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Da Pio XII a Francesco: così è caduto il segreto sulla salute dei pontefici

Papa Francesco dalla finestra del Policlinico Gemelli

 

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Un tempo si pensava che diffondere notizie sanitarie sul Santo padre incrinasse la sacralità della sua figura. La rivoluzione con Wojtyla
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«Un papa sta bene finché non muore». Era il motto che si poteva ascoltare, con un sorriso, dalle labbra di anziani monsignori di curia fino ad alcuni decenni fa. Ma i silenzi e i segreti circa la salute dei papi erano forse sostenibili nei tempi passati, quando non c’erano giornali e televisioni. La storia degli ultimi settanta anni, da Pio XII in avanti, insegna invece che la mancanza di un’informazione trasparente alimenta indiscrezioni a non finire nella stampa e ricerca di scoop, talora sgradevoli. Il caso più macabro fu la pubblicazione di foto di Pio XII agonizzante, nel 1958, passate alla stampa per denaro, dal medico personale di papa Pacelli.

Nella Chiesa si pensava che condividere con i fedeli, pubblicamente, lo stato di salute di un Papa fosse una ma…

«Un papa sta bene finché non muore». Era il motto che si poteva ascoltare, con un sorriso, dalle labbra di anziani monsignori di curia fino ad alcuni decenni fa. Ma i silenzi e i segreti circa la salute dei papi erano forse sostenibili nei tempi passati, quando non c’erano giornali e televisioni. La storia degli ultimi settanta anni, da Pio XII in avanti, insegna invece che la mancanza di un’informazione trasparente alimenta indiscrezioni a non finire nella stampa e ricerca di scoop, talora sgradevoli. Il caso più macabro fu la pubblicazione di foto di Pio XII agonizzante, nel 1958, passate alla stampa per denaro, dal medico personale di papa Pacelli.

Nella Chiesa si pensava che condividere con i fedeli, pubblicamente, lo stato di salute di un Papa fosse una mancanza di discrezione nei suoi confronti e finisse con l’incrinare la sacralità della figura del successore di Pietro, rendendola forse “umana, troppo umana”. Anche Giovanni XXIII, papa bonario e dalla comunicazione schietta, dovette in qualche modo sottostare a questa legge non scritta.

Già il 28 ottobre 1962 Roncalli annotava nel suo diario il primo manifestarsi del male, un tumore allo stomaco, che lo avrebbe condotto alla morte. Ma solo pochi giorni prima della sua fine terrena, avvenuta il 3 giugno 1963, il Vaticano informò il mondo del peggioramento delle sue condizioni, tramite la pubblicazione di alcuni bollettini ufficiali. Il ricovero in ospedale, a quei tempi, era ancora un tabù.

Un Papa non poteva finire come un comune mortale in una corsia d’ospedale. Quando Paolo VI, pontefice colto e moderno, dovette operarsi per una oggi banale ipertrofia prostatica, i medici dovettero allestire una sala chirurgica all’interno del palazzo apostolico. Fu lo scoop di un quotidiano romano, nel 1967, ad annunciare i preparativi per l’intervento.

Saluto e pollice alzato: il Papa si affaccia al balcone del Gemelli

A proposito di salute dei papi non fu certo un esempio di comunicazione trasparente la morte repentina di Giovanni Paolo I. Le dicerie su un possibile avvelenamento trassero pretesto anche dalle piccole e inutili bugie che accompagnarono le prime dichiarazioni ufficiali. Si raccontò che fu un segretario di Luciani a scoprire per primo il suo cadavere. Per poi ammettere che era stata una suora ad entrare per prima nella camera del Papa. La decisione di non eseguire un’autopsia lasciò poi, nei più scettici, il dubbio sulle reali cause del decesso.

Né Giovanni XXIII né Paolo VI annunciarono con la loro voce, al mondo, le cure a cui stavano per sottoporsi. Montini ne parlò in pubblico, dopo l’operazione, solo per rassicurare i fedeli e ringraziarli per la vicinanza.

Tutto cambiò con l’elezione di Karol Wojtyla. Le gravi ferite provocate dall’attentato del 13 maggio 1981 non potevano certo essere curate nel nascondimento dei sacri palazzi. Urgeva un intervento chirurgico, Giovanni Paolo II rischiava di morire. Il ricovero presso il policlinico Gemelli fu una necessità. In quella circostanza drammatica nacque un legame profondo e duraturo con quell’ospedale. Wojtyla lo definì il “Vaticano III”, dopo San Pietro e la residenza estiva di Castelgandolfo. In effetti ci trascorse, da paziente, ben 153 giorni. Nove degenze in tutto. Giovanni Paolo II è stato anche il primo papa della storia ad annunciare un suo imminente ricovero. Nell’angelus del 12 luglio 1992 confidò che quella sera si sarebbe trasferito al Gemelli per sottoporsi «ad alcuni accertamenti diagnostici». A differenza di quanto comunicato ieri da Leone XIV, non specificò la natura della malattia, ma tre giorni dopo, il 15 luglio, fu comunicato ai giornalisti che il Papa era stato operato per l’asportazione di un tumore benigno al colon.

Era l’inizio di una glasnost (una trasparenza) sanitaria, da alcuni cardinali di curia considerata eccessiva e da alcuni media invece ancora troppo timorosa. Dovette passare del tempo prima che il Vaticano confermasse la diagnosi del morbo di Parkinson che affliggeva il Papa. «Quando voglio avere notizie sulla mia salute leggo i giornali» scherzava Wojtyla.

Benedetto XVI non fu mai ricoverato come paziente al Gemelli. Non ne ebbe bisogno, anche perché quando sentì che il peso del pontificato non era più sopportabile dalle sue forze fisiche, decise di dimettersi e lo fece nel modo più straordinariamente trasparente che si potesse immaginare. Pur rifiutando ogni spettacolarizzazione della sofferenza, anche Francesco annunciò sempre ai fedeli ogni passo che si apprestava a compiere per la cura della sua salute, a partire dal primo ricovero, nel luglio 2021, per un’operazione al colon. Papa Leone, col suo stile sobrio e pacato, sembra seguire le orme dei suoi predecessori.

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