Gabriele Fusco spalanca le finestre della casa di famiglia, vissuta d’inverno e data in affitto ai turisti d’estate. Una sorte comune a molte abitazioni del centro storico di Polignano a Mare. I suoi balconi affacciano sopra l’iconica spiaggia di Lama Monachile, dove l’acqua è stretta tra gli scogli e un ponte borbonico la incornicia come un sipario. Da qui si lanceranno i campioni di tuffi da grandi altezze, pronti per la penultima tappa del circuito mondiale, la Red Bull Cliff Diving. «Saltano nel vuoto, fanno impressione», racconta Gabriele. «Da quando li vedo da vicino non ho più voglia di sporgermi».
Fuori, la sfilata degli oltre 200 tra atleti e operatori tecnici muove i propri passi silenziosa. Tutto è stato pensato, studiato, ricontrollato. Le ringhiere dei ballatoi smontate, i sub disposti in acqua, in cer…
Gabriele Fusco spalanca le finestre della casa di famiglia, vissuta d’inverno e data in affitto ai turisti d’estate. Una sorte comune a molte abitazioni del centro storico di Polignano a Mare. I suoi balconi affacciano sopra l’iconica spiaggia di Lama Monachile, dove l’acqua è stretta tra gli scogli e un ponte borbonico la incornicia come un sipario. Da qui si lanceranno i campioni di tuffi da grandi altezze, pronti per la penultima tappa del circuito mondiale, la Red Bull Cliff Diving. «Saltano nel vuoto, fanno impressione», racconta Gabriele. «Da quando li vedo da vicino non ho più voglia di sporgermi».
Fuori, la sfilata degli oltre 200 tra atleti e operatori tecnici muove i propri passi silenziosa. Tutto è stato pensato, studiato, ricontrollato. Le ringhiere dei ballatoi smontate, i sub disposti in acqua, in cerchio, a disegnare il contorno degli scogli da evitare. Polignano, spiega Gabriele, è sempre stata «la patria dei tuffi, ma ora siamo diventati visibili agli occhi del mondo. E le nostre case una vetrina per il paese».
Lo sa bene Antonella Guglielmi. La sua famiglia è stata tra le prime ad aprire la porta nel 2009. Un’idea del padre, dice, che di mestiere faceva l’insegnante. «La vide come una chiave di volta. Lo sport come sbocco professionale». Il mare come scuola. Antonella vive da sempre in quella casa dove il tavolo da pranzo guarda dritto l’orizzonte. «Papà ha pensato che potesse diventare il contenitore da cui far passare quell’energia. E ora è anche casa degli atleti».
In passato, le loro terrazze a picco sul blu sono state luogo di prove e preselezioni. Sotto, una giuria decideva l’ordine di partenza per la gara decisiva. Le donne si lanciavano dal corridoio del balcone attraversato da un arco, mentre gli uomini salivano al terzo piano, dove oggi vive la sorella: uno spazio sospeso che diventava una sala d’attesa utile anche alla concentrazione. Chi faceva yoga, chi leggeva, chi si affidava ai fisioterapisti. «Mi ricordo di un atleta che faceva il giocoliere con le palline. Aveva bisogno di fermare la mente». Oggi da casa Guglielmi non si tuffa più nessuno. Quel tratto di costa è interdetto: i lavori di consolidamento e messa in sicurezza, iniziati anni fa, non sono ancora terminati.
Nella città di Domenico Modugno, è il mare a dettare legge, il vento a definire la pericolosità della prova. 27 metri d’altezza per gli uomini, 21 per le donne (contro i 10 della piattaforma olimpica). Un tuffo di tre secondi da un palazzo di nove piani a una velocità di impatto di 85km/h. Il margine di errore è minimo: «Un piccolo sbaglio alla partenza può trasformarsi all’arrivo in un disastro, c’è anche chi sviene» spiega Andrea Barnabà, 22 anni, originario di Trieste, uno dei tre italiani in gara nel circuito mondiale.
Con lui c’è Elisa Cosetti, 24 anni, anche lei triestina, che proprio qui ha fatto il suo esordio nel 2021. Coppia nel lavoro e nella vita, sono entrambi reduci da un argento europeo agli ultimi campionati di Parigi. «Per noi questa non è una tappa come le altre», commenta Cosetti. «È l’unica dove passiamo dai balconi. E il tifo… quando sono sulla piattaforma mi piace uscire per un attimo dalla bolla della concentrazione e sentire le persone urlare».
Al termine del lancio gli atleti risalgono a piedi la Lama, la ferita di roccia scavata dall’acqua proveniente dall’entroterra, da Castellana e Putignano, e che oggi è diventata la spiaggia presa d’assalto da migliaia di turisti. Attraversano il centro storico in costume, bagnati, tra negozi e ristoranti. «Ci fermano per incitarci, vogliono una foto» raccontano gli atleti divertiti. «Ormai siamo amici», dice Pippo L’Abbate, proprietario della terrazza su cui vengono montante le piattaforme utili alla gara decisiva, prevista per domani. Accanto, orde di turisti, curiosi del via vai, accalcano i punti panoramici. «Questa era la casa dei nonni. Per la mia famiglia è motivo di orgoglio».
Non tutto però è festa. Qualcuno evita con cura le strade battute dalla manifestazione, altri si chiedono se faccia bene all’economia del territorio. Per questi residenti, turismo aggressivo e affitti brevi hanno allontanato gli abitanti dalla città e fatto perdere al centro storico la sua autenticità, condannandola a diventare, come dice Guglielmi, «vittima della sua bellezza».
D’altra parte ogni anno, quando i tuffatori ripartono, si teme che possano non tornare, perché intorno alla gara si muovono mille persone, e trovare posto per tutte è sempre più difficile. «Non è solo un evento sportivo, è un evento sociale» continua Guglielmi. «Nelle altre tappe del circuito ci sono paesaggi spettacolari, ma non c’è la comunità. Hanno rispettato il territorio e noi li abbiamo accolti». Sogna che un giorno la gara lasci qui una scuola di tuffi. Poi si ferma: «Non abbiamo neanche una piscina comunale». Intanto, l’incognita resta il maestrale, che può trasformare l’acqua in una cresta da evitare. Tra chi guarda il meteo, e chi cerca la concentrazione sulla poltrona a un metro dalla pedana, alcuni residenti assicurano: «Il mare lo sa quando ci sono i tuffatori. Si calmerà».