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Cesare Cremonini: “Il successo, che bellissimo errore. Adesso sogno una vita”

Cesare Cremonini all’O2 Shepherd’s Bush Empire di Londra durante l’evento di presentazione del suo nuovo album di inediti “Amateur” (foto: Greg Williams) 

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L’artista si racconta: “Preferisco portare la mia musica in un altro luogo. È il primo passo per liberarmi di una farsa che non mi interessa più”
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Gli chiedi del dolore, ti porta in Vaticano: «Sono andato a vedere la prima Pietà di Michelangelo. Quando viene presentata, Michelangelo si nasconde per ascoltare cosa dice il pubblico: è giovanissimo, non è famoso, non è conosciuto e la gente ipotizza che la scultura sia opera di un altro. Allora lui si offende e incide il suo nome sopra la stola che attraversa il petto della Vergine Maria. Si definisce. Si firma. Dopo cinquant’anni ripropone la stessa opera e quella è già scomposta: Michelangelo ha iniziato a sottrarre, a togliere ciò che è inutile a partire dal suo nome. Poi ne fa una terza, in punto di morte: la Madonna quasi non si riconosce, della bellezza resta solo il dolore che per chi crea è una vera, gioiosissima fonte di ispirazione. La vita serve a riscriverlo perché per un artista il dolore, proprio come la felicità, è tutto da rivelare ed ha a che fare con la scoperta di sé e con il desiderio di migliorarsi. All’inizio il dolore è mischiato alla vanità. Poi questa pian…

Gli chiedi del dolore, ti porta in Vaticano: «Sono andato a vedere la prima Pietà di Michelangelo. Quando viene presentata, Michelangelo si nasconde per ascoltare cosa dice il pubblico: è giovanissimo, non è famoso, non è conosciuto e la gente ipotizza che la scultura sia opera di un altro. Allora lui si offende e incide il suo nome sopra la stola che attraversa il petto della Vergine Maria. Si definisce. Si firma. Dopo cinquant’anni ripropone la stessa opera e quella è già scomposta: Michelangelo ha iniziato a sottrarre, a togliere ciò che è inutile a partire dal suo nome. Poi ne fa una terza, in punto di morte: la Madonna quasi non si riconosce, della bellezza resta solo il dolore che per chi crea è una vera, gioiosissima fonte di ispirazione. La vita serve a riscriverlo perché per un artista il dolore, proprio come la felicità, è tutto da rivelare ed ha a che fare con la scoperta di sé e con il desiderio di migliorarsi. All’inizio il dolore è mischiato alla vanità. Poi questa pian piano scema, il senso di vuoto e di fallimento che ti ha spinto a crearti problemi che non puoi risolvere evapora e l’artista vero, quel dolore, lo sperimenta solo a fine carriera. È un punto di arrivo non un punto di partenza. È l’ultima istanza, l’ultima pagina del libro che scrivi, riuscire a sublimarlo è una lunga strada». A 46 anni, Cesare Cremonini ha capito che non esiste rivoluzione che non parta dall’onestà nei confronti di sé stessi. È troppo spiritoso per tentare paragoni: «Sono Cesare Cremonini, non certo un letterato, ma il livello si è talmente abbassato che persino io che sono un ignorante sembro una persona colta. Non lo trova molto ingiusto nei miei confronti?». Scolpisce frasi che spiazzano, infiamma paradossi, ride spesso, sembra essersi scrollato di dosso qualsiasi paura e forse pensa che le creazioni siano diverse pur somigliandosi tutte. Si può andare per musei, accendersi o spegnersi come le sigarette che nella luce grigia affratellano un interno giorno e l’autunno bolognese che oltre le finestre lascia foglie per terra e butta acqua dal cielo, guardare senza enfasi il rosso della Vespa spiaggiata in salotto a bordo della quale i sogni trovarono una loro strada: «è proprio quella» e ragionare sui chilometri percorsi dai tempi in cui il motore del 2000 non si era ancora messo in moto e c’era solo un esordio con un titolo strano da festeggiare. Il disco di oggi, Amateur, il decimo, dista quasi tre decenni sulla mappa della vita e somiglia alla libertà allegra degli inizi, all’anarchia, alla frontiera, al west. Cremonini ha ripreso a esplorare il mondo a cavallo, in un viaggio che non sembra organizzato: «Amateur è la scultura in cui la vanità è meno presente e in cui io sono più nudo e più disarmato perché scrivendolo sono stato attento solamente a quel che sentivo».

