Regeni, egiziani condannati, dieci anni per il sequestro. “Giulio rapito dal regime”
di Andrea OssinoROMA – Tre condanne, trenta anni di carcere. E un’assoluzione. La verità sulla morte di Giulio Regeni — quella logica, condivisa — era già scritta da tempo. Ma una sentenza è un’altra cosa. E la Corte d’Assise di Roma ieri ha detto che tre — e non quattro — agenti della National Security egiziana sequestrarono Giulio Regeni, lo portarono in una struttura conosciuta come il «cimitero dei vivi». In cui venne preso a pugni, calci, mazzate. In cui il suo corpo venne bruciato, dilaniato con un «pettine chiodato» e con la «Falanga». «We crashed him», dicevano. «Lo abbiamo distrutto».
Ma per la Corte non ci sono prove che siano stati gli imputati a infierire «tutto il male del mondo», come lo chiama la madre di Giulio, Paola Deffendi. E neanche ad ucciderlo. Difficile dimos…
ROMA – Tre condanne, trenta anni di carcere. E un’assoluzione. La verità sulla morte di Giulio Regeni — quella logica, condivisa — era già scritta da tempo. Ma una sentenza è un’altra cosa. E la Corte d’Assise di Roma ieri ha detto che tre — e non quattro — agenti della National Security egiziana sequestrarono Giulio Regeni, lo portarono in una struttura conosciuta come il «cimitero dei vivi». In cui venne preso a pugni, calci, mazzate. In cui il suo corpo venne bruciato, dilaniato con un «pettine chiodato» e con la «Falanga». «We crashed him», dicevano. «Lo abbiamo distrutto».
Ma per la Corte non ci sono prove che siano stati gli imputati a infierire «tutto il male del mondo», come lo chiama la madre di Giulio, Paola Deffendi. E neanche ad ucciderlo. Difficile dimostrarlo in un bunker di uno Stato che non collabora. Le testimonianze non sono bastate.
Un’assoluzione e tre condanne, dunque. Per il sequestro. L’omicidio esce dalla sentenza. E anche le lesioni, di fatto le torture che Giulio Regeni ha patito. Resta l’impianto dell’accusa, costruito in dieci anni di indagini dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco. Resta la verità, quella sostanziale. Dieci anni cominciati il 3 febbraio 2016, quando il corpo di Giulio Regeni venne trovato lungo la strada che dal Cairo porta ad Alessandria. Un percorso lungo, arrivato ieri a una verità importante che pesa sui rapporti tra l’Italia e l’Egitto. Ora gli 007 sono pronti a fare ricorso in Appello.
La giornata è iniziata alle dieci del mattino, quando la Corte si ritira in camera di consiglio: «Ci aggiorniamo alle 18». Nell’aula del Tribunale di Roma dedicata al magistrato ucciso dal terrorismo — Vittorio Occorsio — un’ora prima dell’appuntamento il popolo vestito di giallo occupa le prime otto file. E poi giornalisti, avvocati, attori, artisti, intellettuali. Il procuratore Francesco Lo Voi e l’aggiunto Sergio Colaiocco. Le difese degli imputati e delle vittime. Un momento atteso da due lustri.
Il brusio si interrompe all’improvviso. Paola Deffendi entra in aula con una borsa da cui escono decine di girasoli gialli. Dietro di lei Claudio Regeni e la figlia Irene. Sobri, seri, fieri. Fino al banco che insiste davanti alla Corte. Alle 18.21 la presidente Paola Roja esce seguita dalla giuria popolare, con le fasce tricolori al petto. I presenti si alzano. Trattengono il fiato. «In nome del Popolo Italiano, la Prima Corte d’Assise di Roma, visti gli articoli 533 e 535 del codice di procedura penale, dichiara…».
Tariq Sabir, generale di polizia viene assolto. «Perché non c’erano prove della responsabilità nel sequestro di persona», dice la sua avvocata Paola Armellin. Il colonnello Uhsam Helmi, l’uomo che dopo la morte di Giulio entrò persino nel team investigativo italo-egiziano, viene condannato a 10 anni di carcere. E con lui anche Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, che però viene assolto dall’omicidio.
L’aula torna a respirare, le difese si alzano. Le telecamere assalgono i genitori di Giulio Regeni. Il procuratore Francesco Lo Voi ricorda di aver «tirato fuori il processo dal pantano». L’uomo che per 10 anni ha cercato la verità, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, stringe mani e si allontana. Il suo lavoro ha retto. Anche se le sue richieste — un ergastolo e tre condanne a 17 anni e 6 mesi di prigione — non sono state esaudite. Quando l’indagine è iniziata in Italia non esisteva il reato di tortura. E i torturatori coperti malamente da uno Stato estero non potevano neanche essere giudicati. Il pm ha indagato per dei fatti commessi in Egitto, dagli apparati di sicurezza egiziani, senza la collaborazione del governo di Al-Sisi. Anzi, nonostante i depistaggi messi in campo dal Cairo.
La procura di Roma ha però dimostrato che «la ragion di Stato» non può diventare «ragione di impunità». Non tutte le accuse sono state riconosciute. Ma «da oggi — ricorda l’avvocato Alessandra Ballerini — tutti i cittadini nel mondo possono sentirsi più sicuri. Da questa sera tutti i regimi, i loro apparati, le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile come i loro corpi».