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Il sogno impossibile della casa popolare: 350mila famiglie in fila

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Con la crisi degli alloggi cresce la fame di un tetto a prezzo sociale. Ma lo Stato investe sempre meno e i nuovi cantieri restano al palo
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Almeno 300mila nuclei familiari in attesa, che diventano 350mila se si ascoltano i sindacati degli inquilini. Seicentocinquantamila o più, stima Nomisma, le famiglie che avrebbero tutte le carte in regola per mettersi in fila, ma non ci provano neanche, scoraggiate da tempi infiniti e labirinti burocratici. Una giungla di enti che si spartiscono un patrimonio spesso svenduto per fare cassa.

Fino agli anni Novanta prospettiva concreta anche per chi non vivesse in condizioni di estremo disagio, la casa popolare oggi è conquista di pochi: ogni anno, mediamente solo una persona su cento riceve le chiavi. E se è single, come la maggior parte degli aventi diritto, è ancora più difficile: più numeroso è il nucleo familiare, più punti si accumulano. «Da diritto — denunciano comitati e associazioni — la casa è diventata la lotteria della disperazione». E c’è un esercito che spera di avere in mano il biglietto giusto.

Attualmente, sono 2,2 gli italiani ospitati nei circa 800mila alloggi popol…

Almeno 300mila nuclei familiari in attesa, che diventano 350mila se si ascoltano i sindacati degli inquilini. Seicentocinquantamila o più, stima Nomisma, le famiglie che avrebbero tutte le carte in regola per mettersi in fila, ma non ci provano neanche, scoraggiate da tempi infiniti e labirinti burocratici. Una giungla di enti che si spartiscono un patrimonio spesso svenduto per fare cassa.

Fino agli anni Novanta prospettiva concreta anche per chi non vivesse in condizioni di estremo disagio, la casa popolare oggi è conquista di pochi: ogni anno, mediamente solo una persona su cento riceve le chiavi. E se è single, come la maggior parte degli aventi diritto, è ancora più difficile: più numeroso è il nucleo familiare, più punti si accumulano. «Da diritto — denunciano comitati e associazioni — la casa è diventata la lotteria della disperazione». E c’è un esercito che spera di avere in mano il biglietto giusto.

Attualmente, sono 2,2 gli italiani ospitati nei circa 800mila alloggi popolari in pancia agli oltre 85 enti che gestiscono l’edilizia pubblica in tutto lo Stivale. Ma in prospettiva — rivela uno studio della Bocconi di Milano — il fabbisogno crescerà. Se la popolazione diminuisce, il numero delle famiglie cresce, al pari di quello di abitazioni necessarie.

Tra invecchiamento progressivo, riduzione della dimensione delle famiglie, separazioni e aumento dei single, entro il 2050 ci saranno almeno 700mila nuclei familiari in più, molti dei quali monoreddito. In prospettiva, dunque, tutti più poveri e in larga parte destinati a precipitare in quella fascia tra i 15.000 e i 22.500 euro di Isee annuo che apre le porte a un alloggio popolare. Almeno sulla carta: nei grandi centri, dove l’affitto medio erode già più del 30 per cento del salario medio, un alloggio popolare “costa” almeno dieci anni di attesa. Motivo? Molto lo dicono i numeri.

In Francia 17 abitazioni su cento sono destinate all’edilizia popolare, in Italia meno di tre. Nello Stivale l’edilizia pubblica rappresenta il 2,3% delle case disponibili, in Olanda e Svezia, fra i Paesi più virtuosi in Europa, il 24 e il 29%. In Austria sono il 14%, ma i costruttori sono costretti a destinare almeno il 30% dei nuovi edifici ad alloggi popolari. Anche il volume di investimenti statali è completamente diverso: se l’Italia ci mette l’1% del Pil, Svezia e Paesi Bassi almeno il 3.

Ma mentre la fame di casa cresce, il patrimonio a disposizione diminuisce. E il principale problema, numeri alla mano, non sono le occupazioni abusive (il 2%). Se negli anni Ottanta sono state costruite in media 20 mila nuove abitazioni all’anno, nel 2024, ultimo dato disponibile, gli alloggi ultimati sono stati 2.080, mentre più 2.400 sono stati messi sul mercato. Per fare cassa, case e appartamenti in zone che l’ingrossarsi delle città ha trasformato da periferie in zone di pregio non vengono riassegnati, ma messi all’asta, mentre incuria, mancata manutenzione, degrado hanno reso indisponibili più di 61mila alloggi, il 7,7% dell’intero patrimonio italiano.

Che è — in larga parte — vecchio: più della metà è stato tirato su prima del 1980. A Milano, forse la città bandiera dell’emergenza casa, secondo i sindacati sarebbero fra i 6 e gli 8mila gli alloggi non assegnabili perché fatiscenti. A Roma, più di mille. E probabilmente si tratta di cifre al ribasso.

A Milano, nel quartiere di Calvairate, i residenti per mesi hanno dovuto convivere con colonie di ratti che avevano trasformato in tane le cantine dei caseggiati popolari, da tempo inagibili e mai sgomberate, né bonificate. A Tormarancia, a Roma, spiega Giulia D’Aguanno dell’agenzia diritti del municipio Roma 8, su 20 palazzi monitorati, in quasi la metà «ci sono anche problemi strutturali come edifici inclinati, crepe nei muri, colonne dell’ascensore che si staccano dalla tromba delle scale».

Per due donne, madre e figlia, per anni collocate in un locale insalubre accatastato come cantina, l’Aler solo dopo le segnalazioni di Asp, servizi sociali e municipio ha comunicato che ci sarà una nuova assegnazione. «Ma nonostante in quel palazzo ci siano appartamenti disponibili, c’è il rischio che vengano collocate in tutt’altra zona. I vuoti qui non vengono riassegnati perché questa è considerata zona di pregio», spiega. E sono in molti a pensare che la mancata manutenzione, in alcuni quartieri, più che alla mancanza di fondi si debba a strategia.

«Negli anni Novanta si è pensato che in un Paese in cui l’80 per cento degli abitanti era proprietario di casa — spiegano Stefania Filetti, segretaria confederale Cgil, e Laura Mariani, responsabile politiche abitative — non fosse più necessaria una politica abitativa nazionale». Risultato, nel giro di qualche anno la Gescal, il fondo che finanziava le abitazioni popolari, è sparito, le competenze sono state trasferite alle Regioni, senza una programmazione, senza assegnare linee di finanziamento regolari, né stabilire criteri nazionali uniformi.

«L’asse strategico — ragionano — è stato spostato sull’erogazione di fondi (sempre scarsi e adesso azzerati) e contributi alle famiglie indigenti e in precarietà economica». Il mercato darà le risposte necessarie, si pensava. E invece. «La tendenza — spiegano le due sindacaliste — si potrebbe invertire ma servono un piano straordinario di edilizia residenziale pubblica e sociale, lo stop a privatizzazioni e svendite, il recupero degli alloggi sfitti e un’urgente riforma degli enti che gestiscono gli immobili popolari». Ma nulla di tutto questo è all’ordine del giorno.

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