Ricina, Locatelli: “Dagli ospedali diverse richieste di analisi. Non era mai successo”
di Alessandra ZinitiNon era mai successo. Da quando ricina è diventata una parola quasi familiare nel lessico di mezza Italia, al centro antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia, sono cominciate ad arrivare richieste di analisi.
“È successo che, davanti a casi diciamo strani o particolarmente complessi, diversi ospedali si sono rivolti a noi richiedendo di verificare la presenza di ricina nei campioni di sangue prelevati. Saranno stati quattro o cinque casi in sei mesi, possono non sembrare tanti. Per fortuna non c’era niente del genere. Ma posso assicurare che in 34 anni che dirigo questo centro non era mai capitato”.
Professore Carlo Locatelli, siete stati voi nel marzo scorso, dopo migliaia di tentativi alla ricerca della tossina giusta, a scoprire la ricina nel sangue di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita, e dunque a far partire un’indagine per duplice omicidio. Cosa succede ora? Psicosi da ricina?
“Psicosi non direi. A noi si rivolgono medici e noi eseguiamo questo tipo di analisi, per…
Non era mai successo. Da quando ricina è diventata una parola quasi familiare nel lessico di mezza Italia, al centro antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia, sono cominciate ad arrivare richieste di analisi.
“È successo che, davanti a casi diciamo strani o particolarmente complessi, diversi ospedali si sono rivolti a noi richiedendo di verificare la presenza di ricina nei campioni di sangue prelevati. Saranno stati quattro o cinque casi in sei mesi, possono non sembrare tanti. Per fortuna non c’era niente del genere. Ma posso assicurare che in 34 anni che dirigo questo centro non era mai capitato”.
Professore Carlo Locatelli, siete stati voi nel marzo scorso, dopo migliaia di tentativi alla ricerca della tossina giusta, a scoprire la ricina nel sangue di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita, e dunque a far partire un’indagine per duplice omicidio. Cosa succede ora? Psicosi da ricina?
“Psicosi non direi. A noi si rivolgono medici e noi eseguiamo questo tipo di analisi, per altro assai complesse, solo se il quadro clinico lo richiede. Però è un fatto che non posso non rilevare, figlio probabilmente anche dell’enorme clamore mediatico di questa vicenda. Dobbiamo stare molto attenti a parlare di ricina. Qui si rischia di dare un pericoloso suggerimento ai criminali oltre al fattore emulazione. Senza contare poi che sono mesi che sento falsità di ogni genere sull’argomento”.
A cosa si riferisce?
“Ovviamente parlo soltanto dell’aspetto di mia competenza e non delle indagini che la Procura di Larino e la squadra mobile di Campobasso stanno conducendo con grandissima professionalità. Ma quando, ad esempio, sento raccontare della presunta facilità a ricavare un veleno fai-da-te dalla pianta del ricino, addirittura di una sorta di prova che avremmo fatto qui alla presenza degli inquirenti per dimostrare come ricavare agevolmente in modo artigianale questo veleno così micidiale, mi arrabbio davvero. Non esiste, bisogna avere delle competenze specifiche, è un lavoro scientifico assai complesso. Sicuramente nessuno ha mai fatto una prova del genere e io, che pure sono un medico, non sarei minimamente capace di ricavare il veleno dai semi della pianta. Far passare questo messaggio è molto pericoloso”.
Quando avete scoperto la ricina nel sangue delle due donne, avete trovato una quantità assai elevata, è stato detto assai di più della quantità letale. Secondo lei, chi ha avvelenato Antonella e Sara poteva conoscere la dose necessaria per ucciderle?
“Anche questa è una falsità assoluta. Ho sentito anche io questa affermazione, credo fatta da alcuni avvocati dei medici sotto indagine. Ma chi è che sa qual è la dose di ricina mortale? Questo caso è il primo in assoluto, non esiste alcun raffronto possibile. E persino nel sangue delle stesse vittime abbiamo avuto rilevazioni totalmente diverse, pre-mortem e post-mortem”.
Ci spieghi meglio.
“Le nostre analisi alla ricerca di un possibile veleno sono state fatte su campioni di sangue prelevati in momenti diversi: in ospedale a Campobasso durante il ricovero delle due donne e poi dopo la loro morte in sede di autopsia. Ed è venuto fuori, ad esempio, che nel campione prelevato ad Antonella Di Ielsi prima della morte la quantità di ricina era assai inferiore a quella rilevata dopo la sua morte. Ora, escludendo che qualcuno le abbia somministrato ricina in ospedale, probabilmente i due valori diversi sono spiegabili con una diversa distribuzione del veleno nel sangue post-mortem. Sono cose tecniche ma servono per dire che, ad oggi, non esistono evidenze scientifiche per dire che la quantità del veleno nel sangue è tanta o poca o se la ricina è stata somministrata una sola volta o due”.
Ma in passato voi avete trattato altri casi di intossicazione da ricina, riuscendo a salvare la vita delle persone. Come è possibile se il veleno non ha antidoto?
“I casi precedenti che abbiamo trattato avevano tutti un’anamnesi che ha consentito di adottare le azioni giuste e di effettuare una decontaminazione del paziente quando ancora non aveva assorbito tanto veleno”.
Come si è arrivati a coinvolgere in questa indagine gli esperti del Robert Koch Institute di Berlino e cosa possiamo aspettarci da loro?
“L’iniziativa è stata dell’Ambasciata tedesca, è arrivata una richiesta di collaborazione scientifica, ci siamo parlati per un’intera giornata e abbiamo condiviso l’opportunità di far effettuare a loro, che non sono medici ma laboratoristi, le analisi sugli alimenti e sugli ambienti che non sono di nostra competenza. Loro, che sono specializzati anche in contrasto al bioterrorismo, sono in grado di scovare anche microquantità di tossine negli ambienti. Non sono in grado di dire se e cosa potrà venire fuori dal loro lavoro”.
Professore, sono passati dieci mesi e ancora non si riesce a mettere un punto fermo in questa indagine. Sembra un delitto perfetto.
”Noi non seguiamo mai l’evoluzione dei casi. Ne apprendiamo eventuali sviluppi magari mesi o anni dopo dai mass-media. A livello umano, naturalmente, non posso che sperare che gli inquirenti arrivino alla verità. Ma mi permetta di dire che, provando a mettermi nei panni di chi è rimasto in vita di questa famiglia, non so davvero come mi sentirei. Fino a prova contraria sono persone che stanno soffrendo e io, da medico, soffro per loro”.