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La fragilità dei pontefici: se la salute diventa specchio della Chiesa

Candles, flowers and prayers are led at the statue of John Paul II outside the Agostino Gemelli Hospital, where Pope Leo XIV is scheduled to be hospitalized, in Rome, Italy, 13 October 2026. The medical center is preparing to receive Pope Leo XIV for a planned lung surgery to extract a minor nodule, according to the Holy See Press Office. ANSA/FABIO FRUSTACI (ansa)

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Da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, fino a Leone XIV: tre approcci diversi tra discrezione, dimissioni e apertura
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Il papa è vescovo di Roma ma anche sovrano: non solo dello Stato della Città del Vaticano, ma di una sovranità morale, non assoluta, che è riconosciuta da cattolici e non cattolici, e in modo visibile, per esempio quando il papa viaggia, anche nella Francia della laicità repubblicana. Quindi il corpo del papa e la sua salute sono per definizione una questione pubblica, specialmente nei tornanti della storia, come quello attuale, in cui dalla parola della chiesa molti si attendono un richiamo ai padroni dell’universo vecchi e nuovi circa le loro responsabilità nei confronti dell’unica famiglia umana.

 La questione della salute dei papi ha acquisito dimensioni nuove grazie alla visibilità della persona del pontefice: una visibilità resa non solo possibile, ma necessaria dall’ubiquità dei mezzi di comunicazione di massa. La fragilità del papa, che per secoli si potevano nascondere, a tutti tranne ai membri della corte romana e a quei pochi altri che il sovrano doveva o voleva incontrare …

Il papa è vescovo di Roma ma anche sovrano: non solo dello Stato della Città del Vaticano, ma di una sovranità morale, non assoluta, che è riconosciuta da cattolici e non cattolici, e in modo visibile, per esempio quando il papa viaggia, anche nella Francia della laicità repubblicana. Quindi il corpo del papa e la sua salute sono per definizione una questione pubblica, specialmente nei tornanti della storia, come quello attuale, in cui dalla parola della chiesa molti si attendono un richiamo ai padroni dell’universo vecchi e nuovi circa le loro responsabilità nei confronti dell’unica famiglia umana.

 La questione della salute dei papi ha acquisito dimensioni nuove grazie alla visibilità della persona del pontefice: una visibilità resa non solo possibile, ma necessaria dall’ubiquità dei mezzi di comunicazione di massa. La fragilità del papa, che per secoli si potevano nascondere, a tutti tranne ai membri della corte romana e a quei pochi altri che il sovrano doveva o voleva incontrare di persona, deve essere governata. I papi dell’era massmediatica l’hanno gestita in modi diversi, con diversi e crescenti gradi di trasparenza rispetto alle opacità del passato. In parte era umana discrezione; in parte era protezione del potere. Anche solo le voci su un possibile malessere del papa potevano dare adito a manovre per la preparazione della successione che, al contrario della reincarnazione come per il Dalai Lama nel buddhismo tibetano o della successione per via dinastica come in altre monarchie, per il papato è un processo soggetto a dinamiche anche politiche molto umane. Non è un caso che la vaticanologia sia un genere letterario parente della cremlinologia.

 Manca una storia clinica del papato che rifletta sui diversi tipi di culture terapeutiche nella corte papale e sull’impatto dell’indebolimento fisico o mentale dei vescovi di Roma sui momenti di svolta nella storia. Ma si possono già distinguere i diversi modi in cui, nell’ultimo mezzo secolo fino ad oggi, i papi e il Vaticano hanno celato e rivelato le condizioni di salute del pontefice. Giovanni Paolo II, la cui salute venne compromessa in giovane età (a sessant’anni) dall’attentato del 13 maggio 1981, gestì le malattie secondo un atletismo mistico che fu uno dei temi alla base della convinzione che il papa possa ma non debba dimettersi. Benedetto XVI anticipò il declino fisico con le dimissioni: l’annuncio dell’11 febbraio 2013 evocava alla lettera (“ingravescentem aetatem”) la logica di fondo efficientistica di uno dei provvedimenti più decisivi per la riforma della chiesa decisi dal Vaticano II, ovvero le dimissioni dei vescovi per limiti di età. Papa Francesco gestì la malattia con un caratteristico filo diretto col popolo, meno diretto con l’apparato vaticano.

 L’annuncio di Leone XIV, sessantaquattro parole in tutto alla fine dell’Angelus dell’11 ottobre, porta diversi elementi di novità. In parte c’è una scelta di trasparenza: un messaggio affidato non all’ufficio stampa e ancora meno lasciato al chiacchiericcio che cominciava quando il papa non compariva in pubblico. È un pragmatismo da “chief executive officer” che, alla luce delle responsabilità del suo incarico, comunica tempestivamente al mondo e alla stampa. C’è anche l’atteggiamento sobrio da padre di famiglia che approfitta della presenza di tutti i figli e figlie a tavola la domenica per informarli.

 Ma il primo papa dagli Stati Uniti rappresenta un ulteriore elemento di novità rispetto ai predecessori: anche rispetto a Francesco, gesuita, membro di un ordine religioso costituzionalmente fatto di forti individualità. Leone XIV, agostiniano, è uomo di fraternità, parola che nelle costituzioni dell’Ordine di Sant’Agostino compare otto volte. Gli agostiniani vivono in una comunità di fratelli. È una gestione della vita e quindi anche della malattia più comunitaria, in parte diversa da quella di pontefici che vengono da una carriera nel clero diocesano o nella Curia Romana. La teologia cattolica oggi cerca di tenere insieme la moderna medicalizzazione e una visione sacramentale della vita, nella quale anche il corpo malato è segno visibile di una realtà invisibile e sacra che comunica la grazia di Dio: una questione personale ma non individuale, pubblica ma anche comunitaria.

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