«Due anni di formazione e un patentino digitale a punti. Compiere sedici anni non basta a sapere come proteggersi e come rispettare gli altri»
Dopo gli ultimi episodi con adolescenti ingaggiati sul web in challenge, sfide pericolosissime, atti di violenza, Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, lancia la sua proposta.
Dottor Lavenia, allora è favorevole al divieto di utilizzare i social sotto i 16 anni?
«Sì ma non basta. Il patentino deve prevedere un percorso concreto: riconoscere un ricatto, comprendere il consenso, sapere cosa comporta condividere una foto, accorgersi della pressione di un gruppo. E capire come funzionano gli algoritmi e come usare l’intelligenza artificiale. L’accesso ai social e ai servizi di intelligenza artificiale dovrebbe avvenire dopo una formazione adeguata all’età e al servizio».
Come dovrebbe funzionare questo sistema a punti?
«Serve a dare concretezza alla responsabilità: violazioni accertate, conseguenze proporzionate e percorsi formativi per re…
«Due anni di formazione e un patentino digitale a punti. Compiere sedici anni non basta a sapere come proteggersi e come rispettare gli altri»
Dopo gli ultimi episodi con adolescenti ingaggiati sul web in challenge, sfide pericolosissime, atti di violenza, Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, lancia la sua proposta.
Dottor Lavenia, allora è favorevole al divieto di utilizzare i social sotto i 16 anni?
«Sì ma non basta. Il patentino deve prevedere un percorso concreto: riconoscere un ricatto, comprendere il consenso, sapere cosa comporta condividere una foto, accorgersi della pressione di un gruppo. E capire come funzionano gli algoritmi e come usare l’intelligenza artificiale. L’accesso ai social e ai servizi di intelligenza artificiale dovrebbe avvenire dopo una formazione adeguata all’età e al servizio».
Come dovrebbe funzionare questo sistema a punti?
«Serve a dare concretezza alla responsabilità: violazioni accertate, conseguenze proporzionate e percorsi formativi per recuperare, con regole chiare e possibilità di contestare gli errori. Anche i genitori devono formarsi, perché un’autorizzazione ha valore se comprendiamo cosa si autorizza. Le piattaforme dovrebbero verificare il requisito prima dell’accesso, proteggendo i dati personali e mantenendo tutte le proprie responsabilità sulla sicurezza».
Le piattaforme, appunto. È possibile che non vi sia alcun freno a contenuti così pericolosi e invece alcuni social blocchino semplici commenti o fotografie non graditi?
«È una contraddizione che le piattaforme devono affrontare. La moderazione può sbagliare: rimuovere una fotografia innocua e non riconoscere una pressione pericolosa. Ma spiegare la difficoltà non basta a giustificare ciò che continua a sfuggire. Dobbiamo chiedere alle piattaforme quanto impieghino a intervenire, che cosa accada dopo una segnalazione, quali contenuti contribuiscano a rendere visibili. Chi li costruisce, ne decide le regole e ne ricava profitto deve assumersi la propria responsabilità. Le famiglie non possono essere lasciate sole a raccogliere le conseguenze».
Le famiglie spesso non sanno come intervenire. I genitori dei ragazzi coinvolti in terribili episodi di violenza dicono: “Non avrei mai pensato che mio figlio potesse fare una cosa del genere”
«Essere a casa non significa essere al sicuro. Il figlio è nella sua stanza, i genitori sono in cucina, la porta di casa è chiusa. Ma dentro quella stanza possono entrare persone, richieste e pressioni di cui non sanno nulla. Dovremmo imparare a chiedere «Com’è andata la tua giornata online?» con lo stesso interesse con cui chiediamo della scuola. Una parte della loro identità passa da lì: si sentono cercati, esclusi, apprezzati, umiliati. Non possiamo considerare tutto questo meno importante perché avviene attraverso un telefono.Se non ci informiamo, se interveniamo soltanto per dire «spegni», rischiamo di farli sentire soli proprio in quella parte della vita. Possono pensare che non ci interessi o che non sapremmo capire. E quando avranno un problema potrebbero non raccontarcelo. La distanza digitale diventa distanza relazionale anche così. Occuparcene è un nostro dovere, non un interesse facoltativo».
Come aiutare i genitori a intervenire in tempo?
