La scuola serve a istruire e formare i cittadini del futuro. Oppure: a sviluppare un pensiero critico. O ancora: a fornire gli strumenti per comprendere il mondo e partecipare alla vita collettiva. Chiunque sia stato adolescente se l’è sentito ripetere fino alla nausea.
Queste parole sembrano tanto belle e nobili, condivisibili e ispirate, fino a quando le si registra più come degli ideali, dei blandi imperativi morali, che delle pratiche reali. Nel momento stesso in cui dagli ideali si passa all’azione, eccoli a gran voce alzarsi i commenti: ma questi qui, non hanno da studiare? Pensassero a fare i compiti, invece di saltare scuola. Esiste anche la versione aggiornata, la variante rivolta ai giovani adulti: pensassero a trovarsi un lavoro, invece di protestare.
Scendere in piazza
Scendere in piazza, però, non significa certo perdere tempo, quanto piuttosto prendersi il tempo di partecipare alla vita collettiva: ed è questo che hanno fatto gli studenti italiani, che non vogliono essere cittadini del futuro ma cittadini nel presente, con il loro pensiero critico e i loro strumenti per comprendere il mondo. Lo hanno fatto reclamando a gran voce un ruolo attivo all’interno della società civile, interrogando apertamente una classe politica da cui non si sentono visti, ascoltati e legittimati. Non solo: lo hanno fatto in un momento storico in cui, in Italia, il dissenso è stato criminalizzato non solo a livello di discorso pubblico, ma con un decreto sicurezza che mira a scoraggiare la partecipazione alle manifestazioni. Un momento in cui chiunque scenda in piazza dà per scontata la possibilità di venire colpito dal getto gelido di un idrante aperto sulla folla, nel migliore dei casi. Un momento in cui circolano sui social le immagini di studenti minorenni che a Torino vengono arrestati e schedati dentro la scuola: sotto, si moltiplicano i commenti, “buttate le chiavi, i delinquenti non hanno età”. Difficile avere voglia di manifestare.
La partecipazione
E invece le manifestazioni ci sono state, e sono state tante, e sono state partecipate, a Torino, a Roma, a Milano, in tutta Italia: in piazza gli studenti sono scesi per parlare delle condizioni degli edifici in cui studiano, delle risorse (scarse) destinate all’istruzione, e per contestare un modello di scuola in cui non si riconoscono, a partire dal decreto legge che fissa il limite del 30 percento degli alunni stranieri in ogni classe fino alla riforma del 4+2 negli istituti tecnici e professionali. Quegli stessi studenti che nei giorni delle grandi manifestazioni in Francia venivano dileggiati sui social da creator che, cavalcando un trend virale, li dipingevano come passivi e privi di coraggio, e che da ieri invece vengono descritti come teppisti, nel peggiore dei casi, o illusi, nel migliore.
Ma cosa si chiede alle persone giovani di questo Paese? Di essere svegli sì, ma con moderazione. Di farsi sentire, ma senza alzare la voce. Di avere a cuore il loro futuro, ma solo se somiglia al futuro a cui, inevitabilmente, stiamo andando incontro.
Indicare la direzione
Nelle piazze d’Italia, invece, nello stesso giorno dello sciopero nazionale per il clima indetto da Fridays for Future, le persone giovani hanno portato una diversa idea di futuro. Hanno sfilato dietro gli striscioni con lo slogan “Soldi alla scuola, non alla guerra”: uno slogan che è un’idea di mondo alternativa a questa, uno slogan che si porta dentro tutta la radicalità e l’assolutezza degli slogan, che non è un programma politico ma è una direzione politica, perché la piazza è questo che fa, indicare una direzione, proporre una visione, fare delle domande difficili e pretendere delle risposte altrettanto difficili. Nel suo discorso di insediamento dell’ottobre 2022 la premier Meloni diceva che avrebbe provato un moto di simpatia per coloro che sarebbero scesi in piazza contro le politiche del suo governo, e spronava i ragazzi e le ragazze a essere liberi e appassionati. Ora, a ottobre 2026, vedremo se quella simpatia promessa basterà a non renderla sorda alle voci di protesta che si sono alzate forti in questi giorni.