Un giovane proveniente dal Bangladesh è ricoverato in gravi condizioni per difterite all’Azienda Ospedale Università di Padova. Mentre proseguono le cure nel reparto di Malattie infettive, dove il paziente si trova in isolamento, è stata avviata la profilassi per cento persone entrate in contatto con lui, comprese persone incontrate in ambito lavorativo.
Il sospetto diagnostico risale a sabato 10 ottobre. I medici dell’unità diretta da Annamaria Cattelan hanno subito attivato la procedura per ottenere il siero antitossico attraverso il Centro Antiveleni di Pavia. Il trattamento è stato somministrato nella stessa giornata, senza attendere il risultato degli accertamenti. La conferma microbiologica è arrivata domenica 11 ottobre dalla Microbiologia e Virologia dell’ospedale padovano. Il giovane riceve anche una terapia antibiotica e resta sotto monitoraggio.
Sul fronte della prevenzione, secondo quanto riferisce Telenuovo, l’Ulss 6 Euganea ha avviato per i cento contatti una profilassi antibiotica della durata di una settimana. Sono inoltre in corso verifiche sul loro stato vaccinale. Il numero delle persone coinvolte indica l’estensione dell’intervento preventivo: non equivale a cento casi di malattia.
La tempestività delle cure è essenziale. Come spiega l’Istituto superiore di sanità, l’antitossina neutralizza la tossina ancora presente nel sangue, ma non quella già legata ai tessuti. Per questo, nei casi sospetti di difterite respiratoria, il trattamento deve iniziare prima della conferma di laboratorio. La tossina può provocare danni al cuore, al sistema nervoso e ai reni; nelle forme respiratorie, le membrane che si sviluppano nella gola possono ostacolare il passaggio dell’aria.
Il caso padovano arriva dopo altre segnalazioni in Italia. Nell’aggiornamento pubblicato l’8 ottobre, l’Iss registra tre casi nell’agosto 2026, fra cui una forma respiratoria fatale in una bambina non vaccinata, e un ulteriore caso cutaneo a settembre. Sono dati precedenti al ricovero di Padova.
La vaccinazione rimane il principale strumento di prevenzione. Negli adulti è raccomandato un richiamo ogni dieci anni. La protezione dalle forme gravi, precisa l’Iss, non esclude necessariamente la possibilità di ospitare e trasmettere il batterio: per contenere il contagio restano quindi fondamentali l’isolamento, la ricerca dei contatti e la profilassi.