I giorni e le notti di Davide Torchia sono scanditi da turni di lavoro di sei ore e qualche minuto sui moli del porto di Genova, tra Pra’ e Voltri: timbro alle 5,50 di mattina con uscita a mezzogiorno oppure il turno 11,50-18, quello delle 17,50 con uscita a mezzanotte o quello dalla mezzanotte alle 6 di mattina. In mezzo, c’è lo spazio per tutto il resto della vita di un portuale di 42 anni: la famiglia, le scuole dei figli, qualche passione da coltivare, la strada da fare avanti e indietro in scooter dai cancelli del porto commerciale fino alla casa sopra la piazzetta di Murta, frazioncina di collina della Valpolcevera, campagna di entroterra alle spalle della città.
«Esco sulla terrazza di casa – racconta Davide – e vedo il mio posto di lavoro lontano all’orizzonte, giusto per non farmi dimenticare chi sono». Un operaio polivalente inquadrato nel contratto nazionale dei lavoratori del porto, professione gruista: «L’addetto al carico e allo scarico delle navi sulla banchina, o dei t…
I giorni e le notti di Davide Torchia sono scanditi da turni di lavoro di sei ore e qualche minuto sui moli del porto di Genova, tra Pra’ e Voltri: timbro alle 5,50 di mattina con uscita a mezzogiorno oppure il turno 11,50-18, quello delle 17,50 con uscita a mezzanotte o quello dalla mezzanotte alle 6 di mattina. In mezzo, c’è lo spazio per tutto il resto della vita di un portuale di 42 anni: la famiglia, le scuole dei figli, qualche passione da coltivare, la strada da fare avanti e indietro in scooter dai cancelli del porto commerciale fino alla casa sopra la piazzetta di Murta, frazioncina di collina della Valpolcevera, campagna di entroterra alle spalle della città.
«Esco sulla terrazza di casa – racconta Davide – e vedo il mio posto di lavoro lontano all’orizzonte, giusto per non farmi dimenticare chi sono». Un operaio polivalente inquadrato nel contratto nazionale dei lavoratori del porto, professione gruista: «L’addetto al carico e allo scarico delle navi sulla banchina, o dei treni e dei camion in banchina sulle navi». Una mansione rimasta «tra le poche ben pagate, in porto, il che mi fa quasi considerare un privilegiato». Ma allo stesso tempo – è l’ammissione – pare il simbolo stesso del «cortocircuito in corso in questo Paese».
Classe 1984, figlio di famiglia operaia, primo giorno di lavoro in porto a scuola finita a vent’anni neanche compiuti, Davide del suo lavoro parla con dedizione. «Faccio un mestiere che pare un paradosso: è sempre più tecnologizzato e automatizzato, a seconda del turno posso dover manovrare le gru gommate da banchina, gestire a bordo lo stoccaggio in stiva o dovermi coordinare con i colleghi coinvolti nell’operazione, ma se si dimenticano mezzi e strumenti di lavoro di base è tutto ancora molto meccanico, si tratta dello stesso identico mestiere che si faceva cento, duecento anni fa».
Le regole del commercio del resto son sempre quelle, le merci viaggiano e «c’è bisogno di chi le carichi e scarichi». Solo sono aumentate le responsabilità e i rischi del mestiere, nel caso del terminal in questione in particolare. «Quello di Genova è mare di risacca, mentre si carica e si scarica la nave si muove, “brandeggia”: capita anche ci sia un metro di distanza di differenza fra una manovra e l’altra, e non si può sbagliare».
Una complessità che richiede «esperienza, concentrazione, tenuta mentale e una certa disponibilità alla fatica», è la ricetta. «Lavoriamo sei giorni su sette e 363 giorni all’anno, perché escluso il Primo di maggio e il 25 di dicembre tutti gli altri giorni dobbiamo essere operativi». Il lavoro che scandisce le giornate, condiziona gli orari, segna giorni e notti.
Una disponibilità che però viene pagata di conseguenza: «Non mi regala niente nessuno ma il sacrificio viene riconosciuto», tiene a precisare l’operaio genovese. «In busta prendiamo 2200 euro mensili senza straordinari, la retribuzione base non è altissima ma se uno vuole e si fa il mazzo può puntare su turni doppi, straordinari e indennità e arrivare quasi a tremila». Tanto, insomma. «Mosche bianche», è l’ammissione, in un porto dove ci sono una miriade di inquadramenti diversi, e gli stipendi sono spesso decisamente più bassi. Eppure.
Eppure «pur guadagnando e pur essendo cresciuto in una famiglia che mi ha insegnato a mettere da parte e gestire i soldi con oculatezza, questione di scuola operaia più che previdenza genovese – è la riflessione – rispetto a un paio di anni fa o poco di più ho iniziato a sentire sulla pelle la perdita del nostro potere d’acquisto, e la qualità della vita che ci siamo conquistati possiamo solo difenderla». Da mettere insieme ci sono le bollette, la spesa, le tasse, le spese per la benzina, quelle per i mezzi quando sono da aggiustare, quelle pur minime («per ora») di due figli di 12 e 6 anni quasi 7. «Il che vuol dire che alla fine rimane in tasca poco, poco». «Il mutuo casa per fortuna l’abbiamo estinto un anno fa, e abitiamo in una bella periferia dove le case costano comunque meno che in centro». Però la moglie di Davide non ha un impiego, lo studio medico dove lavorava a partita Iva ha chiuso in tempi di pandemia e poi ha scelto la strada del ridimensionamento. Con il risultato che «se prima stavamo attenti, ora lo siamo pure di più».
A mangiar fuori «solo per le feste immancabili, che se no ci si abitua», vacanze sì «ma in Italia, noi quattro in auto: l’ultima è stata di dieci giorni tra Toscana, Umbria, Molise, e ritorno». «Abbiamo pensato anche di cambiare l’auto vecchia di dieci anni, ma quello che dieci anni fa costava 15mila euro ora costa il doppio, e quindi mi tengo volentieri la mia Dacia station wagon». Simbolo inconsapevole del «fatto, però, – è la riflessione ulteriore – che dieci anni fa non guadagnavo la metà di adesso, guadagnavo praticamente lo stesso: viviamo un’epoca in cui un operaio medio deve lavorare per due anni senza neanche mangiare, per potersi permettere un’automobile da operaio».
Nel terminal dove lavora Davide Torchia ci sono quasi 800 dipendenti diretti, molti di più come lavoratori esterni, e «possiamo più o meno dirci tutti fortunati: abbiamo un lavoro, siamo tutelati, prendiamo comunque di più di moltissimi laureati». Quello che «spaventa, piuttosto, è pensare al futuro: noi quarantenni siamo l’ultima generazione che qualche aiuto dai genitori può averlo, ma i nostri figli da noi rischiano di non prendere nulla, anzi dei gran debiti. E sinceramente io non vorrei finire per essere odiato dai miei figli, perché li abbiamo lasciati in un mondo così».
Un Paese dove il ceto medio sta diventando una forchetta, ricchi sempre più ricchi e i non ricchi tendente al povero, «i poveri non ne parliamo», e «l’ascensore sociale che più che un mito si è fermato per sempre». «Siamo tornati sulle scale, diciamo così, l’ascensore è bloccato – chiude Davide, prima dell’inizio del turno – E viviamo in un condominio dove ci siamo ritrovati tutti al piano terra ammucchiati, al primo piano ci son solo appartamenti vuoti, al secondo pure, e per trovare qualcuno possiamo suonare solo al superattico come al seminterrato».