Carmelo Bene dice che la vera arte passa solo dalla distruzione del soggetto e dei codici: dall’assenza e dal vuoto.

«Soprattutto per uno che rappresenta l’artistucolo borghesotto di cui parla Bene. «Maledetti quattrinacci» scrive e sembra disegnare proprio quelli come me. Il linguaggio che usa per smontare il senso di quello che gli artisti, me per primo, incarnano, è straordinario. Amateur è il primo passo per liberarmi di quel tipo di farsa alla quale non è che non sia più disposto a concedermi, ma della quale sono sazio. Voglio portare la musica in un altro luogo».

Perché si definisce artistucolo borghesotto?

«Ne ho tutti i vizi e le virtù. Sono un artista della musica che ha sempre considerato la canzonetta una forma d’arte molto importante, portavoce di delitti interiori di varia natura. Il mio compito, in relazione all’horror vacui di un foglio bianco, in questi anni ha rappresentato una pena dolorosissima nella quale mi sono crogiolato scrivendo canzoni e nuotando in una bolla di elevazione dello spirito più o meno fasulla. Amateur è un album che segna un radicale cambio di prospettiva e oggi mi sento perdonato da Bene perché se rivedo tutta la mia produzione, all’improvviso, i miei lavori precedenti mi sembrano ora errori necessari per sentirmi al primo passo. Sono sempre stato un amateur, un autodidatta e i miei progetti sono sempre stati artigianali e naïf fin dalle copertine. Ho imparato e fatto sempre di testa mia, ho scritto i dischi per me e non per il pubblico e fino a un certo punto sono quasi sempre andati male».

Poi?

«Poi avendo seminato molto ho raccolto, forse immeritatamente, tantissimo. E arrivato all’apice di questo percorso ho deciso che mettere in discussione tutto sarebbe stato più interessante che continuare a sfruttare il successo ottenuto».

In che modo?

«Togliendo me stesso per ritrovare la bellezza. Il nome sui dischi è lo stesso, ma sicuramente non c’è la stessa persona dentro».

Amateur è un vaffanculo a tutto ciò che c’è stato prima?

«È un gestaccio, come quello di Gassman ne Il sorpasso. L'idea è volere arrivare fino al ciglio del burrone, fino alla curva del Romito. Io sono lì».

E non ha paura di cadere?

«È solo un film, come sono un film tutte le parabole artistiche. Prenda De Gregori, uno che proprio come Dalla, io considero un artista inarrivabile. Sta decostruendo sé stesso e si sta burlando del concetto di carriera perché stare vicino alla musica lo stimola più del rumore che le balla intorno. Accadde anche a Gaber. Lasciò il successo televisivo per andare nei teatri. I primi sono mezzi vuoti, ma a lui non importa perché della vita da star milanese, del successo, delle macchine di lusso non ne può più. Inizia a riparlare ai giovani e ritrova la verità e l’umanità che non evidentemente non aveva smarrito».

Cremonini sul palco dell’O2 Shepherd’s Bush Empire di Londra (foto: Mark Hilton) 

Per spogliarsi degli abiti indossati fino al giorno prima ci vuole coraggio.

«Infatti ho molta paura, come credo l’avesse Gaber a cui ovviamente non oso paragonarmi. La mia sfida sarà trovare un modo di non rinnegare il salto, di non trovare compromessi e di scommettere veramente su questo nuovo inizio per trasformare il gestaccio in qualcosa di costruttivo e soprattutto di collettivo. Con Amateur non interpreto soltanto una volontà di autodistruzione o di sabotaggio di quel che ho fatto fino ad ora. Io sento che è il momento di cambiare e se lo sento io vuol dire che lo possono sentire anche molte altre persone. E cerco quello. Cerco un abbraccio, cerco condivisione. Vorrei che il disco fosse una scoperta per me e quindi anche per il pubblico: con l’aiuto delle canzoni, divertendoci, dobbiamo capirci qualcosa insieme».