«Cominciando a chiederci come sta un figlio anche quando non ci crea problemi. Un ragazzo chiuso in camera, che non chiede nulla e non disturba, può rassicurarci. Ma dobbiamo capire che cosa accade dietro quella tranquillità.E dobbiamo riconoscere la sofferenza anche quando si manifesta con la rabbia. In adolescenza l’umore depresso può presentarsi attraverso irritabilità, reazioni esasperate, insofferenza. Ci aspettiamo un ragazzo triste e possiamo trovarne uno che risponde male. Non significa che l’aggressività sia sempre depressione, né che negli adulti la depressione produca soltanto passività. Significa che fermarsi alla maleducazione può farci perdere qualcosa di importante.Guardiamo che cosa è cambiato nel sonno, nelle amicizie, negli interessi. E continuiamo a dare limiti. «Voglio capire perché stai male, ma non puoi fare male a qualcuno» è una frase che un genitore deve poter dire e sostenere. Avere cura di un figlio comprende anche la fatica di non concedergli tutto.
Se il malessere persiste, chiediamo aiuto senza aspettare che sia lui a proporlo. Se emergono minacce concrete o intenzioni di fare male a sé o agli altri, bisogna intervenire subito».
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Ma come è possibile che i ragazzi non abbiano paura dei rischi e delle conseguenze delle loro azioni?
«La paura ce l’hanno. A volte, però, hanno più paura di essere esclusi che di farsi male. Un ragazzo può sapere che una sfida è pericolosa. Poi qualcuno lo riprende, gli dice «non hai il coraggio», e in quel momento il giudizio degli amici pesa più di una conseguenza che sente lontana. Dobbiamo aiutarli a riconoscere quella pressione, a sottrarsi, a chiedere aiuto».
I social sono acceleratori di bullismo, aggressività e solitudine?
«Possono esserlo. Un’umiliazione viene filmata e continua a circolare anche quando chi l’ha provocata se n’è già dimenticato. La persona che l’ha subita, invece, può ritrovarsela davanti ogni giorno. Va a scuola chiedendosi chi abbia visto quel video e chi ne abbia riso.Chi condivide spesso dice: «Io non ho fatto niente». Ma ha aggiunto pubblico alla sofferenza di qualcuno. È su questa responsabilità che dobbiamo lavorare. Quanto alla solitudine, online si possono trovare anche relazioni importanti. Però un ragazzo che riceve tanti messaggi non è necessariamente un ragazzo che si sente compreso. Mi interessa sapere se può dire come sta, se può dissentire, se può rifiutare una richiesta senza paura di perdere tutti. Si può essere molto presenti nella vita digitale degli altri e sentirsi soli nella propria».
Quanto rischio c’è nella tecnologia nelle mani dei più piccoli?
«I dati dell’Istituto Superiore di Sanità ci dicono che, nella rilevazione 2025, il 14,6% dei bambini tra due e cinque mesi è già esposto agli schermi. Tra undici e quindici mesi arriviamo al 46,3%, quasi uno su due. Parliamo di esposizione, non di una misura del danno, ma fermiamoci un momento sull’età: due mesi, tre mesi. Un bambino così piccolo sta imparando la relazione attraverso il viso di chi lo guarda, la voce che gli risponde, il contatto. Sorride e qualcuno sorride con lui. Piange e qualcuno cerca di comprenderlo. Sono esperienze attraverso le quali comincia a conoscere se stesso e gli altri. Quando lo schermo sostituisce abitualmente questi scambi, gli togliamo occasioni di relazione. Uso una provocazione: rischiamo di “sprogrammarli” alla relazione fin da piccoli. Non parlo di un danno inevitabile, ma di quello che possiamo abituarli a cercare: uno stimolo che li distragga ogni volta che sentono un disagio».
Che cos’è la nomofobia?
«È l’ansia di restare senza cellulare o senza connessione. Il termine descrive un fenomeno, non una diagnosi autonoma riconosciuta nei principali manuali diagnostici. E non basta essere infastiditi dalla batteria scarica per parlare di un problema clinico. Bisogna capire quanto quella paura condizioni la vita. Riesco a lasciare il telefono da parte? A seguire una conversazione? Oppure continuo a controllare perché temo di perdermi qualcosa, di non essere cercato, di essere escluso?A volte affidiamo a quel dispositivo il compito di rassicurarci continuamente. E riguarda anche noi adulti. Un figlio ci parla, arriva una notifica e abbassiamo gli occhi. Gli diciamo "ti ascolto”, ma lui vede che qualcosa può interrompere in qualsiasi momento l’attenzione che gli dedichiamo.Prima di chiedere ai ragazzi di cambiare rapporto con il telefono, dovremmo osservare il posto che occupa nel nostro rapporto con loro».