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Non lasciamo i ragazzi soli sul web

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La pericolosità delle piattaforme cresce quando intorno alla tecnologia c’è un vuoto. Un’assenza che non è imputabile (solo) alla famiglia
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Una foto nel cellulare di Jacopo Rossi Trabattoni è un indizio che riporta a fatti, anche recenti, come quello delle due sorelline di San Cataldo, Caltanissetta, scomparse (e poi ritrovate) perché volevano passare 24 ore in un negozio per partecipare a un gioco-sfida su YouTube. Condividere online esperienze pericolose per dimostrare di avercela fatta, insomma; e quando avvengono episodi simili, l’indice si punta subito sui social, brutti e cattivi.

Però la pericolosità delle piattaforme cresce quando intorno alla tecnologia c’è un vuoto. Un’assenza che non è imputabile (solo) alla famiglia. Ma anche alla scuola, quindi allo Stato, alla società — media compresi — e, certo, alle piattaforme stesse.

Bisogna chiedersi tutti che cosa succede quando lasciamo un adolescente davanti a sistemi progettati da aziende che monetizzano la sua attenzione e la sua popolarità.

I social non hanno inventato il bullismo, l’aggressività, l’esibizionismo, la solitudine o il bisogno di essere accettati. La…

Una foto nel cellulare di Jacopo Rossi Trabattoni è un indizio che riporta a fatti, anche recenti, come quello delle due sorelline di San Cataldo, Caltanissetta, scomparse (e poi ritrovate) perché volevano passare 24 ore in un negozio per partecipare a un gioco-sfida su YouTube. Condividere online esperienze pericolose per dimostrare di avercela fatta, insomma; e quando avvengono episodi simili, l’indice si punta subito sui social, brutti e cattivi.

Però la pericolosità delle piattaforme cresce quando intorno alla tecnologia c’è un vuoto. Un’assenza che non è imputabile (solo) alla famiglia. Ma anche alla scuola, quindi allo Stato, alla società — media compresi — e, certo, alle piattaforme stesse.

Bisogna chiedersi tutti che cosa succede quando lasciamo un adolescente davanti a sistemi progettati da aziende che monetizzano la sua attenzione e la sua popolarità.

I social non hanno inventato il bullismo, l’aggressività, l’esibizionismo, la solitudine o il bisogno di essere accettati. La differenza è che oggi questi comportamenti possono essere trasformati in contenuti, condivisi con centinaia di persone e amplificati dagli algoritmi.

Le piattaforme non sono infatti contenitori neutri: progettano ambienti nei quali la permanenza, l’interazione e l’attenzione hanno un valore economico. Per questo sono pericolosi. E per questo la sicurezza dei minori non può essere affidata alla capacità di autoregolarsi di un quattordicenne. Non si può dire solamente: «Ti tolgo il cellulare» o «Mi raccomando stacci poco, non esagerare».

Anche il dibattito sul divieto ai social per gli under 15, seppur necessario, rischia di diventare una scorciatoia a un problema che la classe politica non sa affrontare. Si sta solo posticipando il momento in cui i ragazzi entrano in un luna park senza sistemi di sicurezza. Per tutti, grandi e piccoli.

Forse, se si volesse fare davvero un servizio ai ragazzi, invece di pensare alle quote di stranieri in classe, sarebbero più utili delle ore obbligatorie settimanali con testimonianze e istruttori preparati che insegnino che essere sui social non significa conoscerne i rischi.

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