È reduce da una tournée in cui non sembrava gli abbracci mancassero.

«Credo che ci si possa sentire soli fino a morire dentro uno stadio anche quando sei circondato da 80 mila persone, ma hai la netta percezione che sia più importante il tuo nome rispetto a quello che stai facendo. In quel momento ho provato una solitudine tremenda. Ho pensato a Woody Allen che suona un clarinetto in un piccolo bar di New York, al mio sassofono, all’idea che tra qualche anno, chi impugnerà ancora uno strumento sarà guardato come un alieno. Ci ho pensato e ho provato un senso di liberazione. In quel momento ho iniziato a virare verso una direzione che mi ha portato a immaginare Amateur. Viviamo in un mondo di visibilità e di status, continuiamo a vedere tour megalomani di cui nessuno, nemmeno nel mio ambiente, sa esattamente che canzoni stiano proponendo gli artisti. I dischi non contano più niente perché tutto è basato sulla celebrazione faraonica del nome e del brand. Volevo provare a cambiare questa inerzia. Rimettere questo disco e la musica al centro del discorso. Lasciare che guidassero loro e non l’involucro. Una volta, a un mio collega molto importante che fa grandi tour, ho domandato: “perché metti una maglietta con il tuo nome quando tutti sanno chi sei?”».

Cosa le ha risposto?

«“La gente viene a vedere il mio nome, non il concerto. Non comprano le mie canzoni, comprano me”». Io mi sentirei solo come un cane in quella condizione e sono sicuro che prima o poi questo sistema crollerà perché anche se economicamente funziona ancora benissimo, umanamente non funziona più. Quando sarò un po' più vecchio diventerò uno di quegli artisti italiani che si muoverà fuori dal sistema discografico anche se non ho nessuna intenzione di farlo crollare. Però per quale motivo la vita deve essere tutta una ricerca di crescita del proprio status? Quando moriremo non credo che porteremo i dischi di platino con noi».

Quando dice umanamente insostenibile cosa intende?

«Il panorama musicale italiano in questo momento è fatto di grandi nomi, grandi numeri, grandi incassi e successi persino epocali. L'industria musicale è una delle pochissime realtà del mondo dell'intrattenimento italiano la cui filiera economica è ai vertici europei. Ormai ci interessa soltanto l'evento gigantesco. Però, parlando con i miei colleghi che hanno sfruttato questo meccanismo proprio come l’ho sfruttato io, non vedo la felicità».

Amateur è una maniera per ritrovarla?

«L'idea è ritrovare una gioia senza obiettivi, senza strategia, senza pensare a ciò che arriverà. Sarà mediaticamente importante? Sembra di no perché a nessuno interessano più queste cose, però se un grande nome prova a cambiare questa rotta secondo me esiste la possibilità di creare un'alternativa in primis per sè stessi e poi per gli altri».

Cremonini sul palco dell’O2 Shepherd’s Bush Empire di Londra (foto: Mark Hilton) 

Presentando il disco a Londra e giocando con l’esorcismo ha detto che Amateur rischia di essere il più grande flop della sua carriera.

«In questo momento, lo dico senza presunzione, in Italia non esiste un suono del genere e tra i discografici, terrorizzati dalla dittatura dell’algoritmo che mi dicono “veniamo da un grande successo, come facciamo?” non c'è nessuno che pensa che possa funzionare».

E a lei non importa niente?

«Ma se la mia carriera finisse domani e mi ritrovassi a suonare il sassofono in un localino, andrei più lontano o più vicino alla musica? L’inizio di questo viaggio sarà più difficile del solito e nella testa i parametri ancora si confondono, però è questo disco che mi sta insegnando cosa devo capire e guardare. Ho costruito il mio castello e ci ho messo le cose che mi servono e adesso, anche se andare ad abitarci mi spaventa, non posso più tirarmi indietro, non posso più ribellarmi a quel che ho creato. Ho fatto ciò che desideravo, ciò che sentivo e quindi va bene così».

È un processo solitario che rischia di lasciarla solo?

