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Trentini: “Sequestrato per un anno, mi batto per chi è ancora rinchiuso in quell’inferno”

Alberto Trentini (al telefono) e Mario Burlò nella residenza dell'ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito dopo la liberazione (foto ministero degli Esteri)

 
L’intervista al cooperante incarcerato per un anno in Venezuela dopo la presentazione dell’esposto in procura sulle sue condizioni di prigionia
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Le torture nelle carceri venezuelane finiscono davanti alla magistratura italiana. A portarle sul tavolo della procura di Roma è Alberto Trentini, il cooperante liberato lo scorso gennaio dopo 423 giorni di detenzione nel carcere di El Rodeo I. In un esposto depositato a fine luglio con l’avvocata Alessandra Ballerini, ha ricostruito le violenze subite e indicato i nomi di chi gestiva la prigione. Ora chiede giustizia. Per sè. Ma soprattutto per quei detenuti che si trovano ancora chiusi in quelle carceri per ragioni politiche.

Alberto Trentini, perché ha deciso di presentare un esposto alla magistratura italiana?

«Perché quello che ho subito ha un nome preciso: sparizione forzata e detenzione arbitraria. Sono stato privato della libertà senza…

Le torture nelle carceri venezuelane finiscono davanti alla magistratura italiana. A portarle sul tavolo della procura di Roma è Alberto Trentini, il cooperante liberato lo scorso gennaio dopo 423 giorni di detenzione nel carcere di El Rodeo I. In un esposto depositato a fine luglio con l’avvocata Alessandra Ballerini, ha ricostruito le violenze subite e indicato i nomi di chi gestiva la prigione. Ora chiede giustizia. Per sè. Ma soprattutto per quei detenuti che si trovano ancora chiusi in quelle carceri per ragioni politiche.

Alberto Trentini, perché ha deciso di presentare un esposto alla magistratura italiana?

«Perché quello che ho subito ha un nome preciso: sparizione forzata e detenzione arbitraria. Sono stato privato della libertà senza alcuna ragione, isolato dal mondo, sottoposto a trattamenti che costituiscono tortura. È importante che queste responsabilità vengano accertate. Non soltanto per me, ma anche per tutte le persone che sono ancora in quelle carceri».

Che cosa chiede allo Stato italiano?

«Ho presentato una richiesta al ministero degli Esteri perché venga riconosciuto formalmente quello che mi è accaduto. Altri cittadini stranieri hanno già ottenuto questo riconoscimento dai rispettivi governi. Io, no».

Mercoledì sarà al Parlamento europeo.

«Sì, insieme ad altri ex prigionieri europei. Sarà presentata una proposta di legge che riguarda proprio i cittadini europei vittime di detenzione arbitraria all’estero».

Lei è ancora in contatto con gli uomini che hanno condiviso la sua prigionia?

«Abbiamo un gruppo WhatsApp. Ci sentiamo, ci confrontiamo, condividiamo informazioni. Tra noi si è creata una rete molto attiva. E sappiamo che ci sono ancora persone rinchiuse nelle stesse condizioni. Continuiamo a lavorare insieme, anche con il sostegno dell’Organizzazione mondiale contro la tortura».

Nell’esposto ha indicato anche i nomi dei responsabili del carcere. Come è riuscito a ricostruirli?

«Confrontandoci tra ex detenuti. Abbiamo messo insieme le informazioni, i nomi, i ruoli delle persone che dirigevano la prigione. La rete degli ex prigionieri serve anche a questo: a ricostruire quello che è accaduto e a identificare chi ne portava la responsabilità».

Qual è il ricordo più difficile dei suoi 423 giorni di prigionia?

«I primi sei mesi di isolamento totale. Non sapere nulla, non avere contatti, non poter comunicare con l’esterno, non sapevo come stessero i miei genitori . E poi le false promesse di liberazione. Quando ci vedevano più fragili, più sottomessi, ci facevano credere che saremmo usciti. Era un modo per disorientarci, per tenerci in una condizione di continua sottomissione».

Lei ha parlato di tortura bianca. Che cosa significa?

«Significa che non è necessario picchiare una persona per torturarla. Si può distruggerla lentamente, togliendole ogni punto di riferimento. A Rodeo I le celle erano di quattro metri per due, quasi sempre nella penombra. I carcerieri avevano il volto coperto, ci obbligavano a muoverci a testa bassa, incappucciati, con le mani ammanettate dietro la schiena. Non avevamo praticamente nulla. Ti sottraggono gli oggetti, la possibilità di vedere il cielo, perfino la percezione del tempo. È un sistema costruito per annullarti».

Come si resiste?

«Cercando di non perdere la propria identità. In carcere c’era chi costruiva pezzi degli scacchi con carta igienica, acqua e sapone. Era un modo per tenere viva la mente, per non cedere al vuoto».

Oggi pensa soprattutto a quello che ha subito o a chi è rimasto dentro?

«A entrambe le cose. Celebro ogni giorno la mia libertà, ma porto con me il peso di chi è ancora rinchiuso. Ricordo i loro volti, i loro nomi. Persone che continuano a vivere in quelle celle, mentre le loro famiglie arrivano fino ai cancelli del carcere e poi sono costrette a fermarsi».

Il Venezuela è cambiato dopo Maduro?

«Il regime ha cambiato pelle, ma non sostanza. Si parla di normalizzazione, di accordi economici, di petrolio. Ma nelle carceri ci sono ancora prigionieri politici e cittadini stranieri detenuti arbitrariamente. I barili di petrolio non cancellano le torture e non restituiscono la libertà a chi è stato sequestrato dallo Stato».

E lei, adesso, da dove ricomincia?

«L’idea è quella di ripartire. Bisognerà trovare il modo e il tempo per farlo».

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