La memoria del mare in una conchiglia di 200 anni: sul guscio i segni del cambiamento climatico
di Giulia BoeroPrima dei termometri, c’era la conchiglia. Il guscio di un mollusco gigante vissuto sulla Grande Barriera Corallina australiana tra il 1785 e il 1827 ha conservato per circa trent’anni la temperatura dell’acqua e le piogge, prima che le attività umane iniziassero a scaldare il pianeta, negli anni in cui in Europa cadeva l’Ancien Régime e Napoleone conquistava e perdeva un impero. A leggerlo è stato un gruppo di ricercatori delle università di Melbourne e James Cook, in uno studio pubblicato a settembre su Global and Planetary Change.
La protagonista è una Tridacna gigas raccolta nel 2015, il bivalve più grande del mondo, che può superare il metro di lunghezza e i 230 chili di peso (quella studiata misura 58 centimetri). Sono molluschi che cres…
Prima dei termometri, c’era la conchiglia. Il guscio di un mollusco gigante vissuto sulla Grande Barriera Corallina australiana tra il 1785 e il 1827 ha conservato per circa trent’anni la temperatura dell’acqua e le piogge, prima che le attività umane iniziassero a scaldare il pianeta, negli anni in cui in Europa cadeva l’Ancien Régime e Napoleone conquistava e perdeva un impero. A leggerlo è stato un gruppo di ricercatori delle università di Melbourne e James Cook, in uno studio pubblicato a settembre su Global and Planetary Change.
La protagonista è una Tridacna gigas raccolta nel 2015, il bivalve più grande del mondo, che può superare il metro di lunghezza e i 230 chili di peso (quella studiata misura 58 centimetri). Sono molluschi che crescono in fretta e registrano tutto: l’alternanza tra giorno e notte lascia nel guscio linee microscopiche, le stagioni bande più larghe, come gli anelli di un albero ma con una precisione quotidiana. Al microscopio i ricercatori ne hanno contate circa 10.900, quanti sono i giorni in trent’anni. Poi, con un micro-trapano, hanno prelevato 784 campioni di polvere lungo il guscio e ne hanno misurato gli isotopi dell’ossigeno, che dipendono dalla temperatura dell’acqua, e quelli del carbonio, legati alle piogge.
Il risultato è una ricostruzione mese per mese di un mare che nessuno strumento ha mai potuto misurare. In media più fresco di 0,6-0,9 gradi rispetto a quello registrato nella stessa laguna tra il 1995 e il 2015 (una differenza che d’estate arriva a 0,9-1,2 gradi, mentre in inverno raggiunge livelli simili a quelli odierni). E le stagioni delle piogge erano più marcate. La temperatura oscillava con cicli regolari di due-tre anni, il segno di El Niño e La Niña, le due fasi opposte del “respiro” del Pacifico.
C’è però un dettaglio che rende la scoperta ancora più eloquente. Per capire quanto fosse più fresco il mare due secoli fa, i ricercatori hanno dovuto confrontarlo con l’unico termine di paragone disponibile: vent’anni di misure, dal 1995 al 2015, raccolte da una stazione nella laguna di Jiigurru, il gruppo di isole che i cartografi europei chiamano Lizard Island, a pochi metri dal punto in cui è stata trovata la conchiglia. Nessuno prima, in quella laguna, aveva mai messo un termometro in acqua con continuità. In quei vent’anni, però, il riscaldamento era già in corso da tempo. E da allora la Barriera settentrionale, dove si trova Lizard Island, è stata tra le aree più colpite dalle ondate di calore marine e dagli sbiancamenti di massa dei coralli. Insomma, la distanza tra il mare della tridacna e quello di oggi è quindi più ampia di quanto dicano i numeri dello studio.
L’impossibilità di avere antecedenti al riscaldamento dei mari, è un problema che gli scienziati conoscono bene e che ha un nome: “sindrome della linea di base mobile”. Il termine è stato coniato nel 1995 dal biologo marino Daniel Pauly, che aveva notato come ogni generazione di ricercatori misurasse il declino dei mari a partire da come li aveva trovati a inizio carriera, senza sapere quanto fossero già impoveriti. Vale per gli scienziati, che hanno dati solo per gli ultimi decenni, e vale ancora di più per tutti noi. Nel 2019 uno studio dell’Università della California a Davis, basato su oltre due miliardi di post sul meteo, ha stimato che tendiamo a giudicare “normale” il clima degli ultimi 2-8 anni: un caldo eccezionale che si ripete smette presto di fare notizia.
Lo stesso accade con le medie ufficiali. Quando sentiamo che il mare è “sopra la media”, di solito il riferimento è il trentennio 1991-2020, già circa 0,9 gradi più caldo dell’epoca preindustriale. Così anche il Mediterraneo di quest’anno, che a giugno ha toccato una media record di 24,3 gradi, con il 98 per cento della superficie colpito da ondate di calore marine nel primo semestre, ci appare anomalo rispetto a un metro che si è già spostato. Il 29 giugno, tra il Golfo del Leone, il mar Ligure e il Tirreno, l’acqua era circa 6 gradi più calda del normale. Un normale in cui c’è già dentro il caldo degli ultimi trent’anni.