Il superpoliziotto in ostaggio del caso Shalabayeva: domani il verdetto per Renato Cortese
di Alessandra ZinitiPiù di diecimila firme in calce alla petizione a suo sostegno, cinque cittadinanze onorarie nel frattempo conferitegli, una mobilitazione spontanea di comitati, associazioni, della società civile che lo ha sempre visto in prima linea nella trincea della lotta alla criminalità organizzata. E, per ultime, le eloquenti parole di Manfredi Borsellino, il figlio del giudice ucciso in via D’Amelio. «È davvero inverosimile che, in un Paese come il nostro, un servitore dello Stato come Renato Cortese rischi oggi di essere condannato al pari di delinquenti qualsiasi, che pure spesso non vanno incontro alle condanne che meriterebbero. Io ritengo che tutti i martedì dovremmo essere Renato Cortese».
L’appuntamento martedì in Cassazione
Tredici anni dopo, una vita e una carriera in ostaggio di un’inchiesta piena di contraddizioni, il superpoliziotto che ha messo le manette ai polsi di Bernardo Provenzano e molti altri boss di primo piano di mafia e ‘ndrangheta, domani aspetterà con il fiato sospeso…
Più di diecimila firme in calce alla petizione a suo sostegno, cinque cittadinanze onorarie nel frattempo conferitegli, una mobilitazione spontanea di comitati, associazioni, della società civile che lo ha sempre visto in prima linea nella trincea della lotta alla criminalità organizzata. E, per ultime, le eloquenti parole di Manfredi Borsellino, il figlio del giudice ucciso in via D’Amelio. «È davvero inverosimile che, in un Paese come il nostro, un servitore dello Stato come Renato Cortese rischi oggi di essere condannato al pari di delinquenti qualsiasi, che pure spesso non vanno incontro alle condanne che meriterebbero. Io ritengo che tutti i martedì dovremmo essere Renato Cortese».
L’appuntamento martedì in Cassazione
Tredici anni dopo, una vita e una carriera in ostaggio di un’inchiesta piena di contraddizioni, il superpoliziotto che ha messo le manette ai polsi di Bernardo Provenzano e molti altri boss di primo piano di mafia e ‘ndrangheta, domani aspetterà con il fiato sospeso il verdetto della Cassazione, chiamata ad esprimersi sul quarto verdetto fin qui emesso sul caso Shalabayeva: quello della Corte d’appello di Firenze che, a novembre 2025, ha condannato il prefetto Renato Cortese, oggi direttore centrale delle cosiddette Specialità della Polizia di Stato, a quattro anni di reclusione insieme ai colleghi Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma. Sequestro di persona, l’accusa rivolta ai funzionari di polizia che nel 2013 ebbero una parte nel rimpatrio in Kazakistan di Alma Shalabayeva, moglie dell’ex ministro Mukthar Ablyazov, e della figlia di sei anni.
ll mandato di cattura internazionale
Nel 2013 nei confronti di Ablyazov i giudici del Kazakistan avevano emesso un mandato di cattura internazionale. A maggio, le autorità di quel Paese segnalano la presenza a Roma dell’uomo. Ablyazov però nel frattempo ha ottenuto lo status di rifugiato in Francia e ha già lasciato l’Italia, circostanza che però non risulta nella banca dati dell’Interpol. Cortese, all’epoca capo della squadra mobile di Roma, si muove dunque sulla base di una cosiddetta “red notice”, quella che segnala la presenza di un ricercato internazionale, e guida un blitz in una villa di Casalpalocco alle porte di Roma dove però trova solo la moglie e la bambina. Alma Shalabayeva fornisce false generalità e mostra un passaporto falso. Finisce così davanti al giudice di pace che firma un decreto di espulsione. Nel giro di 48 ore la donna e la bambina vengono riconsegnate al Kazakistan e rimpatriare su un aereo privato.
Un’operazione lampo che non ha tenuto in considerazione la concessione dell’asilo alla donna e alla bambina che pure ne avrebbero avuto diritto anche se Alma Shalabayeva non ha dichiarato le sue vere generalità.
Un presunto “delitto” senza mandanti
Parte dunque l’inchiesta che apre subito il primo fondamentale interrogativo. Da chi è partito l’input del blitz a Casalpalocco? Semplice iniziativa dei funzionari. Tornando a ritroso si arriva al Viminale, allora guidato da Angelino Alfano. È lì che le autorità del Kazakistan vanno a bussare per chiedere l’arresto del latitante. Questura, Procura, giudici, si ripassa tutto l’iter che in sole 48 ore permette di consegnare al Kazakistan una donna e una bambina ma poi, come spesso accade, le responsabilità ai livelli più alti non vengono mai individuate e il cerino resta in mano a chi è stato chiamato ad eseguire gli ordini.
L’altalena di verdetti
L’inchiesta acefala porta dunque alla sbarra Cortese, Improta (che all’epoca dei fatti guidava l’ufficio immigrazione della questura di Roma) e altri tre funzionari. In primo grado, a Perugia, il tribunale decide per la colpevolezza degli imputati, verdetto ribaltato in appello. Ma la Cassazione annulla e ordina un nuovo processo, questa volta a Firenze. E qui, nonostante la richiesta di assoluzione della stessa Procura generale, la Corte d’appello a sorpresa ripristina il primo verdetto di colpevolezza, optando per la tesi di un «piano definito» che prevedeva appunto la consegna di Shalabayeva al Kazakistan, eseguita in tutta fretta con una serie di «anomalie procedurali».
La difesa: “Non c’è prova di alcun piano”
Domani sarà di nuovo la Cassazione a doversi pronunciare. Secondo il ricorso dei legali di Cortese, Franco Coppi e Cesare Placanica, «manca la prova dell’esistenza di un accordo iniziale sull’ideazione e la programmazione criminosa». Insomma, non esiste alcuna prova che i funzionari volessero sequestrare la donna e la figlia. Cortese, Improta e gli altri – è la tesi difensiva fatta propria nell’ultimo processo anche dalla pubblica accusa –agirono esclusivamente come imponeva loro la situazione di apparente illegalità della presenza della donna in Italia e sulla base delle conoscenze del caso che avevano in quel momento. Se mai qualcuno,a maggio 2013, aveva intenzione di rispondere così alle pressioni del Kazakistan eventualmente bisognava cercarlo ai piani alti del Viminale dove, meno di due mesi dopo, consegnò le sue dimissioni Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto del ministro Angelino Alfano. Fu lui ad incontrare l’ambasciatore kazako in Italia che aveva dato indicazioni sulla presenza di Ablyazov a Roma. «Ho informato il ministro di tutto», disse. Ma Alfano lo scaricò negando di aver mai saputo nulla della vicenda.