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Caso Shalabayeva, la Cassazione annulla in parte la condanna e dispone un nuovo processo di appello

La prima sezione penale della Corte ha sposato le richieste del sostituto procuratore generale e, dopo 13 anni, ha ordinato un nuovo procedimento
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Condanna annullata ma solo in parte e nuovo processo d'appello. La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha sposato le richieste del sostituto procuratore generale e, dopo 13 anni, ha ordinato un nuovo processo sul caso Shalabayeva.

I cinque poliziotti, tra cui il prefetto Renato Cortese, condannati a novembre scorso a quattro anni di reclusione dai giudici d'appello di Firenze non possono essere ritenuti colpevoli del reato di sequestro di persona ma solo per Alma Shalabayeva, in quanto il reato è prescritto.

Il nuovo processo, limitatamente all'ipotesi di reato di sequestro di persona, nei confronti della figlia di Shalabayeva, si terrà davanti ad una nuova sezione della corte d'appello.

La richiesta

Era stato il sostituto procuratore generale martedì a chiedere l’annullamento della sentenza di condanna senza rinvio a un nuovo processo peril sequestro e l’ annullamento ma con rinvio ad un'altra corte d'appello per il sequestro della figlia di sei anni.

Tutti e cinque i pol…

Condanna annullata ma solo in parte e nuovo processo d'appello. La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha sposato le richieste del sostituto procuratore generale e, dopo 13 anni, ha ordinato un nuovo processo sul caso Shalabayeva.

I cinque poliziotti, tra cui il prefetto Renato Cortese, condannati a novembre scorso a quattro anni di reclusione dai giudici d'appello di Firenze non possono essere ritenuti colpevoli del reato di sequestro di persona ma solo per Alma Shalabayeva, in quanto il reato è prescritto.

Il nuovo processo, limitatamente all'ipotesi di reato di sequestro di persona, nei confronti della figlia di Shalabayeva, si terrà davanti ad una nuova sezione della corte d'appello.

La richiesta

Era stato il sostituto procuratore generale martedì a chiedere l’annullamento della sentenza di condanna senza rinvio a un nuovo processo peril sequestro e l’ annullamento ma con rinvio ad un'altra corte d'appello per il sequestro della figlia di sei anni.

Tutti e cinque i poliziotti imputati, tra cui il prefetto Renato Cortese ( all’epoca dei fatti capo della squadra mobile di Roma), erano stati condannati dopo un’altalena di verdetti durata tredici anni.

La vicenda

Nel 2013 nei confronti dell’ex ministro Ablyazov i giudici del Kazakistan avevano emesso un mandato di cattura internazionale. A maggio, le autorità di quel Paese segnalano la presenza a Roma dell’uomo. Ablyazov però nel frattempo ha ottenuto lo status di rifugiato in Francia e ha già lasciato l’Italia, circostanza che però non risulta nella banca dati dell’Interpol. Cortese, all’epoca capo della squadra mobile di Roma, si muove dunque sulla base di una cosiddetta “red notice”, quella che segnala la presenza di un ricercato internazionale, e guida un blitz in una villa di Casalpalocco alle porte di Roma dove però trova solo la moglie e la bambina. Alma Shalabayeva fornisce false generalità e mostra un passaporto falso. Finisce così davanti al giudice di pace che firma un decreto di espulsione. Nel giro di 48 ore la donna e la bambina vengono riconsegnate al Kazakistan e rimpatriare su un aereo privato.

Un’operazione lampo che non ha tenuto in considerazione la concessione dell’asilo alla donna e alla bambina che pure ne avrebbero avuto diritto anche se Alma Shalabayeva non ha dichiarato le sue vere generalità.

Un presunto “delitto” senza mandanti

Parte dunque l’inchiesta che apre subito il primo fondamentale interrogativo. Da chi è partito l’input del blitz a Casalpalocco? Semplice iniziativa dei funzionari. Tornando a ritroso si arriva al Viminale, allora guidato da Angelino Alfano. È lì che le autorità del Kazakistan vanno a bussare per chiedere l’arresto del latitante. Questura, Procura, giudici, si ripassa tutto l’iter che in sole 48 ore permette di consegnare al Kazakistan una donna e una bambina ma poi, come spesso accade, le responsabilità ai livelli più alti non vengono mai individuate e il cerino resta in mano a chi è stato chiamato ad eseguire gli ordini.

L’altalena di verdetti

L’inchiesta acefala porta dunque alla sbarra Cortese, Improta (che all’epoca dei fatti guidava l’ufficio immigrazione della questura di Roma) e altri tre funzionari. In primo grado, a Perugia, il tribunale decide per la colpevolezza degli imputati, verdetto ribaltato in appello. Ma la Cassazione annulla e ordina un nuovo processo, questa volta a Firenze. E qui, nonostante la richiesta di assoluzione della stessa Procura generale, la Corte d’appello a sorpresa ripristina il primo verdetto di colpevolezza, optando per la tesi di un “piano definito” che prevedeva appunto la consegna di Shalabayeva al Kazakistan, eseguita in tutta fretta con una serie di “anomalie procedurali”.

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