È nelle ore notturne che il cielo svela la luminosità dei corpi celesti e ci ricorda che abitiamo in una galassia. Che partecipiamo alla vita misteriosa dell’universo. È di notte che sogniamo di viaggiare nello spazio e andare lontano. Amalia Ercoli-Finzi, scienziata e ingegnera spaziale, nel novembre del 2014 è riuscita a “toccare” una cometa distante dalla Terra più di cinquecento milioni di chilometri.
L’avventura tutta europea di Rosetta doveva iniziare a gennaio 2003: spedire una sonda su una cometa per studiarne i componenti. A bordo c’era il suo strumento, un trapano spaziale studiato apposta per riuscire a estrarre il materiale dal corpo celeste. Eravate a Darmstadt. Pensavate di osservare il lancio di Ariane 5. E invece?
«Ci aspettavamo il conto alla rovescia e il lancio, e invece quel giorno Ariane 5 non venne fatto partire per il fallimento di un volo precedente. Non ci avevano neppure avvertiti. Ci siamo rimasti male».
Comunque poi Rosetta, il 2 marzo del 2004, è stata lan…
È nelle ore notturne che il cielo svela la luminosità dei corpi celesti e ci ricorda che abitiamo in una galassia. Che partecipiamo alla vita misteriosa dell’universo. È di notte che sogniamo di viaggiare nello spazio e andare lontano. Amalia Ercoli-Finzi, scienziata e ingegnera spaziale, nel novembre del 2014 è riuscita a “toccare” una cometa distante dalla Terra più di cinquecento milioni di chilometri.
L’avventura tutta europea di Rosetta doveva iniziare a gennaio 2003: spedire una sonda su una cometa per studiarne i componenti. A bordo c’era il suo strumento, un trapano spaziale studiato apposta per riuscire a estrarre il materiale dal corpo celeste. Eravate a Darmstadt. Pensavate di osservare il lancio di Ariane 5. E invece?
«Ci aspettavamo il conto alla rovescia e il lancio, e invece quel giorno Ariane 5 non venne fatto partire per il fallimento di un volo precedente. Non ci avevano neppure avvertiti. Ci siamo rimasti male».
Comunque poi Rosetta, il 2 marzo del 2004, è stata lanciata dal Centro Spaziale della Guyana a Kourou. Il viaggio per raggiungere la cometa è stato lungo e complesso. Le risorse energetiche limitate, tanto che sette anni dopo il lancio, l’8 giugno del 2011 la sonda venne “ibernata”...
«Eravamo oltre l’orbita di Giove, lontani dal Sole e non c’era energia. Spegnemmo tutta la strumentazione per trentuno mesi. Nessun messaggio venne più scambiato con la sonda».
Poi, dopo quasi tre anni, rimetteste in moto gli strumenti. Era il 20 gennaio del 2014. Come si sveglia una sonda?
«Si trattava di mandare un segnale che colpisse il veicolo spaziale. La probabilità di riuscirci era bassissima. Avevo solo un’ora di tempo, poi sarebbe stato fuori portata».
Quella fu una notte dei miracoli. Lei dove si trovava?
«Ero al centro spaziale di Tolosa da dove si comunica con l’antenna per lo spazio profondo in Australia. Ovviamente laggiù lavorano quando da noi si dorme...».
Lì erano le dieci del mattino, a Tolosa le tre di notte...
«Avevo la mia brandina, il computer acceso. Ho mandato il messaggio all’antenna. Poi da lì, è stato inviato nello spazio. È arrivato a Rosetta dopo ventotto minuti. E poi, altri ventotto minuti per tornare indietro».
Una lunga attesa...
«A un certo punto, ho visto sullo schermo la risposta scritta: “Ready!”. Erano le parole di Rosetta. Un’emozione fortissima».
Undici mesi dopo “l’accometaggio”. Il lander Philae doveva staccarsi da Rosetta e poggiarsi sulla superficie della cometa. Era il pomeriggio del 12 novembre del 2014. Lei era a Darmstadt al centro dell’Esa. Che atmosfera c’era?
«Eravamo tutti in un enorme salone dove avevo ritrovato tanta gente che non vedevo da tempo. Eravamo lì con il cuore in gola. C’era anche Klim Čurjumov, l’astronomo che nel 1969 aveva scoperto, insieme alla collega Gerasminko, la cometa che stavamo inseguendo».
È vero che durante l’attesa lei si è messa a pregare?
«Eh, sì, è vero: “Padreterno, noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo, adesso tocca a te”. Ho detto proprio così».
Un gesto inconsueto all’Esa... reazioni?
«Ah, no! Mica mi sono fatta vedere! Mi sono nascosta in un angolo».
Alle 17, dopo sette ore, Philae “accometò”...
«Una cosa meravigliosa, c’erano tante bottiglie di champagne per festeggiare. Poi però, a mano a mano che passavano i minuti, l’entusiasmo ha iniziato a calare. Sentivo che c’era qualcosa che non andava».
Per due ore il lander si è messo a fare acrobazie...
«Dopo avere toccato la cometa, è rimbalzato a una velocità elevatissima, di soli quattro centimetri al secondo inferiore alla velocità di fuga. Sarebbe bastato pochissimo e lo avremmo perso. Verso le sette era di nuovo fermo sulla cometa. Fermo, ma in un crepaccio».
Allora lei si è precipitata a Colonia, al Centro europeo per gli astronauti dove è arrivata a sera inoltrata. L’aspettava il suo team. Decideste di lavorare con l’energia che restava nella batteria principale. Quanto tempo avevate?
«Solo 62 ore. Poi Philae si sarebbe spento. Mettemmo in moto il trapano per prelevare il materiale. Sul lander c’era un laboratorio minuscolo con piccoli fornetti, di un centimetro cubo per un centimetro cubo. Poi da lì sono partiti i risultati verso Terra».
Un po’ come quando riceviamo per email i risultati delle analisi del sangue...
«Proprio così. Mezz’ora prima che finisse l’energia abbiamo avuto tutti i risultati. Mi sono messa a piangere. Una collega dell’Esa mi ha pure rimproverato: “Eh, no, Amalia, adesso no”».
Cosa si prova a toccare una cometa?
«Dentro le comete c’è un materiale primordiale di quattro miliardi e mezzo di anni. Noi tutti proveniamo da lì».
Dopo quel giorno di novembre, Rosetta ha continuato a girare intorno alla cometa e inviato foto alla Terra. Avete mai più rivisto Philae?
«Per due anni non è mai apparso. Pensavo di dover dirgli addio senza mai più vederlo. Invece la sera del 2 settembre 2016, nel pacco delle fotografie, verso le nove di sera, in una immagine, una nostra collega dell’Esa, ha intravisto qualcosa in un angolo. Proprio lì c’era Philae, tutto malmesso. Si vedeva un puntino bianco. Quel puntino bianco era la testa del mio piccolo trapano spaziale».