Papa operato. “Massima riservatezza sui referti, consegnati a mano al suo team”
Romina MarcecaL’aria al policlinico Gemelli è decisamente diversa nei giorni in cui un Papa varca la soglia del suo appartamento per un ricovero. La stessa che si è respirata sin dalla mattina di ieri. Le forze dell’ordine, la gendarmeria e la vigilanza interna all’ospedale presidiano ogni angolo. Nei reparti coinvolti nella cura del pontefice c’è un’allerta continua, un percorso di corridoi e ascensori è dedicato solo agli spostamenti del Papa. «I direttori dei dipartimenti restano tutto il giorno in sede, non si allontanano se non per le urgenze», spiega una dottoressa che da 30 anni lavora al reparto di Microbiologia. Lì dove potrebbero arrivare anche i campioni da analizzare nel post-intervento di papa Leone XIV.
Come cambia la vost…
L’aria al policlinico Gemelli è decisamente diversa nei giorni in cui un Papa varca la soglia del suo appartamento per un ricovero. La stessa che si è respirata sin dalla mattina di ieri. Le forze dell’ordine, la gendarmeria e la vigilanza interna all’ospedale presidiano ogni angolo. Nei reparti coinvolti nella cura del pontefice c’è un’allerta continua, un percorso di corridoi e ascensori è dedicato solo agli spostamenti del Papa. «I direttori dei dipartimenti restano tutto il giorno in sede, non si allontanano se non per le urgenze», spiega una dottoressa che da 30 anni lavora al reparto di Microbiologia. Lì dove potrebbero arrivare anche i campioni da analizzare nel post-intervento di papa Leone XIV.
Come cambia la vostra quotidianità?
«C’è una attenzione massima a tutto quello che riguarda il Papa. Non possiamo dire che sono giornate come le altre. Non c’è una via preferenziale perché noi assistiamo tutti i pazienti con il dovuto riguardo. Ma sicuramente quando arrivano i campioni del Papa si dà la precedenza perché stiamo parlando di una delle massime autorità al mondo».
Che tipo di precauzioni si adottano quando si analizza un reperto di Sua santità?
«C’è una procedura molto riservata quando si esegue l’analisi sul reperto. Subito dopo viene riconsegnato nelle mani del team che segue il Papa, non resta nei laboratori».
Perché?
«Si devono scongiurare eventuali furti da parte di chi potrebbe portare via con sé quella che potrebbe diventare una reliquia del pontefice. È un rischio che non si può correre. Tutto è improntato alla riservatezza e alla tutela dei dati che riguardano il pontefice».
Ci sono altre misure che vengono adottate?
«Sì. Una volta che si ha l’esito degli esami eseguiti, il percorso del referto è differente rispetto a quello di tutti gli altri pazienti. Viene scritto a mano su appositi moduli e consegnato a mano al team del Papa. È una procedura più veloce. Non viene inserito nei computer per motivi di sicurezza. Anche per papa Prevost è stato adottato un nome fittizio nei giorni scorsi, quando ha eseguito alcuni esami».
Lei ha attraversato la vita ospedaliera di tre Papi. Quali differenze ha notato negli anni?
«Sono stata assunta quando c’era papa Wojtyla. Con lui era tutto alla luce del sole. Il suo nome veniva registrato normalmente, il Gemelli era la sua seconda casa. Durante i suoi ricoveri si vedeva nei corridoi, andava anche nei reparti. Bergoglio era molto riservato e con lui iniziò la registrazione anonima, era un anagramma del suo nome e del suo cognome. Era molto discreto, ho il ricordo di una messa che venne a dire qui in cappella».
Ha avuto modo di incontrare oggi Leone XIV?
«No. Però oggi quando sono arrivata in ospedale ho visto il Papa entrare al Policlinico. È stato l’unico momento in cui mi sono mossa dal laboratorio».