Sotto di lei il cratere del vulcano cileno Villarrica fuma. Roberta Mancino salta da un elicottero a 4500 metri, apre braccia e gambe, e la tuta alare (un’ala di tessuto tesa fra polsi, fianchi e caviglie) trasforma il suo corpo in un aliante. Pochi mesi prima era passata in volo tra due grattacieli di Panama City. Nessuna donna, prima di lei, aveva fatto entrambe le cose.
Originaria di Nettuno, si è trasferita in Florida con il marito, anche lui paracadutista, e un gatto con sei dita. In 25 anni di carriera ha accumulato quasi 15 mila lanci. «Nei periodi di allenamento salto anche otto o dieci volte al giorno», racconta. «Sono dovuta andare negli Stati Uniti per avere qualche chance in questo ambito». Ha stabilito record italiani ed europei, ha gareggiato in Coppa del mondo. Ex modella, è stuntwoman per Marvel e Netflix e ha lavorato come controfigura di Scarlett Johansson in Iron Man 3 e Black Widow. Ma è anche cintura nera di kickboxing full contact. Da subacquea ha nuotato con coc…
Sotto di lei il cratere del vulcano cileno Villarrica fuma. Roberta Mancino salta da un elicottero a 4500 metri, apre braccia e gambe, e la tuta alare (un’ala di tessuto tesa fra polsi, fianchi e caviglie) trasforma il suo corpo in un aliante. Pochi mesi prima era passata in volo tra due grattacieli di Panama City. Nessuna donna, prima di lei, aveva fatto entrambe le cose.
Originaria di Nettuno, si è trasferita in Florida con il marito, anche lui paracadutista, e un gatto con sei dita. In 25 anni di carriera ha accumulato quasi 15 mila lanci. «Nei periodi di allenamento salto anche otto o dieci volte al giorno», racconta. «Sono dovuta andare negli Stati Uniti per avere qualche chance in questo ambito». Ha stabilito record italiani ed europei, ha gareggiato in Coppa del mondo. Ex modella, è stuntwoman per Marvel e Netflix e ha lavorato come controfigura di Scarlett Johansson in Iron Man 3 e Black Widow. Ma è anche cintura nera di kickboxing full contact. Da subacquea ha nuotato con coccodrilli, squali tigre e balene.
Si ricorda il primo lancio?
«Mio padre suonava con la band in un ristorante aereo club. Un amico ha chiesto se volessi provare, ma i miei genitori non erano d’accordo. Ho dovuto aspettare i 18 anni, da lì non ho più smesso».
Si è specializzata nel base jumping e nei voli con tuta alare. Perché?
«Sembra di volare, è come essere un uccello. Sulle Dolomiti, per esempio, stacchi da un punto fisso, sei tu e la montagna, in silenzio: nessun rumore di aereo, l’aria leggera. Da lì, prima di prendere velocità, il senso di pace è unico».
Quindicimila volte davanti al vuoto. Ci si abitua mai?
«Per me ormai è come guidare la macchina, ma ho paura quando vado in posti nuovi che non conosco. Una volta ho dovuto sorvolare l’Olimpico: è stato complicato, il margine di errore in fase di atterraggio era ridotto. Bisognava essere precisi, altrimenti il rischio era di toccare le macchine, finire nel traffico».
Ha oltrepassato vulcani, grattacieli. Come si preparano simili imprese?
«Allenandosi, studiando il percorso. Sono state entrambe idee mie. In Cile ho dovuto fare attenzione a non volare troppo bassa per via di turbolenze e ascensioni di aria calda».
Cosa ha provato sopra al cratere?
«Ho cercato di trattenere le emozioni, ero molto concentrata. Osservavo il contrasto tra i colori: il terreno scuro, il vulcano rosso. Sentivo il calore salire dal cratere, così ho trattenuto il respiro per evitare i gas. Solo quando sono atterrata tra le rocce mi sono resa conto di quello che avevo fatto. All’arrivo c’era un amico ad aspettarmi, ci siamo abbracciati».
È conosciuta anche per i numerosi lanci con i tacchi alti. Da dove nasce l’idea?
«Da un progetto realizzato con Roberto Cavalli, tanti anni fa. Volevamo unire la moda allo sport. Poi ho continuato a riproporlo in occasioni speciali, come al mio matrimonio».
Si è sposata in volo?
«Anche, il giorno prima della cerimonia ufficiale. Ci siamo lanciati tutti, amici e parenti, anche chi non l’aveva mai fatto prima. Mio marito era titubante, ora invece lo conserva come uno dei suoi ricordi più belli».
Ha mai avuto davvero paura?
«È capitato in Svizzera. Ero in gara un giorno in cui aveva piovuto tanto. Dovevamo partire dalla cima di una montagna, il terreno era bagnato, sono scivolata appoggiando il piede per darmi la spinta e ho sbattuto sulla roccia. Mi sono trovata a testa in giù, nel vuoto, scombinata. Le rocce si avvicinavano velocemente, mi sono rimessa in posizione a stento. All’atterraggio ho iniziato a tremare, quella notte ho avuto gli incubi. Ho capito che se non avessi saltato subito, per superare la paura, avrei smesso: il giorno dopo ho raccolto il coraggio e mi sono lanciata di nuovo, ma quella paura è durata a lungo».
Il suo è ancora un mondo dominato dagli uomini: come ci fa i conti?
«Ora ci sono tante ragazze che fanno gare di paracadutismo, molte meno che fanno base jumping, quasi nessuno con la tuta alare. Competere con gli uomini vuol dire essere costantemente sottovalutata, presa in giro».
Cosa le dicono?
«Che non ce la faccio perché sono una donna, che i lanci per me sono troppo duri da sostenere. O che sono minuta e quindi che non posso andare veloce. La cosa positiva è che sta cambiando: ora la maggior parte delle mie allieve, per esempio, è donna».
Ha già in mente la prossima impresa?
«Sono concentrata sugli air show (le grandi manifestazioni aeree dal vivo, con acrobazie davanti al pubblico, ndr). Siamo un gruppo di sole donne, anche il pilota d’aereo, è un primato. Creiamo delle coreografie, facciamo video e organizziamo alcuni eventi speciali: in Sri Lanka, per esempio, ci lanceremo sul mare, in America Latina con abiti e tacchi alti».
Cosa consiglierebbe a una ragazza che sogna di volare?
«Di trovare una buona scuola di paracadutismo. E poi prendersi i tempi giusti, porsi dei limiti e stare concentrati. È capitato tante volte che abbia deciso di non saltare, il nostro è uno sport estremo, ma io non azzardo».