MILANO – In completo bianco e racchetta da mini tennis in mano, a inseguire una pallina di gomma piuma in un campo disegnato con lo scotch su «sei metri per due, massimo tre». L’ultimo numero di Luca Ravenna varrebbe un pezzo di puro situazionismo, un po’ Monty Python e un po’ John McEnroe. Lo stand-up comedian milanese lo tenterà domenica prossima, alla vigilia della partenza del tour che da novembre lo porterà tra New York, Londra, Madrid e altre capitali europee fino alla chiusura al Forum di Assago del prossimo 2 aprile. L’occasione è la prima edizione del “Montebello Open”, l’evoluzione inaspettata del torneo di «tennis da salotto» a cui con il fratello Matteo giocano da quando erano ragazzini nella casa di campagna. Un gioco diventato prima fenomeno social sul profilo Instagram del comico, e ora materia da performance: domenica al Base di Milano ci giocheranno da mattina a sera in cento iscritti, che per una giornata si sfideranno su set agli undici punti «tutti rigorosamente ve…
MILANO – In completo bianco e racchetta da mini tennis in mano, a inseguire una pallina di gomma piuma in un campo disegnato con lo scotch su «sei metri per due, massimo tre». L’ultimo numero di Luca Ravenna varrebbe un pezzo di puro situazionismo, un po’ Monty Python e un po’ John McEnroe. Lo stand-up comedian milanese lo tenterà domenica prossima, alla vigilia della partenza del tour che da novembre lo porterà tra New York, Londra, Madrid e altre capitali europee fino alla chiusura al Forum di Assago del prossimo 2 aprile. L’occasione è la prima edizione del “Montebello Open”, l’evoluzione inaspettata del torneo di «tennis da salotto» a cui con il fratello Matteo giocano da quando erano ragazzini nella casa di campagna. Un gioco diventato prima fenomeno social sul profilo Instagram del comico, e ora materia da performance: domenica al Base di Milano ci giocheranno da mattina a sera in cento iscritti, che per una giornata si sfideranno su set agli undici punti «tutti rigorosamente vestiti di bianco, meglio di Wimbledon». Un’impresa che «sembrerà una cazzata» — parole testuali del suo ideatore, che ha invitato anche sportivi e volti tv, da Alessandro Cattelan e Max Angioni fino a Matteo Berettini e Jannick Sinner — ma «sotto sotto c’è di più». Una riflessione sullo sport, i social, pure un po’ di politica.
Ma quindi di che si tratta: di un’esibizione, un gioco, gli effetti della mitomania che prima o poi prende chiunque faccia spettacolo?
«No, la mitomania me la tengo per quando salgo sul palco a fare il mio lavoro. Si tratta proprio del gioco con cui abbiamo passato il tempo per una vita con mio fratello, che però come tutte le sfide tra fratelli è diventato una cosa seria. Sui social abbiamo fatto le dirette, in estate avevamo tentato una mini esibizione al Ghe Pensi Mar, il festival di Ghe Pensi Mi, a Marina Romea di Ravenna, e ora lo facciamo in grande».
Un gioco, quindi. Anche se sembra tutto così serio?
«Un gioco nato tra due fratelli in un salotto, a cui si sono prenotati in 500 per far parte del pubblico. Ci sarà di tutto: gente normale, gente in fissa per il tennis, amici, giornalisti sportivi, colleghi: l’importante sarà il total white nell’outfit in campo e sugli spalti, pena la squalifica. Aspetto Cattelan e Angioni, Berrettini mi ha detto si farà eliminare il prima possibile a Shangai per esserci, ho invitato pure Sinner ma dicono sia infortunato».
Ugo Tognazzi negli anni Sessanta al suo torneo di tennis a Torvajanica invitava Villaggio, Gassman, Mastroianni e Pietrangeli.
«Noi però abbiamo il pubblico. E poi le cose cambiano. In questo Paese c’è sempre stato il calcio, a fare da sport popolare, mentre il tennis è sempre stato uno sport borghese, un po’ fighetto. L’intenzione è anche prendere in giro un certo mondo e renderlo più pop, pure portare la gente fuori di casa. Se no il nostro essere animali sociali si limita solo a bere».
Ma cosa ci dice un successo tale per un’iniziativa del genere, lanciata su Instagram come una parodia?
«La parodia di uno sport che ora è seguitissimo, e proprio perché parodia da prendere sul serio. E poi è da un po’ che in rete vanno gli sport ultra amatoriali, praticati e raccontati in contrapposizione al turbo professionismo che ha un po’ rotto i coglioni, diciamocelo. Tutto troppo caro, tutta gente diventata inavvicinabile. Oggi lo sport professionistico risponde a leggi che tendono ad allontanare il tifoso. Quello amatoriale, grazie alla forza del digitale, si sta riconquistando spazi anche fisici, seguito, partecipazione, narrazione».
Sembrava una cazzata (cit.), e invece. Questa è (quasi) politica.
«No, rimane un gioco. Io farò anche la telecronaca. Mio fratello, incredibilmente somigliante a due degli americani più noti al mondo, Pete Sampras e Luigi Mangione, sarà vestito come Sampras anni Novanta. Rispolvereremo pure un personaggio che facevamo sul palco con Daniele Tinti, l’allibratore cinese Mr Dong, per raccogliere le scommesse in tempo reale».
Una parodia pure quella, spero.
«Sì, con soldi finti, ma non solo. Noi ci si scherza su, ma quanto fa effetto il fatto che il calcio italiano sia ormai tenuto in piedi dal betting, dal fantacalcio e dal metacalcio su X? È la post-post realtà, eppure è così. E ci credo che i ragazzini non guardano più le partite, e il Montebello viene seguito così».
Più la certificazione della forza dei social, o la dimostrazione del peso che ormai avete voi comici?
«Noi comici siamo sempre andati forte, in Italia, anche se al potere siamo più solo in Ucraina. Il guaio è che si è invertito il sottotesto. Guarda che succede sui social: ai comici si chiede rispetto delle persone, ai politici si fanno le battute. I comici vengono presi sul serio, i politici si considerano solo quando dicono minchiate».
Vale solo in Italia, o pure altrove?
«Qui abbiamo Tajani che parla di minigonne e Vannacci che fa il discolo per farsi inseguire da tutti gli altri, costretti a provare a spararla più grossa per farsi notare, ma in Brasile abbiamo uno scontro elettorale che pare uscito da Bananas. In corsa non c’è neanche più quello che ha provato a fare un golpe, praticamente, ma il figlio».
A novembre riparte con il tour di Flamingo, ad aprile lo chiederà al Forum di Assago. Effetto?
«Mi fa impressione. Ho scelto di farlo alla fine del tour anche perché tenevo ad essere il primo della mia generazione a farlo. Un’emozione, pure un po’ di riscatto personale».
Ovvero? Di cosa?
«La prima volta che sono entrato al Forum era il 1998, la finale di Coppa Davis in cui l’Italia perse male con la Svezia. Siamo in ritardo, con mio padre arriviamo nel momento esatto in cui Andrea Gaudenzi dopo una partita infinita si strappa la spalla ad un passo dalla vittoria, e i giochi finiscono lì. Un sogno spezzato, un altro dei miei traumi sportivi di infanzia. E ora i tornei di tennis di successo li organizzo io».