Quando saranno a disposizione i risultati di tutti gli esami di Papa Leone, tra non molti giorni, i medici del policlinico Gemelli decideranno come procedere. Marcello Tiseo, ordinario di oncologia e primario all’ospedale di Parma, spiega quali sono le strade che potranno essere percorse. Prima di tutto bisogna sapere se l’adenocarcinoma è arrivato ai linfonodi oppure no. La risposta a questa domanda dà un indirizzo alle eventuali cure da intraprendere.
Professore, se i linfonodi non sono infiltrati dal tumore cosa succede di solito?
“Va visto lo stadio della malattia. Se è precoce, come sembra, e quindi se è al primo stadio e non c’è interessamento dei linfonodi, la chirurgia è l’atto risolutivo. Il paziente deve solo fare dei controlli nei mesi-anni successivi. Se però il tumore ha una caratteristica molecolare particolare, la mutazione del gene Egfr, si potrebbe anche fare una terapia biologica, costituita da una compressa al giorno per tre anni”.
Quando saranno a disposizione i risultati di tutti gli esami di Papa Leone, tra non molti giorni, i medici del policlinico Gemelli decideranno come procedere. Marcello Tiseo, ordinario di oncologia e primario all’ospedale di Parma, spiega quali sono le strade che potranno essere percorse. Prima di tutto bisogna sapere se l’adenocarcinoma è arrivato ai linfonodi oppure no. La risposta a questa domanda dà un indirizzo alle eventuali cure da intraprendere.
Professore, se i linfonodi non sono infiltrati dal tumore cosa succede di solito?
“Va visto lo stadio della malattia. Se è precoce, come sembra, e quindi se è al primo stadio e non c’è interessamento dei linfonodi, la chirurgia è l’atto risolutivo. Il paziente deve solo fare dei controlli nei mesi-anni successivi. Se però il tumore ha una caratteristica molecolare particolare, la mutazione del gene Egfr, si potrebbe anche fare una terapia biologica, costituita da una compressa al giorno per tre anni”.
E se invece nei linfonodi vengono trovate cellule tumorali?
“Nel caso specifico mi sembra poco probabile, ma comunque si aprirebbero tre scenari, a seconda sempre di quello che diranno gli esami, quello istologico e soprattutto quello immunoistochimico e molecolare. Vengono avviate quelle che sono definite terapie adiuvanti, perché hanno come obiettivo di ridurre in modo rilevante il rischio che la malattia si possa ripresentare, colpendo, ove fossero presenti, micro-metastasi non visibili con gli esami strumentali”.
Qual è la prima possibilità?
“Se c’è quella mutazione del gene Egfr di cui parlavo prima, che si riscontra nel 10-15% dei casi di adenocarcinoma, si fa la cosiddetta terapia target, che blocca il recettore mutato delle cellule tumorali. Si tratta di una terapia biologica che può anche essere proposta nel caso di mutazione del gene Alk, meno frequente perché riguarda circa 4-5% dei casi di adenocarcinoma. Queste terapie in senso preventivo sono disponibili da pochi anni. in questo caso il paziente deve prendere una pasticca tutti i giorni, se c’è la prima mutazione per tre anni, se c’è la seconda per due”.
Quali sono gli effetti collaterali legati alla terapia target?
“Si tratta di terapie solitamente ben tollerate. Ci possono essere diarrea e tossicità cutanea con il farmaco per la mutazione Egfr e disturbi gastrointestinali e gonfiore per l’altra”.
E il secondo tipo di trattamento?
“Si basa sull’immunoterapia, che stimola il sistema immunitario a combattere le cellule del cancro. Prima è necessario però fare tre o quattro cicli di chemio, una ogni 21 giorni. Dopo, se si trova un valore elevato di proteina Pdl1, che è quella che inattiva il sistema immunitario aprendo la strada al tumore, si può fare l’immunoterapia. Succede nel 25-30% dei casi di adenocarcinoma. Il farmaco blocca il Pdl1, facendo così aggredire il cancro dal sistema immunitario. Anche in questo caso si tratta di una terapia che si fa per endovena o sottocute, una volta ogni 21 giorni e per un anno. Può dare problemi di diarrea, alterazione della funzione tiroidea e prurito”.
Qual è invece la terza possibilità?
“Si tratta della chemioterapia, da fare sempre ogni 21 giorni e per quattro volte. Gli effetti collaterali sono il rischio dell’abbassamento delle difese immunitarie, la nausea, il vomito. La chemio dà un beneficio più modesto delle altre terapie, basta pensare che abbinandola all’immunoterapia la sua efficacia aumenta del 20%. E con la terapia target la risposta al tumore è ancora più efficace”.