«Nei miti greci il suonatore della lira era rappresentato oltre il fiume della città, emarginato e pure vedovo. Certo che è un processo molto solitario perché quando togli l’ambizione o l’obiettivo il rischio è di restare soli. Tutti i miei dischi precedenti li avevano chiari: Uno l’ho scritto perché volevo dimostrare di essere bravo, uno perché volevo sbandierare di essere un cantautore, uno perché volevo si sapesse che per me la musica anglosassone era un riferimento importante, uno per andare negli stadi, eccetera eccetera, eccetera. Amateur invece non ha nessuna ambizione, se non quella di cambiare il mondo, ma questa è un'ambizione così buffa e così sciocca, che non si può neanche citare».

Dove sta ciò che le interessa scoprire?

«Nel posto in cui non sai, in cui ignori, in cui ti muovi alla cieca: pensi alla bellezza di Bob Dylan. Gli chiedono: “ma tu come hai fatto a scrivere quei capolavori? Chi eri?” e lui risponde “ho scritto di ciò che non sapevo, era un atto più mistico che realista. Come potevo sapere quello di cui parlavo?”. Se l'artista stesso non sa di cosa sta parlando è perché sta scoprendo qualcosa. Non fa caricature e non è una caricatura».

Perché per lei è così difficile accontentarsi?

«Forse perché mi annoio terribilmente, forse perché non trovo serenità nelle piccole cose o forse perché la musica risale veramente all'inizio della mia vita. La prima canzone che ho ascoltato è Acqua azzurra acqua chiara, la seconda La donna cannone, la terza Generale. Ho scoperto che ero solo un bambino le qualità della musica, la sua magia, la capacità di trasportare le persone altrove, vestirle di nuove cose e dare loro una seconda, una quinta, una decima possibilità. Credo che oggi la musica per me possa diventare qualcosa che non avendo più dentro di sé una sfida così corrotta dal mio ego e dalla mia ambizione possa lasciare spazio ad altre avventure molto più difficili e interessanti di una carriera: costruire una famiglia, pensare a dei figli e al futuro, sognare di avere una vita, ad esempio, una cosa che fino ad ora non mi sono mai concesso. Per cui sto cercando un posto per la musica, per poterla salvaguardare e allo stesso tempo stabilizzarla nella mia esistenza in una maniera sana che possa essere a lungo termine, ma che mi lasci anche lo spazio di creare qualcosa di ancora più rock. Non può esserci solo la carriera e non può assorbire tutto».

In Disturbo mentale canta “So farmi del male dottore, a volte ho paura di me”. Quanto è autobiografico?

«Il disco è tutto autobiografico però è la prima volta che parlo così esplicitamente del disagio mentale e di cosa significhi vivere in una famiglia nella quale questa cosa esiste. “Sembrano le fiamme dell'inferno” è un modo molto esplicito per descrivere la psicosi. È un disco fantasioso, ma con un linguaggio molto diretto. Meno ricamato del solito, sicuramente. Sono sempre stato un grande ricamatore di parole e sono diventato famoso per Vorrei, cioè per un educatissimo borghese condizionale».

La forma è importante?

«Era importante, ma molto presto tornerà ad esserlo più che mai. L’intelligenza artificiale aspetta le nostre domande e la qualità con cui le porremo farà la differenza tra chi la saprà usare e chi rischia di esserne manipolato. Quindi la cura e lo studio della parola torneranno fondamentali».

Le parole sono importanti?

«A forza di ripeterlo ho capito che questa storia è una gran fregatura e anche una non irrilevante rottura di coglioni. Le parole sono importanti, ma forse sarebbe meglio capirle perché se nessuno è più capace di capirle le parole diventano niente».

A lei qualcuno chiede ancora “come stai”?

«Questa è una domanda strana, anzi molto strana. Lei me lo sta chiedendo veramente o me lo chiede per ragioni giornalistiche?».

Io non glielo chiedo, le domando se sono gli altri a farlo.

«Ma chi se ne frega di come sto. Non me ne importa niente neanche a me di come sto. Allora, io stamattina mi sono svegliato disperato. Ma posso riderci sopra. È importante cosa scrivo. Non sono triste quando sono triste, non sono disperato quando sono disperato e non sono felice quando sono felice».

Cosa conta davvero allora?

