Ceruti: nessun documento culturale è infallibile, ma tutti i documenti di questo tipo meritano almeno una cosa, il rispetto intellettuale.
E liquidare quel lavoro evocando oscurantismi, negazionismi e ritorni all’Ottocento non significa soltanto criticare una scelta culturale. Significa trasformare un confronto scientifico in una battaglia politica. Mi rifiuto di scendere su questo terreno. Per il ruolo che ricopro e per il rispetto che porto al lavoro dei colleghi. Uno scienziato come Ceruti ha tutto il diritto di dissentire. Ma dissentire, per chi fa ricerca e usa il metodo scientifico, significa entrare nel merito: citare un passaggio, confrontarlo con un altro, dimostrare dove sarebbe l’errore epistemologico, pedagogico o didattico che sia. Dire “Ottocento” non è un’argomentazione. E’ sparare un titolo che non ha nessuna coerenza coi contenuti di quel documento.
Piuttosto mi piacerebbe chiedere a Ceruti: le indicazioni in vigore fino ad oggi sono servite ad accrescere il patrimonio di conoscenze degli studenti di questo Paese? A far loro conoscere di più la storia, la geografia, la letteratura italiana? A renderli più competenti nelle materie Stem con la rivoluzione digitale che sta cambiando il mondo? Sono servite ad accrescere l’educazione civica, la loro conoscenza della Costituzione? L’immaginabile risposta del prof. Ceruti, ahimé, conta assai poco. Quella che conta è la risposta dei lettori. E lascerei a loro l’ultima parola.
E infine: nell’intervista Ceruti mette in guardia contro le fake news e contro una conoscenza incapace di comprendere la complessità. Benissimo. Ma proprio per questo sarebbe stato opportuno che lui stesso applicasse il medesimo rigore alle Indicazioni. Perché la complessità, caro Ceruti, non può essere un principio epistemologico a corrente alternata: prezioso quando serve a contestare gli altri, superfluo quando bisogna leggere con attenzione ciò che altri hanno scritto. Dopo, se vorrà, potrà anche mandarci tutti nell’Ottocento.
Loredana Perla
Coordinatrice della commissione ministeriale nuove Indicazioni per il curricolo