La mamma del ragazzo della minicar: “Mio figlio pagherà ma non è un mostro. Chiedo scusa a Iacopini”
di Viola Giannoli«Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa». Parla di getto, la mamma di uno dei due ragazzi della minicar, il minorenne seduto sul lato del passeggero di quella macchinina nera che, ricercata per giorni, a Roma ha seminato in poche ore panico e dolore. «Quella minicar non è nostra, una minicar non possiamo permettercela, ma ricchi o poveri non ti salvi da quel che la vita ti sbatte in faccia. Mio figlio era su quell’auto, da martedì notte purtroppo lo so e ora dobbiamo farci i conti».
Lei lo aveva capito che uno dei due ragazzi fosse lui?
«Ho sperato fino all’ultimo che non fosse così, all’inizio non potevo immaginarlo. Poi ho cominciato a chiedergli: “Ma sei sicuro? Non c’entri niente?”. Lui negava e io gli ho creduto, che altro potevo fare? Poi ho smesso di dormire perché qualcosa mi sentivo».
Come mai, cos’è cambiato?
«Ho visto mio figlio diverso, l’ho visto piangere. Ieri notte l’ho vist…
«Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa». Parla di getto, la mamma di uno dei due ragazzi della minicar, il minorenne seduto sul lato del passeggero di quella macchinina nera che, ricercata per giorni, a Roma ha seminato in poche ore panico e dolore. «Quella minicar non è nostra, una minicar non possiamo permettercela, ma ricchi o poveri non ti salvi da quel che la vita ti sbatte in faccia. Mio figlio era su quell’auto, da martedì notte purtroppo lo so e ora dobbiamo farci i conti».
Lei lo aveva capito che uno dei due ragazzi fosse lui?
«Ho sperato fino all’ultimo che non fosse così, all’inizio non potevo immaginarlo. Poi ho cominciato a chiedergli: “Ma sei sicuro? Non c’entri niente?”. Lui negava e io gli ho creduto, che altro potevo fare? Poi ho smesso di dormire perché qualcosa mi sentivo».
Come mai, cos’è cambiato?
«Ho visto mio figlio diverso, l’ho visto piangere. Ieri notte l’ho visto vomitare. Si è portato, insieme al suo amico, un peso che non ha avuto il coraggio di raccontare. Ma io sono la madre: lo sentivo come respirava dentro. Ho chiamato la mamma dell’altro ragazzo, quello con la minicar, abbiamo iniziato a monitorare ogni passo. Fino all’altra notte».
Quando sono arrivati i carabinieri e la confessione.
«Siamo andate in caserma, siamo state noi a farli ammettere. Ho passato tutta la notte con lui, a parlargli, a capire. Mio figlio mi ha chiesto: “Si può credere che Dio faccia un miracolo? Io non lo so come si prega, aiutami a pregare per aiutare quell’uomo”».
Parlava di Davide Iacopini, la vittima più grave. I ragazzi sono accusati anche di altre cinque aggressioni, alcuni testimoni hanno parlato di bastoni.
«Non volevano dare nessuna bastonata, mio figlio mi ha raccontato che nelle loro intenzioni doveva essere uno scherzo: spaventare i passanti. Gli ho spiegato che uno scherzo smette di essere tale quando mette in pericolo un’altra persona. Non posso sapere tutto quello che è successo, posso soltanto riferire ciò che lui mi ha detto».
È vero che avrebbe perso una scarpa per sferrare un calcio a Iacopini?
«Mio figlio mi ha raccontato una dinamica diversa. Saranno gli investigatori ad accertare come siano andate realmente le cose. Io non ero lì e non intendo sostituirmi a chi deve fare chiarezza».
Nel verbale i ragazzi raccontano di aver levato a Iacopini una mano dal manubrio. Si sono fermati solo dopo quell’aggressione.
«Non dovevano farli quegli scherzi, non dovevano. In quel momento non hanno capito che fosse grave. Dopo aver letto cos’era successo, si sono terrorizzati».
Che ragazzo è suo figlio?
«Un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social. Ho cresciuto lui e suo fratello affrontando difficoltà enormi, cercando di trasmettere loro dei valori. La mattina esco alle 5 per andare a lavorare ma sono stata presente, li ho ripresi, ho combattuto contro i loro errori, anche quando sarebbe stato più semplice voltarmi dall’altra parte. Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo. Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro».
Adesso lui come sta?
«Piange in continuazione. Mi ha detto che ha sognato quel ragazzo, Iacopini, e sua madre».
A lei cosa vuole dire?
«Da madre, il mio pensiero va continuamente a lei. Non oso immaginare cosa stia vivendo. Non pretendo che comprenda il mio dolore, perché oggi il suo è immensamente più grande. Vorrei soltanto poterla incontrare e chiederle scusa. Senza cercare giustificazioni».
E a Iacopini?
«Vorrei che Davide tornasse alla sua vita. È questo che desidero più di ogni altra cosa. Spero di incontrarlo per chiedere scusa anche a lui».
A suo figlio invece cos’ha detto?
«Che dovrà affrontare le conseguenze delle sue azioni. Io non posso cancellare quello che è successo, ma posso continuare a educarlo, anche attraverso questo dolore. Perché essere madre non significa difendere sempre un figlio. A volte significa avere il coraggio di metterlo davanti alle proprie responsabilità».