Diritti delle donne, Sabina Belli: “La maternità è vista ancora quasi come una malattia”
di Giulia Boero«In molte famiglie si equipara ancora lo stipendio delle donne al costo che serve per coprire le spese della tata». Per Sabina Belli la maternità continua a essere trattata come qualcosa di sacrificabile, a casa come in ufficio. Senza asili, senza reti, tutto il peso della cura ricade sulle loro spalle. «Se le donne non lavorano è perché non possono, non perché non vogliono».
Dal 15 settembre Belli è presidente di Kering Italia, dopo undici anni alla guida di Pomellato. Oggi discute di congedi, parità salariale e di quella “maggioranza silenziosa” che preferisce girarsi dall’altra parte. «Sono bianca, istruita, nata in un Paese libero, non ho mai subito pregiudizi, ho potuto amare chi ho voluto e crescere i figli in una situazione confortevole», spiega. «Il minimo è prestare la voce a chi non si sente nemmeno legittimato a essere ascoltato».
Kering è tra i partner di ReWriters XS, la prima tappa marchigiana del festival sulla sostenibilità sociale diretto da Eugenia Romanelli, che dal…
«In molte famiglie si equipara ancora lo stipendio delle donne al costo che serve per coprire le spese della tata». Per Sabina Belli la maternità continua a essere trattata come qualcosa di sacrificabile, a casa come in ufficio. Senza asili, senza reti, tutto il peso della cura ricade sulle loro spalle. «Se le donne non lavorano è perché non possono, non perché non vogliono».
Dal 15 settembre Belli è presidente di Kering Italia, dopo undici anni alla guida di Pomellato. Oggi discute di congedi, parità salariale e di quella “maggioranza silenziosa” che preferisce girarsi dall’altra parte. «Sono bianca, istruita, nata in un Paese libero, non ho mai subito pregiudizi, ho potuto amare chi ho voluto e crescere i figli in una situazione confortevole», spiega. «Il minimo è prestare la voce a chi non si sente nemmeno legittimato a essere ascoltato».
Kering è tra i partner di ReWriters XS, la prima tappa marchigiana del festival sulla sostenibilità sociale diretto da Eugenia Romanelli, che dal 19 al 22 novembre torna a Roma per la sesta edizione.
In passato ha raccontato che dovremmo diventare tutti sentinelle sociali. Cosa intende?
«Vuol dire alzare la mano se al tavolo qualcuno fa battute maschiliste. Sono la sorella maggiore di un ragazzo con sindrome di Down: quando era piccolo la gente si girava a guardarlo per strada, nel cortile della scuola i bambini lo schernivano, difenderlo per me era naturale. È un meccanismo che ho poi ritrovato in molte altre occasioni. Stare zitti è più facile, la maggioranza silenziosa è più comoda, ma non è più tollerabile».
Da capo d’azienda si è esposta? «Quando ho preso la direzione di Pomellato ho fatto sapere in modo formale che c’era tolleranza zero verso linguaggi e comportamenti tossici. Anche chi avrebbe voluto fare la battuta ci ha pensato due volte. Ha funzionato perché il divieto era esplicito: le zone grigie tra tollerabile e intollerabile mi urtano». Sostiene che per garantire il diritto di carriera alle donne sia necessario ridefinire la maternità. Partiamo da come è vista oggi. «Quasi come una malattia. La donna sparisce dal lavoro per mesi e non la si può disturbare. Quando rientra ha un carico mentale e familiare più pesante, quindi è una risorsa meno disponibile e performante. Questa è la narrazione preponderante. E lo dico con onestà: da manager mi è capitato di pensare che tre ragazze incinte nello stesso team fossero un problema».
Come si cambia? «Riscrivendo la narrazione, a partire dalle donne stesse. Una cosa è dire “dal primo gennaio non mi vedete per cinque mesi”. Un’altra è dire “mi organizzo già da adesso, troviamo il modo perché questa notizia favolosa non diventi un peso”». Una responsabilità che sembra gravare solo sulla madre. Che ruolo hanno i padri in questa prospettiva?
«Nella coppia il lavoro sacrificabile è quasi sempre quello di lei. Il marito, che spesso guadagna un po’ di più, fa il calcolo: il tuo stipendio equivale a quello della tata, tanto vale che resti a casa. Invece si dovrebbero sommare i due stipendi e togliere da lì i soldi della tata. Il tetto di cristallo esiste, ma se non stacchiamo i piedi dal pavimento resteremo sempre schiacciate». Queste però sono dinamiche private. L’azienda cosa c’entra? «C’entra perché alla base vige il doppio standard». Cosa vuol dire? «Nessuno colpevolizza la cassiera o l’infermiera che lavora perché la famiglia ne ha bisogno. L’avvocata o la manager che sceglie di lavorare diventa quasi scabrosa, come se lasciasse i figli a una vita disastrosa mentre lei si diverte in ufficio». Secondo questa equazione quale sarebbe l’elefante nella stanza? Il congedo parentale obbligatorio? «Quella è una piccola goccia nell’oceano. Ma è anche vero che in Italia asili nidi e strutture sono insufficienti. Basta vedere cosa succede d’estate a una famiglia senza nonni. In Francia c’è il co-sitting, più famiglie dello stesso quartiere si dividono una tata. Qui non è nemmeno pensabile». Da presidente di Kering Italia siederà a tavoli con istituzioni e associazioni. Quali cambiamenti intende portare?
«Innanzitutto vorrei lavorare perché in ogni azienda viga la parità salariale a parità di competenze. Oggi in Italia è ancora un miraggio, anche ai primi livelli. Penso alla signora Rossi, entrata in azienda venticinque anni fa, che non ha mai osato chiedere un aumento. E al collega Bianchi, che ogni anno batteva il pugno sul tavolo. Dopo vent’anni il divario è irraggiungibile, e nelle risorse umane nessuno è mai andato a controllare». La responsabilità è delle donne o delle risorse umane?
«Facciamo fatica a parlare di soldi e a riconoscere il nostro merito: è la sindrome dell’impostore. Per anni una donna che chiedeva un aumento era guardata come un’avida, un’ingrata. E poi c’è il conto comune, dove tante versano tutto lo stipendio. Ma quanto torna a loro come patrimonio? Lui paga il mutuo e la macchina, intestati a lui. Lei la spesa e i pannolini. Se le cose vanno male, lei non ha niente da dimostrare». Perché insiste tanto sull’indipendenza economica?
«Perché una donna che lascia il lavoro per crescere i figli perde una parte fondamentale della sua libertà. E se arriva un divorzio? Se c’è violenza? Se non hai il primo centesimo per andartene, come fai? Per questo bisogna insegnare alle ragazze, fin da piccole, che studiare o imparare un mestiere, anche artigianale, è la prima porta verso l’indipendenza. Nel 2026 sento ancora madri che sperano che la figlia si sistemi con un bel matrimonio».
Cosa direbbe a una ragazza di vent’anni che vuole il suo posto e anche dei figli?
«Che bisogna volerlo davvero. Oggi è ancora una scelta fatta di compromessi: a volte sarai al compleanno dei tuoi figli, altre volte in una riunione importante. Io l’ho fatto molte volte e non sento di essere stata una cattiva madre. Le mie figlie ridono ancora pensando a quanto sarebbe un incubo, per me, sedermi sul tappeto la domenica pomeriggio a giocare a Monopoli. I conti, alla fine, li fai solo con te stessa».