«Nella mia scala, al primo piano, su tre appartamenti, siamo rimasti solo noi. Il secondo è vuoto, il terzo, quarto e quinto pure, al sesto piano c’è una famiglia, un’altra all’ottavo. Hanno fatto andare via tutti». Roma, via Badoero, due palazzoni gemelli a due passi dalla metro Garbatella. Da fuori, sembrano quasi un alveare. Ma dietro quelle finestre ormai non c’è quasi più nessuno.
Luigi Venditto, 61 anni, è uno dei pochi inquilini rimasti. «Sto qui da tutta la vita. Le vede? — dice indicando le facciate imbrunite — Ci sono otto scale, qui c’erano più di 170 famiglie. Adesso siamo 56». E su tutte pende la minaccia dello sfratto.
Di proprietà di Cassa Forense, i due palazzoni sono finiti insieme a decine di altri sparpagliati fra Garbatella, Trastevere e Flaminio, nel tesoretto da un miliardo di euro di immobili affidato al Fondo Cicerone di Fabrica Immobiliare, controllata dal Gruppo Caltagirone. La maggior parte erano abitati da centinaia di famiglie, adesso molti sono vuoti. L…
«Nella mia scala, al primo piano, su tre appartamenti, siamo rimasti solo noi. Il secondo è vuoto, il terzo, quarto e quinto pure, al sesto piano c’è una famiglia, un’altra all’ottavo. Hanno fatto andare via tutti». Roma, via Badoero, due palazzoni gemelli a due passi dalla metro Garbatella. Da fuori, sembrano quasi un alveare. Ma dietro quelle finestre ormai non c’è quasi più nessuno.
Luigi Venditto, 61 anni, è uno dei pochi inquilini rimasti. «Sto qui da tutta la vita. Le vede? — dice indicando le facciate imbrunite — Ci sono otto scale, qui c’erano più di 170 famiglie. Adesso siamo 56». E su tutte pende la minaccia dello sfratto.
Di proprietà di Cassa Forense, i due palazzoni sono finiti insieme a decine di altri sparpagliati fra Garbatella, Trastevere e Flaminio, nel tesoretto da un miliardo di euro di immobili affidato al Fondo Cicerone di Fabrica Immobiliare, controllata dal Gruppo Caltagirone. La maggior parte erano abitati da centinaia di famiglie, adesso molti sono vuoti. La stessa spada di Damocle che pende sulla testa degli inquilini di via Badoero.
«Loro con noi non si sono mai seduti a discutere. Anche il terzo municipio e il Comune ci hanno provato, ma niente», dice quasi rassegnato Venditto. «Informalmente, abbiamo saputo che da qui di vogliono mandare via tutti per costruire residenze di lusso».
Sulla carta si chiama valorizzare, efficientare, riqualificare. «Per noi significa essere buttati fuori dalla casa in cui abbiamo vissuto tutta la vita, pagando regolarmente l’affitto. Per noi inquilini storici non è stata immaginata alcuna opzione». In realtà, nel luglio scorso il Fondo ha fatto sapere che alla fine dei lavori gli appartamenti torneranno disponibili per la locazione. Anche per i vecchi inquilini. Quote sociali? Prezzi calmierati? Prelazione? Non se n’è parlato. Ma fra i piani semideserti delle palazzine di via Badoero c’è scetticismo. «Non ci crediamo, non è la gente come noi, quella che era ceto medio, che vogliono qui», taglia corto Venditto mentre attorno si ferma un gruppetto di inquilini. Non ce n’è uno che non annuisca. Le facce sono tirate, stanche. «Sa com’è vivere senza sapere se avrai un tetto sulla testa? A noi — scandisce — di concreto non è stato proposto nulla, neanche un aumento del canone. Certo, se mi raddoppi o triplichi l’affitto — e qui non si paga certo poco, dai mille ai 1.400-1.450 euro — significa mandarmi via».