«Conta a cosa serve ciò che provo, cosa riesce a significare per gli altri e cosa poi torna a me attraverso di loro. La purezza di un sentimento si rivela nell’incontro con il prossimo».

Quando scrive in tre mesi 12 canzoni nuove come sta?

«Come il giocatore di calcio che ha fatto 25 gol: in estasi. La relazione fra un capocannoniere e uno scrittore di canzoni non è molto diversa, anche metaforicamente. La rete è lì che ti aspetta ed è molto difficile riuscire a mettere la palla dentro. Il foglio bianco è lì che ti aspetta ed è molto difficile riempirlo di cose che abbiano un significato».

Dice Victor Hugo che il successo è una cosa lurida perché la sua falsa somiglianza con il merito inganna gli uomini.

«Il successo è un incidente fra alcune auto che a un incrocio hanno avuto l’ardire e l’incoscienza di passare col rosso. È un concetto illegale e anche sbagliato. Nessun incidente accadrebbe mai se tutti facessero sempre le cose giuste. Quindi questo crash fra la cultura, la moda, la tua determinazione, ciò che vuoi e ciò di cui gli altri hanno bisogno produce un bellissimo errore che è lì e agita la curiosità prima che, passata la sbornia, subentri l’indifferenza e tutto torni come prima».

Ha mai pensato che poteva non esserci niente di tutto questo?

«Non riesco a immaginarmi la mia vita senza suonare perché è iniziato tutto troppo presto. Però sono ancora in tempo a distruggere tutto». (Ride)

In "Acrobati” raccontava di sentirsi sempre in sospeso.

«Sono ancora orgogliosamente acrobata e soprattutto non penso che sia interessante uno spettacolo con le reti di protezione».

Imparare a suonare il sassofono da zero è proprio una cosa da amateur?

«Sì. Un giorno in una stanza di un negozio musicale di Bologna ho avvertito la stessa sensazione che provai la prima volta che presi una lezione di pianoforte a sei anni. Mi ricordo questa luce della finestra che illuminava lo strumento e questo tempo sospeso nel quale non c'era nient'altro intorno. Il primo suono, con le mie mani sopra la tastiera, non lo non dimenticherò mai. Sembrava una carezza materna. L’ho ritrovata alla fine di un periodo estremamente buio in cui l'amore mi aveva distrutto o io mi ero lasciato distruggere dall'amore, non lo so, e quando ho preso in mano il sassofono, il negoziante, che poi è diventato il mio maestro e anche un musicista nel tour, mi ha detto non devi spingere, questo è uno strumento a fiato, devi far fluire l'aria. Io ho emesso la prima nota e la prima nota era bella. Il sassofono è la riproduzione meccanica, fisica, del tuo apparato respiratorio, della tua laringe, della tua faringe, delle tue corde vocali. Quindi in fin dei conti è una voce. Il disco è nato grazie a questo strumento che mi ha ricordato che io non so bene cosa sono bravo a fare, ma sicuramente sono bravo a imparare».

De Gregori dice che l’amore insegna, ma non si fa imparare.

«In Amateur non c’è una sola canzone che non parli d’amore. Non molto tempo fa ho avuto un incidente sentimentale e l’incidente non è stato tanto ciò che mi è accaduto nella relazione, ma che alla fine della stessa, banalmente, semplicemente, non ho avuto modo di spiegarmi. Non poterlo fare mi ha destabilizzato perché la parola ci serve a riorganizzare l'inconscio e soprattutto a creare un terreno condiviso per andare avanti. La crudeltà di togliermi la parola mi ha ridotto in cenere perché mi ha lasciato solo con le mie colpe, con i miei errori e con la mia verità. Quindi non avendo più nulla da difendere di fronte a me stesso: la carriera, l'immagine di me riflessa negli altri, il successo ottenuto, i numeri o gli stadi pieni, ho dovuto per forza ricostruire davvero qualcosa di me. E questo qualcosa non poteva che essere il disco di un amatore: la ripartenza da zero di me come persona».

Chi è il vero amateur?

«È quel morto che non sa più morire e non può più morire. È quel morto che non può essere accompagnato all’inferno perché è talmente tanto attaccato all'amore per qualcosa: un sassofono, una donna o un'idea che non soccomberà mai».

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