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Diego De Silva: “Io ricoverato al Gemelli nel giorno di Prevost, sembra un concerto rock”

Diego De Silva, Italian writer, Milan, Italy, May 2013. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) 

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Lo scrittore racconta il suo arrivo all’ospedale tra transenne, parcheggio selvaggio, fedeli e paparazzi
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È possibile che, un martedì qualsiasi, l’ingresso di un ospedale diventi il botteghino di un concerto dei Måneskin? Che una fiumana di persone in buona salute occupi gli scivoli pedonali complicando il passaggio dei pazienti e si accalchi nel piazzale centrale dopo una lunga attesa alle transenne in modalità Concerto del Primo Maggio? Che ogni angolo del Policlinico sia presidiato da polizia e vigilanza interna? Che giornalisti e cameramen d’ogni parte del mondo vaghino nella folla come paparazzi al red carpet del festival del cinema di Venezia? Che i parcheggi esplodano? Che, nell’impazzimento della ricerca di un posto auto, aumenti esponenzialmente il numero dei sociopatici che si attaccano al clacson (“Cosa suoni, imbecille, lo vedi che siamo in coda?”).

Che dopo un…

È possibile che, un martedì qualsiasi, l’ingresso di un ospedale diventi il botteghino di un concerto dei Måneskin? Che una fiumana di persone in buona salute occupi gli scivoli pedonali complicando il passaggio dei pazienti e si accalchi nel piazzale centrale dopo una lunga attesa alle transenne in modalità Concerto del Primo Maggio? Che ogni angolo del Policlinico sia presidiato da polizia e vigilanza interna? Che giornalisti e cameramen d’ogni parte del mondo vaghino nella folla come paparazzi al red carpet del festival del cinema di Venezia? Che i parcheggi esplodano? Che, nell’impazzimento della ricerca di un posto auto, aumenti esponenzialmente il numero dei sociopatici che si attaccano al clacson (“Cosa suoni, imbecille, lo vedi che siamo in coda?”).

Che dopo un tour al limite della disperazione finisci per parcheggiare in un posto così ignoto che per raggiungere l’ingresso principale devi usare Google Maps o chiamare un taxi? Che nei corridoi dell’ospedale si respiri un’euforia anomala, televisiva, una curiosa accelerazione delle attività, una frenesia lieve che disorienta i pazienti e i familiari, tant’è che ogni tanto ne vedi uno che gira in cerchio come si fosse perso e muove la testa con spauriti scatti da uccello, oppure guarda instupidito le transenne issate fra la reception e l’imbocco dei corridoi che portano alle corsie domandandosi che accidenti ci faccia lì una transenna, e già che c’è s’interroga sul significato della parola “transenna”, che gli è venuta in automatico ma solo adesso si accorge di non ricordare in quale occasione l’ha imparata e realizza di non averla mai smontata (perché ogni tanto la pratica, quest’attività mica tanto normale di smontare le parole), e più ci riflette più quella parola si spezza in sillabe una più balorda dell’altra, e gli sembra oggettivamente assurda e arbitraria, allora prova a rimontarla ma è peggio, diventa ancora più insensata, e intanto si è mosso ma nella direzione sbagliata, come ha fatto, ha sempre saputo dove andare, conosce il Gemelli da un botto di anni, sta’ a vedere che adesso deve anche chiedere)? E sì (per rispondere a questa raffica di domande demenziali), tutto questo e anche altro è possibile, quando un ospedale, anche solo per un paio d’ore, diventa il set di uno studio televisivo; specie se il paziente d’onore è il pontefice.

Quando arrivo anch’io al Gemelli (e già “anch’io” mi fa ridere, come se godessi di luce riflessa), e mi trovo davanti la parata di forze dell’ordine e la folla dei fans, provo a chiedere sommessamente a un poliziotto già esausto cosa accidenti sia successo. “Circolare”, mi risponde quello come a dire che non sono affari miei, e mi ordina di entrare, manco stessi già intralciando il traffico (entrare dovevo entrare, ma sarei entrato anche se fossi stato solo di passaggio, dati i modi). Al che come un lampo mi raggiunge il ricordo recente di Leone XIV che annuncia il suo imminente ricovero alla fine dell’Angelus per un nodulo al polmone, e tutto torna. È una giornata particolare. Anche per me, che sono qui per un’aferesi (non ho nessuna voglia di spiegare cosa sia un’aferesi, altrimenti finisco come quello della transenna).

Il fatto è che — lo capisco dai varchi che si sono aperti nella folla — il Papa è già arrivato, a quest’ora sarà già nella sua stanza a prepararsi per l’intervento a cui si sottoporrà fra poco, e i fedeli, ancora tantissimi, stanno lasciando il set a blocchi. Mi sono perso l’uscita dal suv con i saluti e le benedizioni ai fedeli venuti in pellegrinaggio per il suo ricovero. Questa coincidenza parziale, questa sliding door fra me e Papa Prevost mi stira un sorriso sulle labbra. “Però” — mi dico — “manco a farlo apposta, vengo a ricoverarmi lo stesso giorno del Papa”. Che va be’, è un pensiero cretino, ma un po’ mi risolleva. Mi piace che il Papa sia entrato dalla mia stessa porta. Che faccia le mie stesse scale. Che prenda gli stessi ascensori. Che si consegni alle cure dei medici dell’ospedale che sa tutto di me, e mi tratta con il riguardo che riserva a qualsiasi malato, compreso il Papa. Che abbia informato il mondo del suo male alla fine dell’Angelus, offrendola lì come una notizia fra le altre, senza mediazioni, senza vergogna.

Allora salgo al mio reparto, faccio le scale come attraversassi la quinta di un teatro alla fine di uno spettacolo che non ho visto mentre gli attrezzisti smontano la scena, e mi scopro a pensare che nella stessa barca siamo tutti uguali. Poi un’infermiera di cui scorgo il sorriso anche dietro la mascherina mi accompagna al mio letto, e saluto il mio nuovo compagno di stanza.

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