La prof di Milano: “La colpa è di noi adulti, questi ragazzi vanno capiti”
Si chiama Paola Filetti, per venticinque anni è stata insegnante «in una scuola difficile» della periferia di Milano, poi ha deciso di cambiare lavoro. All’ora di pranzo cammina lungo corso Buones Aires, una delle vie dello shopping di Milano, con un cartello al collo. C’è scritto: «Per favore, nessuno deve farsi del male». Firmato: «La mamma». Lei, che di figli ne ha tre, «però grandi», racconta: «Voglio che nessuno si faccia del male, né tra le forze dell’ordine né fra i ragazzi». La devastazione dello scorso weekend «è colpa degli adulti. Ho provato tanto dolore quando ho visto le immagini, e anche tanta frustrazione per non aver ascoltato bene i ragazzi. Che futuro hanno? Le disuguaglianze diventano sempre più grandi ed è colpa nostra, assolutamente. Penso che anche la scuola sia da modificare. Sono totalmente dalla parte dei giovani. Bisogna protestare, è un diritto civico, ci vuole un cambiamento. Però la…
La prof di Milano: “La colpa è di noi adulti, questi ragazzi vanno capiti”
Si chiama Paola Filetti, per venticinque anni è stata insegnante «in una scuola difficile» della periferia di Milano, poi ha deciso di cambiare lavoro. All’ora di pranzo cammina lungo corso Buones Aires, una delle vie dello shopping di Milano, con un cartello al collo. C’è scritto: «Per favore, nessuno deve farsi del male». Firmato: «La mamma». Lei, che di figli ne ha tre, «però grandi», racconta: «Voglio che nessuno si faccia del male, né tra le forze dell’ordine né fra i ragazzi». La devastazione dello scorso weekend «è colpa degli adulti. Ho provato tanto dolore quando ho visto le immagini, e anche tanta frustrazione per non aver ascoltato bene i ragazzi. Che futuro hanno? Le disuguaglianze diventano sempre più grandi ed è colpa nostra, assolutamente. Penso che anche la scuola sia da modificare. Sono totalmente dalla parte dei giovani. Bisogna protestare, è un diritto civico, ci vuole un cambiamento. Però la violenza no. Gridare sì, la violenza mai». E continua a camminare col suo cartello, fino a piazzale Loreto. Passa davanti alle camionette dei carabinieri, della polizia, dei parà, spediti per l’occasione in una città blindata e spaventata. (Rosario Di Raimondo)
La mamma di Torino: “Abbassate le armi, sono qui per sostenere mio figlio”
«Qui ci sono mamme, papà e ragazzi che potrebbero essere i vostri figli». Elisa, 50 anni, è tra i genitori che ieri a Torino si sono rivolti ai poliziotti schierati sotto i portici di piazza Castello, davanti all’imbocco di via Po, per chiedere di lasciar passare i manifestanti. Il suo appello agli agenti è diretto: «Non chiudete le piazze, abbassate le armi e lasciate che i ragazzi manifestino». Elisa non era sola in piazza ma con suo figlio: «Ha 20 anni e sta partecipando al corteo». Lei, educatrice, ha scelto di essere presente per portare un messaggio di pace. «Sono venuta qui per sostenere la battaglia di mio figlio con totale serenità». Davanti alla linea degli agenti, Elisa cerca di parlare direttamente a chi è chiamato a gestire l’ordine pubblico. «Anche i poliziotti sono lavoratori, come noi. Dovrebbero capire chi protesta e stare dalla parte delle persone, non contribuire ad aumentare la tensione». Per lei, impedire il passaggio rischia di esasperare gli animi, mentre molti dei giovani in piazza vogliono soltanto manifestare. «Se chiudete le piazze, la tensione aumenta e finisce che scoppiano gli scontri. Ma questi ragazzi sono qui per protestare pacificamente». (Mattia Aimola)
La coppia di Bologna: “Il disagio riguarda tutti, vogliamo avere una vita dignitosa”
«Sono venuta a vedere chi sono questi terribili maranza», dice Marilena Francavilla, 60 anni, in piazza Maggiore insieme al marito Francesco Fiore, anni 63. E chi sono? «Ho visto tante persone, di diversi tipi, di tutte le età - la risposta -. Le ragioni di questa protesta sono giuste, è un disagio che riguarda tutti. Arrivare a fine mese è diventato difficile anche con due contratti a tempo determinato, figuriamoci per gli altri». Sulle violenze dice: «Mi sembra ci siano tante cose che stanno degenerando e nessuno dice nulla, invece ci indigniamo per una vetrina rotta: povera vetrina. Ma sono altre le cose per cui dovremmo indignarci: per esempio la casa che non è più un diritto, a Bologna, il lavoro per cui ti devi sempre accontentare. E se non lo fai sei uno scansafatiche». Hanno due figli di 26 e 30 anni, «e vivono anche loro la precarietà di non avere delle prospettive». Tutti sono preoccupati della questione climatica, in famiglia: «Anche quella alla fine è sempre una questione di ricchi e poveri». Ecco perché, concludono mentre sta per partire il corteo, «se quelli che non hanno la possibilità di avere una vita dignitosa si arrabbiano fanno solo bene. Solo che poi si parla solo della violenza e si perdono le ragioni della protesta. Invece bisogna trovare il modo di far sentire la propria voce». (Caterina Giusberti)