Con Nonna Pina, centenaria che fino a un mese fa abitava al terzo piano di uno dei palazzi, ci hanno provato. A luglio, quando si è presentato l’ufficiale giudiziario per lo sfratto è insorto tutto il quartiere. Municipio e Comune si sono messi di mezzo, è stata strappata una proroga che sarebbe scaduta a ottobre, ma nel frattempo la signora, diventata un simbolo come Maricarmen in Spagna, è stata trasferita in una Rsa. Con chi è rimasto, la strategia adottata è diversa.
«Nessuno di noi è moroso, ma a tutti progressivamente è stato comunicato il mancato rinnovo, nel frattempo si lascia tutto a marcire», spiega Venditto mentre indica l’ingresso che si sbriciola, racconta di citofoni rotti per quattro mesi, mostra le macchie scure che si allargano sulle pareti di casa sua. Formalmente la gestione della manutenzione è stata esternalizzata, «in realtà — sostiene — non esiste. Quando si è rotto l’ascensore, è rimasto fermo per quasi due mesi. Qui sono tutti anziani, molti anche invalidi». Gli unici “giovani” — se così si possono definire — sono un paio di “single di ritorno”. Separati, divorziati, tutti ultraquarantenni se non di più, che decidono o sono costretti a tornare a casa da genitori perché da soli non ce la fanno più.
A più di uno in quei giorni di scale obbligate è toccato fare gli straordinari per supportare i condomini, magari ricorrendo a soluzioni creative. «Usavamo l’ascensore della scala accanto per salire all’ottavo piano, attraversavamo la terrazza, entravamo nella nostra scala e riscendevamo a piedi fino al nostro pianerottolo», ricorda Venditto, mentre racconta di conguagli di non meglio precisate spese accessorie risalenti anche al 2007, di blatte, topi e vespe che infestano gli appartamenti vuoti, di piccioni che li hanno trasformati in voliere, delle campagne di disinfestazione diventate un miraggio. «Con la crisi abitativa che c’è, com’è possibile che vengano lasciati tanti appartamenti sfitti? Dovrebbe essere vietato. Veniamo trattati come numeri, cose da eliminare, spazzatura», mastica amaro l’uomo, affacciato al balcone di casa. Di fronte, file e file di finestre chiuse. «Ci sono famiglie che stanno qui da sessant’anni. Una delle ultime inquiline ogni giorno ripete: spero di morire prima che mi caccino via, un’altra se l’è portata via un infarto, ogni giorno raccontava dell’ansia di svegliarsi con un avviso di sfratto».
Chi ha potuto, è già scappato. Le giovani coppie di avvocati sono state le prime. Poi le famiglie con bambini. Rimane chi non ha altre opzioni. Eppure si tratta di persone che una volta erano classe media, «papà era orafo, d’estate facevamo tre mesi di vacanza», ricorda Venditto. Nessuno degli inquilini di via Badoero ha la possibilità di affrontare i canoni di locazione che in questa zona possono anche arrivare a 1.800 euro, impossibile vedersi assegnata una casa popolare in quartiere. Quelle che si liberano vengono chiuse e messe all’asta per fare cassa. Garbatella è ormai considerata “zona di pregio”. «Ma andare via — spiega — significa perdere la rete sociale che permette a tutti noi di andare avanti». E racconta storie piccole di spesa portata su, anziani accuditi, cura condivisa, piccoli lavori, un quartiere che è ancora tessuto di rapporti umani. «Chi dà un’occhiata a mamma se io quel giorno riesco a trovare un lavoretto? Chi aiuta un’inquilina con la spesa? E già qui abbiamo perso tanto».
Ogni settimana, uno dei cortili fra i due palazzoni ospita un’assemblea: ci si confronta, ci si aggiorna su eventuali novità, si decide come procedere. E ogni settimana, il metronomo oscilla fra rabbia e paura. «Perché non mettono tutti gli inquilini dei due blocchi in una o due scale e fanno quello che vogliono con il resto? Perché devono mandarci via per forza?» è la domanda che le famiglie che ancora abitano lì continuano a porsi. Venditto non ha dubbi: «Se vengono a portarmi via mi lego al balcone con mamma, che mi tirino fuori con l’ambulanza. E spero che fuori succeda come in Spagna».
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