Ho conosciuto Francesco Guccini alla stazione di Modena. Ero con Vince Tempera e la scena ha qualcosa di quasi comico: nessuno dei due ha la patente, arrivano in treno come due che non sanno bene cosa aspettarsi da chi li sta per accogliere. L’impressione che lascia Guccini è però immediatamente positiva. Non è uno di quelli che si atteggiano, non fa pesare la sua cultura, anzi si dimostra subito simpatico, allegro, pieno di entusiasmo e voglia di lavorare insieme.
Era partito tutto da un nastro. Un certo Dodo Veroli, che girava intorno al gruppo con l’aria di chi sa sempre cosa succede nel giro giusto, arrivò un giorno con una cassetta piena di canzoni di questo Francesco Guccini di cui, all’epoca, sapevano in pochi. La cosa curiosa è che quasi nello stesso periodo era …
Ho conosciuto Francesco Guccini alla stazione di Modena. Ero con Vince Tempera e la scena ha qualcosa di quasi comico: nessuno dei due ha la patente, arrivano in treno come due che non sanno bene cosa aspettarsi da chi li sta per accogliere. L’impressione che lascia Guccini è però immediatamente positiva. Non è uno di quelli che si atteggiano, non fa pesare la sua cultura, anzi si dimostra subito simpatico, allegro, pieno di entusiasmo e voglia di lavorare insieme.
Era partito tutto da un nastro. Un certo Dodo Veroli, che girava intorno al gruppo con l’aria di chi sa sempre cosa succede nel giro giusto, arrivò un giorno con una cassetta piena di canzoni di questo Francesco Guccini di cui, all’epoca, sapevano in pochi. La cosa curiosa è che quasi nello stesso periodo era arrivata anche un’altra proposta, quella di Mogol, che stava lavorando con un ragazzo emergente di nome Lucio Battisti. Mi diverte immaginare un universo parallelo in cui i Nomadi avrebbero scelto Battisti invece di Guccini, e chissà come sarebbe andata la storia della musica italiana. Ma noi scegliemmo Guccini, e da quella scelta cominciò tutto.
Da allora nacque un legame lungo quasi sessant’anni. Insieme abbiamo fatto dei dischi, canzoni diventate patrimonio comune, abbiamo litigato con manager e produttori, per decenni il pubblico ci ha considerato due facce della stessa medaglia. Da quell’incontro nacque il primo 33 giri dei Nomadi. C’è una canzone che racconta bene cosa volesse dire lavorare insieme a lui in quegli anni: è quella nata come lato B di un 45 giri, dedicata da Guccini a un’amica morta in un incidente stradale. Il brano, così com’era stato pensato all’inizio, venne subito preso di mira: c’era chi lo accusava di essere di cattivo gusto, addirittura l’ente che gestiva le autostrade si mise a protestare, sostenendo che le sue strade erano sicure e che quindi il testo raccontava qualcosa di sbagliato. Abbiamo dovuto tagliare alcuni dettagli, cambiare il titolo (si intitolava In morte di S.F., diventata poi Canzone per un’amica), ammorbidire le parti più crude e dirette. Eppure quella canzone, nonostante tutti gli ostacoli, sarebbe diventata uno dei pezzi più amati e suonati: Guccini apriva spesso i suoi concerti da solista con quel pezzo…
Nel 1979 provammo a riportare Guccini dai Nomadi. Provammo per una settimana intera a Pavana, tra partite a carte fino a notte fonda, vino toscano rosso e acidissimo e cipolle crude. Il concerto vero e proprio lo registrammo al Kiwi di Piumazzo, in provincia di Modena. Ma qui iniziarono i problemi: il produttore che seguiva Guccini in quel periodo mise le mani sul missaggio del disco e sbilanciò clamorosamente il volume delle voci a favore suo, lasciando la nostra quasi sussurrata, sullo sfondo. Quando gli chiedemmo spiegazioni, lui rispose con una tranquillità disarmante che era normale dare più risalto alla voce più famosa. Rifacemmo da capo il missaggio in un altro studio, a Roma, per rimettere le cose a posto.
Ci sarebbe piaciuto organizzare un vero tour insieme, ma il manager di Guccini propose una singola data in uno stadio importante, a condizioni economiche piuttosto sbilanciate: avremmo dovuto accontentarci di una fetta ridotta degli incassi rispetto a Guccini. Mi infuriai: o un tour vero e proprio insieme, condiviso alla pari, oppure nulla. Finì male: il progetto saltò del tutto, e quella grande occasione restò solo un’ipotesi, uno di quei “se” che accompagnano ogni carriera artistica.
Poi arrivò il 2012, il terremoto che colpì l’Emilia. Dovevamo fare qualcosa, noi cantanti. Organizzai allora Italia Loves Emilia, il grande concerto di beneficenza allo stadio Dall’Ara di Bologna. Obiettivo: raccogliere fondi per la ricostruzione. Ma per far sì che davvero tutti gli artisti emiliani rispondessero presente serviva un nome speciale: quello di Guccini. Il problema era che Francesco, dopo un malore avuto sul palco proprio a Bologna pochi mesi prima, aveva praticamente smesso di esibirsi dal vivo. Così salii in macchina e andai a casa sua. Gli dissi che non mi serviva tanto come cantante, quanto come testimone di un intero mondo, di un’identità emiliana che quel concerto voleva rappresentare, e che se proprio non se la sentiva di cantare poteva anche solo venire a dire due parole. Guccini, con la sua solita ironia, mi rispose che se fosse venuto e non avesse cantato avrebbe rischiato il linciaggio, e allora tanto valeva cantare davvero. Detto fatto. Con Guccini della partita, arrivarono tutti: quarantamila persone riempirono lo stadio, fece quella che sarebbe rimasta la sua ultima apparizione dal vivo come cantante.
Il 6 agosto non è stato un giorno come un altro: è morto Francesco Guccini, un Nomade, un grande poeta del Novecento. Se i Nomadi sono ancora qui è grazie alle sue canzoni, a testimoniare che la musica, quando è vera, sa sempre trovare la via per tornare a incontrarsi, anche dopo anni di occasioni sprecate.