Lo studente di Roma: “Siamo arrabbiati, azioni forti se non ci ascoltano”
L’epoca dei cortei pacifici è finita. Non siamo stati mai ascoltati. Ora inizia quella delle azioni forti». Come forzare i tornelli del Colosseo e invadere il monumento simbolo di Roma. Antonio Leone Nitti, 18 anni, è uno studente del Plinio, liceo scientifico a poche centinaia di metri dalla stazione Termini. C’era anche lui ieri al corteo degli studenti, partito da piazza della Repubblica qualche ora dopo rispetto a quello dell’Asse antimperialista, che chiede la fine della guerra. «Abbiamo risposto alla chiamata social del Movimento 17 ottobre — spiega — e quando non abbiamo ricevuto informazioni sulle piazze, ci siamo accordati tra noi studenti». Liceali e universitari hanno quindi tentato di partire in corteo lungo viale degli Annibaldi, dove sono stati respinti della polizia. Poi il corteo si è spostato lungo i Fori Imperiali. Fino all’irruzione al Colosseo. «Un’azione forte, come lo saranno anche le prossime: siamo arrabbiati, vogliamo che ci ascoltino», aggiunge il 18enne, che ieri ha sfilato fino a sera contro «un governo che si concentra contro guerra e riarmo, dimenticandosi di finanziare scuola e sanità». Farà lo stesso, annuncia, «il 20 novembre, in occasione dello sciopero europeo». (Valentina Lupia)
Il negoziante di Firenze: “Sono con loro, anche noi colpiti dalla crisi”
Manifesta anche per me… abbi cura di questo negozio”, dice un cartello apparso su una vetrina nel centro storico di Firenze. È il messaggio di Hicham Benmbarek, imprenditore marocchino, 45 anni, arrivato in Italia da bambino, da quindici anni con il cuore donato da un ragazzo italiano (da qui il nome dei suoi negozi Benheart). Il messaggio lo ha voluto sui suoi punti vendita di Firenze: in via Calzaiuoli e via della Vigna Nuova. «L’ho fatto per cercare un confronto con chi manifesta - spiega - il caro vita colpisce tutti, anche me, la mia attività, e i miei ragazzi». Nove dipendenti a Firenze, trenta in totale compresi i negozi di Milano, Bologna e Roma. «Tutti aperti nel giorno del corteo», assicura nella strada dei pannelli di legno sulle vetrine del lusso e i negozi chiusi. «Protestare è legittimo - sottolinea Benmbarek - l’importante è farlo nel rispetto della città, delle persone e del lavoro di tutti». Poi aggiunge: «Il governo deve intervenire e non invitare semplicemente ad adeguarsi. Anch’io voglio un futuro migliore, una sanità che curi, una scuola che dia opportunità e istituzioni che ci ascoltino». Nel testo si parla di lavoro da difendere, di sacrifici e responsabilità. Infine, conclude: “Tutti dobbiamo fare la nostra parte, ma sempre nel rispetto reciproco e nella civile convivenza”. (Antonio Lenoci)
Il vigilante di Bari: “Giusto manifestare, dalle piazze stimoli al governo”
Si è fatto tutto il turno, dalle 10 alle 20.30, davanti a Victoria’s Secret, negozio di intimo in via Sparano, nel cuore dello shopping barese. Pronto a intervenire in caso di disordini che, però, non ci sono stati. Umberto Decenvirale ha sessant’anni e più della metà l’ha trascorsa nell’esercito, da cui si è congedato quattro anni fa dopo essere stato in Libano, Bosnia e Afghanistan. «Scendere in piazza è giusto - dice - Sono sempre stato a favore. Perché chi lo fa aiuta a orientare meglio le decisioni di chi governa. Naturalmente è necessario contenere le manifestazioni nelle modalità civili e nel rispetto delle regole. Il senso civico deve sempre prevalere». Niente a che vedere con i suoi ricordi di militare: «Arrivai nel 2020 in Libano, quando fu ucciso il generale Qasem Soleimani. C’erano manifestazioni di protesta in tutta Beirut, la città era completamente bloccata».A Bari, invece, tutto liscio ieri: «C’è stato giusto qualche momento di tensione. Alcuni commercianti, temendo derive violente della manifestazione, come a Milano, si è barricato nel negozio. Ma alla fine è stata una manifestazione pacifica, che si è contenuta entro i limiti. Evviva la democrazia».(Davide Carlucci)