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“Io, assistente sociale, pagata come vent’anni fa: così lo Stato mi umilia”

Marcella Kapturkiewicz, assistente sociale in un Serd di Bari

 

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L’ottava puntata della serie “Piccoli salari”. Marcella Kapturkiewicz lavora per l’Asl di Bari: “Ci occupiamodi disagio, ma siamo stanchi e pochi. Vedo tanti colleghi in burnout”
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Una volta alla settimana Marcella Kapturkiewicz balla. Bachata. Trenta euro al mese, quattro lezioni, sette euro e cinquanta a sera: più o meno l’ultimo lusso rimasto. «A questo non rinuncio». Ha rinunciato invece ai trattamenti di benessere che ogni tanto si concedeva «per decomprimere». Ha praticamente rinunciato alle vacanze. Per uscire c’è la pizza, oppure le sagre, «perché lì si risparmia». E quando le dici che nelle prossime settimane ci saranno due matrimoni e due lauree, dunque quattro regali, vestiti, spostamenti, lei ride: «Potrei trovare una soluzione per risparmiare: litigo con tutti, così almeno non mi invitano».

Marcella ha imparato a scherzarci. Anche perché i conti, quelli, fanno ridere un po’ meno. Marcella è un’assistente sociale al …

Una volta alla settimana Marcella Kapturkiewicz balla. Bachata. Trenta euro al mese, quattro lezioni, sette euro e cinquanta a sera: più o meno l’ultimo lusso rimasto. «A questo non rinuncio». Ha rinunciato invece ai trattamenti di benessere che ogni tanto si concedeva «per decomprimere». Ha praticamente rinunciato alle vacanze. Per uscire c’è la pizza, oppure le sagre, «perché lì si risparmia». E quando le dici che nelle prossime settimane ci saranno due matrimoni e due lauree, dunque quattro regali, vestiti, spostamenti, lei ride: «Potrei trovare una soluzione per risparmiare: litigo con tutti, così almeno non mi invitano».

Marcella ha imparato a scherzarci. Anche perché i conti, quelli, fanno ridere un po’ meno. Marcella è un’assistente sociale al Serd, il servizio della Asl per le dipendenze, di Bari. Ha più di vent’anni di lavoro alle spalle, una laurea, un concorso pubblico vinto, uno scatto di anzianità e persino un’indennità di rischio. Lavora nel quartiere Japigia, uno dei più complessi della città. Ogni giorno incontra tossicodipendenti, alcolisti, ludopatici, ragazzi con dipendenze da internet. Ha responsabilità che finiscono nei fascicoli dei tribunali e decisioni che possono cambiare la vita delle persone. Alla fine del mese, sul conto corrente, arrivano 1.800 euro.

Fa l’assistente sociale dal 2004. Liceo classico, poi la laurea in Servizio sociale. Ha un compagno, non ha figli. All’inizio lavorava in una Rsa privata. «E sapete qual è la cosa assurda? Che quando ho cominciato mi sentivo ricca. Potevo permettermi delle signore vacanze». Non guadagnava una fortuna neanche allora. Ma nel frattempo è cambiato il valore di quei soldi. Gli stipendi sono rimasti più o meno lì, il resto no. «Oggi devi ridurti e devi limitarti. E non una volta: mille volte». Nel 2013 vince un concorso nella Asl di Taranto e comincia a lavorare in carcere. Da sette anni è in questa struttura, corridoi luminosi, medici, assistenti, vediamo soltanto donne con il sorriso. È, come lo definisce lei, «il front office del disagio». Un disagio che nel tempo è molto cambiato. Ci sono le dipendenze dalle sostanze, naturalmente. Ma anche quelle dal gioco, dall’alcol, da internet. Soprattutto si è abbassata l’età di chi arriva. «Abbiamo avuto un ragazzino di undici anni con una problematica di dipendenza. Undici anni». Non è cambiato invece il loro lavoro: «Con i pazienti si parla, si costruiscono percorsi, si lavora in équipe multidisciplinari». E bisogna esserci. Fisicamente. E soprattutto con la testa. «Bisogna sempre essere lucidi, per lavorare bene. E anche per non avere paura». Il rischio c’è. E te lo pagano, anche se non sembra. Indennità di rischio, scatto di anzianità, ventidue anni di professione: il totale però resta sempre quello. Circa 1.800 euro.

E allora comincia l’altra contabilità. Marcella ha una casa con il mutuo e le rate della macchina. Le bollette. «Per me restano 600 euro al mese, non di più». Il problema vero arriva quando succede qualcosa che nella contabilità ordinaria non era previsto. Una macchina da cambiare, una spesa improvvisa, qualche centinaio di euro che devono uscire tutti insieme. «Mi è capitato con l’auto. Che fai? Chiedi un prestito. È inevitabile». E così a una rata se ne aggiunge un’altra, e il mese successivo quei 1.800 euro valgono già un po’ meno. Marcella se ne accorge confrontando la sua vita di oggi con quella di quando aveva appena cominciato a lavorare. Allora c’erano le vacanze. «Delle signore vacanze», insiste. C’erano anche i trattamenti di benessere che ogni tanto si concedeva per scaricare la tensione accumulata al lavoro. «Non è che fossi fissata. Però era un modo per decomprimere. Un modo fondamentale: se non liberi la testa, lavori peggio. È pieno di colleghi in burnout, non certo per colpa loro». Ed è forse qui che la storia dello stipendio di Marcella smette di essere soltanto la storia del suo conto corrente. Perché dall’altra parte della scrivania, ogni giorno, ci sono persone che stanno molto peggio di lei. «Noi ci occupiamo del disagio». Persone che hanno bisogno di essere ascoltate, seguite, accompagnate. E spesso le decisioni prese da quegli uffici hanno conseguenze enormi. «Siamo stanchi e pochi. Molto pochi». Facendo due conti, Marcella segue personalmente oltre mille pazienti all’anno. «Dovremmo essere tredici, siamo in due. Noi ci occupiamo del disagio. Ma se poi siamo noi ad avere bisogno di un professionista, chi lo paga? Come si fa?».

Marcella non rimpiange la scelta fatta. «L’ho fatto per passione. Altrimenti mi aprivo un fioraio, sarebbe stato meno stressante e sarei stata sempre accompagnata da un bellissimo profumo». Vede arrivare i tirocinanti e riconosce in loro qualcosa che conosce bene. «Se fai questo lavoro devi avere una passione di fondo, una propensione all’aiuto». Ma la passione non può diventare l’alibi per tutto. «I soldi servono a vivere meglio. E con il costo della vita di oggi questi stipendi sono anacronistici: il nostro datore di lavoro, lo Stato, è inadempiente. Offende la nostra dignità».

Le vacanze, si diceva. «Quest’estate due giorni li abbiamo fatti. In Campania. Un concerto di bachata, bellissimo». Ride, Marcella. Dietro di lei c’è un manifesto, per i pazienti: «Quando pensi che non ci sia speranza, ricorda solo le aragoste che erano nell’acquario del ristorante del Titanic…». Musica.

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