È di notte che ci si avvicina all’abisso. È di notte che a cospetto dell’inatteso mostriamo ciò che siamo davvero. Senza alcuna messa in scena. Ancor di più se ci si trova a a ottomila metri, a un passo dalla vetta dell’Everest. Simone Moro, unico alpinista ad aver raggiunto, in inverno, quattro cime di 8mila metri, si è trovato in una notte al cospetto dell’inatteso. Era il 21 maggio del 2001. Venticinque anni fa.
Lei stava tentando con Denis Urubko l’ascesa del Lhotse e dell’Everest...
«A metà aprile eravamo al campo base dell’Everest. Volevamo fare questa scalata senza ossigeno e serviva un periodo di acclimatamento».
Che temperatura c’era?
«Saranno stati 30 gradi sottozero. Eravamo passati in un balzo da 6mila e 400metri direttamente a 8mila metri. Eravamo stanchi, avevamo lavorato un’ora per ricavarci una piazzola e mettere giù la tendina. Ci eravamo sciolti un po’ di neve per il brodo. Era l’imbrunire, volevamo andare a nanna e invece...».
Cosa è successo?
«Abbiamo sentito delle…
È di notte che ci si avvicina all’abisso. È di notte che a cospetto dell’inatteso mostriamo ciò che siamo davvero. Senza alcuna messa in scena. Ancor di più se ci si trova a a ottomila metri, a un passo dalla vetta dell’Everest. Simone Moro, unico alpinista ad aver raggiunto, in inverno, quattro cime di 8mila metri, si è trovato in una notte al cospetto dell’inatteso. Era il 21 maggio del 2001. Venticinque anni fa.
Lei stava tentando con Denis Urubko l’ascesa del Lhotse e dell’Everest...
«A metà aprile eravamo al campo base dell’Everest. Volevamo fare questa scalata senza ossigeno e serviva un periodo di acclimatamento».
Che temperatura c’era?
«Saranno stati 30 gradi sottozero. Eravamo passati in un balzo da 6mila e 400metri direttamente a 8mila metri. Eravamo stanchi, avevamo lavorato un’ora per ricavarci una piazzola e mettere giù la tendina. Ci eravamo sciolti un po’ di neve per il brodo. Era l’imbrunire, volevamo andare a nanna e invece...».
Cosa è successo?
«Abbiamo sentito delle grida, qualcuno chiedeva aiuto. Sono uscito subito. Un alpinista sotto di noi stava lentamente risalendo. Il suo compagno era caduto dalla vetta del Lhotse e lui aveva vagato per cercarlo. Lo aveva visto, era ancora vivo, ma era sfinito e non poteva soccorrerlo».
Lei quattro anni prima sull’Annapurna, nel giorno di Natale del 1997, aveva fatto un volo di 800 metri. Si era salvato, da solo, dopo giorni disperati. Sentendo quelle urla cosa ha provato?
«Onestamente non ho pensato neanche un secondo a rischi o convenienze. Mi è venuto automatico farmi spiegare dove fosse caduto il ragazzo per mettermi in marcia, nonostante stesse arrivando il buio e fossi senza ossigeno».
Cosa portò con sé?
«Solo la picozza, i ramponi e la mia volontà. C’erano anche altri alpinisti nelle loro tendine, ma tutti hanno detto “No, no, sicuramente è morto, non c’è niente da fare, è inutile andarlo a cercare al buio”».
E invece lei è partito e lo ha trovato. Quanto ci ha messo?
«Un bel po’ di ore. Non so... È che perdi la percezione del tempo. Stai solo attento a mettere il prossimo passo in modo sicuro per non scivolare nell’abisso. So solo che quando sono partito c’era ancora un po’ di luce. Per fortuna esiste un filmato di un’equipe del National Geographic statunitense che si trovava a 6mila e 400 metri e che ha ripreso le prime fasi di questa mia uscita solitaria».
Il ragazzo si chiamava Tom Moores. Come stava quando lo ha trovato?
«Sanguinava, ma tutto sommato non era messo male. Però aveva gli occhi sbarrati. Stava aspettando la morte e quando io sono arrivato, deve avere pensato che fossi un’allucinazione».
E invece lei era vero...
«Gli ho parlato, l’ho scosso un po’ per fargli capire che non ero né un miraggio, né un angelo, ma un uomo».
Come ha fatto a riportarlo indietro?
«Tom aveva perso anche un rampone ai piedi e non potevo sorreggerlo mettendomi sotto la sua ascella. Eravamo su una parete di ghiaccio inclinata a cinquanta-sessanta gradi. Se lui fosse scivolato avrebbe tirato giù anche me...».
Quindi?
«Ho dovuto sollevarlo di peso, lui metteva giù il piede solo dove c’era neve fresca».
Mentre tornavate che cosa gli diceva?
«Continuavo a esortarlo. Lui a un certo punto ha ripreso coscienza e ha cominciato a collaborare come poteva».
A che ora siete arrivati al campo base?
«Sarà stata mezzanotte o l’una. L’ho fatto entrare nella tendina e gli ho dato il mio sacco a pelo. Faceva freschino...».
E Tom, come ha recuperato il respiro?
«Ho chiesto se potevo prendere una bombola di ossigeno da un deposito lasciato da una spedizione commerciale. La barzelletta è che speravo di aver salvato un Lord inglese e invece mi è toccato pure pagargli la bombola di ossigeno! Alla fine son venuti a chiedere a me i duecento dollari».
E il giorno dopo?
«Lo abbiamo riportato giù al campo base con gli sherpa».
Dopo questa avventura lei ha rinunciato alla scalata. L’ha fatto per un ragazzo che neppure conosceva...
«Tom aveva diciannove anni. Da allora, tutti gli anni, il 21 maggio, mi scrive per dirmi: “Oggi ho un anno, oggi ho due anni, oggi ho tre anni”...».
E oggi?
«Oggi ha venticinque anni, vive a Chamonix, va ancora in montagna ma non fa più spedizioni. Io sono ben felice di aver perso una montagna in cambio della sua vita».
Quel salvataggio le è valso la Medaglia d’oro al valor civile. Gliela consegnò Carlo Azeglio Ciampi.
«È la più alta onorificenza della Repubblica italiana, è quasi sempre data alla memoria, penso a Falcone e Borsellino. Prenderla da vivo è non solo un onore ma anche una responsabilità... Ora mi tocca fare il bravo. E io ho un’indole da monello...».
Un’ultima cosa. Lei, Nives Meroi e Walter Bonatti venite tutti e tre da Bergamo e dalle Orobie. Ma che aria si respira lì?
«Le Orobie sono la parte meno antropizzata della Alpi, la più selvaggia. Qui siamo più un colpo d’accetta che un colpo di lima. Grezzi e molto tenaci. Poco Vip. Però in mezzo alla tempesta, non sopravvive chi è alla moda, ma chi è abituato a montagne poco inclini a seggiovie e skilift».