✕

L’invasione dei data center al posto dei campi di riso. “Stop all’avanzata selvaggia”

Ascolta l'audio

Si moltiplicano le infrastrutture per lo sviluppo tecnologico. In Italia sono 262. Oggi a Milano il corteo per chiedere regole chiare
3 minuti di lettura

Là dove un tempo si coltivavano riso e ortaggi, e soprattutto sulle aree dismesse nel cuore economico del Paese, oggi in Italia crescono data center.

Gigantesche infrastrutture fondamentali per lo sviluppo digitale e l’IA: al loro interno computer, server, sistemi di archiviazione che salvano e distribuiscono enormi quantità di dati che ci permettono ogni operazione digitale, compreso guardare i video che scrolliamo continuamente. Per funzionare hanno bisogno di tanta energia, batterie di accumulo, generatori diesel o sistemi di raffreddamento a seconda dei casi. In pratica sono — sostiene l’esecutivo che ha appena investito 8 miliardi in infrastrutture “strategiche” a livello nazionale — il motore del progresso digitale. Un progresso che però fa paura ai cittadini che, di fianco alle loro case, stanno assistendo all’invasione delle macchine: oggi nel Paese si contano 262 data center. Quasi un centinaio solo in Lombardia, nell’hinterland di Milano destinato a diventare “hub digitale”…

Là dove un tempo si coltivavano riso e ortaggi, e soprattutto sulle aree dismesse nel cuore economico del Paese, oggi in Italia crescono data center.

Gigantesche infrastrutture fondamentali per lo sviluppo digitale e l’IA: al loro interno computer, server, sistemi di archiviazione che salvano e distribuiscono enormi quantità di dati che ci permettono ogni operazione digitale, compreso guardare i video che scrolliamo continuamente. Per funzionare hanno bisogno di tanta energia, batterie di accumulo, generatori diesel o sistemi di raffreddamento a seconda dei casi. In pratica sono — sostiene l’esecutivo che ha appena investito 8 miliardi in infrastrutture “strategiche” a livello nazionale — il motore del progresso digitale. Un progresso che però fa paura ai cittadini che, di fianco alle loro case, stanno assistendo all’invasione delle macchine: oggi nel Paese si contano 262 data center. Quasi un centinaio solo in Lombardia, nell’hinterland di Milano destinato a diventare “hub digitale” d’Europa. Altri 80 progetti sono già in fase di sviluppo.

Per questo, sulla scia delle proteste americane, ora anche nella fragile Italia — colpita da crisi idrica e consumo di suolo — sta nascendo una nuova guerra dei data center. L’altro ieri a Roma è andato in scena il primo grande simposio organizzato da IDA, Italian Datacenter Association, l’incontro fra coloro che puntano ad accrescere strutture e attrarre investimenti (spesso delle Big Tech Usa).

Oggi invece accade l’esatto contrario: a Milano, in corteo, sfilano i cittadini della Rete Comitato Stop Data Center, gruppo che raduna oltre 30 città che si oppongono allo sviluppo selvaggio e chiedono di fermare l’avanzata e regole chiare su dove e come costruire.

Avanzata che è stata tracciata da un report del Politecnico di Milano: nel 2030 in Italia si arriverà fino a 1,8 gigawatt di progetti. Dal 2020, in 5 anni, la capacità installata è già raddoppiata e le richieste a Terna, per l’allaccio alla rete, sono ormai oltre 160. Si va da piccole strutture fino a grandi “campus” che raggruppano più data center, come quello di Aruba a Ponte San Pietro, 200mila metri quadrati e 150 lavoratori. Quello che sorgerà a Lacchiarella, Milano, sarà ancora più grande: quasi 240mila metri quadrati e 200 impiegati.

Il presidente di IDA Luca Beltramino e il dg Floriano Monteduro spiegano «che l’Italia è indietro. Abbiamo una capacità di data center pari a un terzo della media dell’Europa. Su spinta dell’Ue dobbiamo quindi aumentare, triplicare le infrastrutture in 7 anni. Oggi c’è una grande domanda, anche dall’estero, di data center in Italia: è una opportunità e in più sono necessari per la digitalizzazione del Paese». In futuro, chiosano, avranno il potenziale di offrire fino a 46mila posti di lavoro.

Se industria ed esecutivo guardano allo sviluppo, molti dei cittadini che vivono nelle aree interessate però non la pensano così. «Non c’è una visione generale, non sappiamo che impatto possono avere decine di data center sullo stesso territorio» dice preoccupato Enrico Duranti, fra i portavoce della Rete Stop Data Center. In Europa, al 2030, i data center contribuiranno per il 28% all’aumento del fabbisogno elettrico. In Italia nel 2035 si stima che richiederanno almeno il 13% del fabbisogno energetico nazionale. In Lombardia quelli installati oggi consumano quanto il 20% delle case. «Rischiamo di pagarne il conto a livello di bollette e crisi climatica, dato che molti impianti vanno a energia da fonti fossile» dice Duranti. E poi ci sono «problemi di consumo di suolo, acqua, rumore. Inoltre gli impianti possono far crescere le temperature di 2 gradi: nella Pianura Padana più caldo significa trattenere più inquinanti, con danni alla salute». I vertici di IDA però replicano: «Non è vero, questi sono falsi miti legati agli Usa dove c’è stato sviluppo incontrollato. Da noi non sarà così, rimarremo sotto il 2% della capacità elettrica nazionale». Ma i cittadini sono scettici: «Vogliamo essere più coinvolti, chiediamo di fermare gli iter e realizzare un piano nazionale». Con Duranti, a manifestare, ci sarà anche Fabiana Di Pino che si batte contro i data center previsti a Opera: «Non c’è stato alcun confronto. Prospettano più posti di lavoro, che però sono pochi: appena 300 in tre impianti».

Da Torino a Rho, al grido di “non saremo servi dei vostri server”, ci sono già state proteste, scontri, fumogeni. Monteduro però rassicura: «Abbiamo incontrato i cittadini, spiegando che ci sarà massima attenzione per ambiente e abitanti».

Ma la sensazione è che la lotta sia appena all’inizio: sono stati annunciati i 13 nuovi corridoi per lo sviluppo, da Roma all’Emilia, dalla Sardegna alla Puglia. Nuovi comitati sono già pronti a dare battaglia.

Leggi i commenti