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Regeni, la condanna degli 007 può rivelarsi una grana per il governo

(ansa)
Roma dovrà chiedere al Cairo di eseguirla. E di pagare anche i danni. Aprendo una falla nei rapporti “ricuciti”
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Un punto. Ma anche un nuovo capitolo da scrivere. La sentenza che la Corte d’Assise di Roma ha pronunciato sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni rischia di creare un problema non di poco conto per il governo di Giorgia Meloni. Perché con le condanne dei tre uomini della National Security egiziana accusati di quei reati, l’Italia si ritrova tra le mani una sentenza delicata da maneggiare. Non soltanto per quello che dice. Ma soprattutto per quello che, da questo momento, obbliga l’Italia a chiedere all’Egitto: l’esecuzione della pena. E il ristoro dei danni da parte egiziana.

Il tempismo, diciamo così, non aiuta. Appena qualche settimana fa Antonio Tajani era al Cairo, ricevuto dal presidente Abdel Fattah al-Sisi. In Egitto l’incontro era stato raccontato con grande enfasi: rapporti ricuciti, cooperazione rilanciata, stagione delle tensioni ormai alle spalle. Sui media vicini al regime il messaggio era ancora più esplicito: anche l’“incidente Regeni”, così veniva sost…

Un punto. Ma anche un nuovo capitolo da scrivere. La sentenza che la Corte d’Assise di Roma ha pronunciato sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni rischia di creare un problema non di poco conto per il governo di Giorgia Meloni. Perché con le condanne dei tre uomini della National Security egiziana accusati di quei reati, l’Italia si ritrova tra le mani una sentenza delicata da maneggiare. Non soltanto per quello che dice. Ma soprattutto per quello che, da questo momento, obbliga l’Italia a chiedere all’Egitto: l’esecuzione della pena. E il ristoro dei danni da parte egiziana.

Il tempismo, diciamo così, non aiuta. Appena qualche settimana fa Antonio Tajani era al Cairo, ricevuto dal presidente Abdel Fattah al-Sisi. In Egitto l’incontro era stato raccontato con grande enfasi: rapporti ricuciti, cooperazione rilanciata, stagione delle tensioni ormai alle spalle. Sui media vicini al regime il messaggio era ancora più esplicito: anche l’“incidente Regeni”, così veniva sostanzialmente rappresentato, apparteneva al passato. Ecco. Da oggi non potrà più essere così.

Perché Roma non potrà cancellare quelle condanne. Anzi, dovrà chiedere al Cairo di eseguirle. E dovrà farlo con un Paese che per quasi undici anni non ha consegnato gli imputati e non ne ha fornito neppure gli indirizzi, tanto che per riuscire a celebrare il processo è stato necessario un intervento della Corte costituzionale. Pensare che l’Egitto possa consegnarli adesso è praticamente impossibile. Pensare che l’Italia possa non chiederlo lo è altrettanto. Anche perché a quel punto emergerebbe una volontà politica che fino a oggi è rimasta nascosta dietro una formula ripetuta da tutti i governi: «Faremo di tutto per ottenere verità e giustizia».

Il nodo del risarcimento

Ma c’è un secondo fronte, finora rimasto molto più sotto traccia. Ed è quello dei soldi. Palazzo Chigi, infatti, in questo processo è parte civile. L’Avvocatura dello Stato ha chiesto agli imputati due milioni di euro di risarcimento, più una provvisionale immediatamente esecutiva di almeno 500 mila euro. Perché, è la tesi, con il sequestro e la morte di Regeni è stato leso anche il diritto-dovere della Repubblica di proteggere «la vita e l’incolumità personale dei propri cittadini all’estero», oltre al prestigio dello Stato. Formalmente a dover pagare sarebbero gli imputati. Ma è qui che, con la condanna, si apre un capitolo nuovo. Perché se una sentenza italiana ha stabilito che a sequestrare e torturare fino alla morte un cittadino italiano sono stati uomini della National Security, pubblici ufficiali egiziani che agivano abusando delle loro funzioni, si apre un altro scenario: di quei danni viene chiamato a rispondere anche lo Stato egiziano.

Il precedente degli indennizzi per i crimini nazisti

Il tema è complicato, ma un precedente esiste. Ed è pesantissimo. È quello delle cause per i crimini nazisti e dei risarcimenti chiesti alla Germania. Nel 2014 la Corte costituzionale ha stabilito che l’immunità di uno Stato straniero non può arrivare al punto di cancellare il diritto alla tutela giudiziaria delle vittime di crimini gravissimi contro i diritti fondamentali. Tradotto: secondo la Procura di Roma dovrebbe essere l’Egitto a risarcire l’Italia. Quello stesso Egitto che oggi è un Paese “amico”, come dimostrano le visite ad al-Sisi. Cruciale nello scacchiere del Mediterraneo per l’energia e per la gestione dei migranti. E che ancora nelle scorse ore provava a fare pressione utilizzando il caso di Nessy Guerra, una cittadina italiana agli arresti in Egitto con la folle accusa di adulterio e che, in via informale, è stata proposta come pedina di scambio.

Impossibile, chiaramente. Ma non nella concezione di un Paese i cui metodi sono stati messi davanti agli occhi dal processo di Roma. E non grazie alla forza dei governi. Ma a quella del diritto, che ha permesso che il processo si potesse celebrare. E a quella della famiglia di Giulio, che non ha mai smesso di credere nella giustizia. Anche ora, quasi undici anni dopo, quando al Cairo erano convinti che l’“incidente Regeni” fosse alle spalle.

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