ROMA – “Alle 18 comincia il giudizio universale!” annunciava una voce stentorea dal cielo sopra Napoli in un film di Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini, nel 1961. Ventitré anni prima, alle 20 del 30 ottobre 1938 un’altra voce, quella di Orson Welles, proveniente dagli studi radiofonici della Cbs, dava notizia che intelligenze più grandi di quella dell’uomo, dopo averlo studiato per anni, avevano invaso il pianeta, partendo dalla cittadina di Grovers Mill, nel New Jersey. Ieri, in tutte le principali città italiane, l’arrivo del pandemonio è stato fissato alle 14 e 30 attraverso proclami anonimi rimbalzati in diverse chat su internet.
Quasi contemporaneamente, il ministro della Difesa inglese, Wes Streeting, ha previsto attacchi informatici di non meglio specificata provenienza, che potrebbero riportare indietro ben più dell’ora solare la vita come la conosciamo adesso, invitando a munirsi di una specie di kit del passato (contanti, rubriche cartacee, radio FM a batteria o, …
ROMA – “Alle 18 comincia il giudizio universale!” annunciava una voce stentorea dal cielo sopra Napoli in un film di Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini, nel 1961. Ventitré anni prima, alle 20 del 30 ottobre 1938 un’altra voce, quella di Orson Welles, proveniente dagli studi radiofonici della Cbs, dava notizia che intelligenze più grandi di quella dell’uomo, dopo averlo studiato per anni, avevano invaso il pianeta, partendo dalla cittadina di Grovers Mill, nel New Jersey. Ieri, in tutte le principali città italiane, l’arrivo del pandemonio è stato fissato alle 14 e 30 attraverso proclami anonimi rimbalzati in diverse chat su internet.
Quasi contemporaneamente, il ministro della Difesa inglese, Wes Streeting, ha previsto attacchi informatici di non meglio specificata provenienza, che potrebbero riportare indietro ben più dell’ora solare la vita come la conosciamo adesso, invitando a munirsi di una specie di kit del passato (contanti, rubriche cartacee, radio FM a batteria o, addirittura a manovella).
Gli allarmi funzionano sempre: più sono indeterminati e più funzionano. Basta una data, una prospettiva, che da improbabile diventa possibile nel giro di poco e certa quando la paura prende il sopravvento sulla razionalità. A quel punto le esistenze vengono messe in pausa, in attesa dell’evento programmato non si sa da chi. Le piazze vengono blindate, le vetrine sbarrate, le tapparelle abbassate, le comunicazioni ridotte all’indispensabile, i supermercati (in alcune zone già sprovvisti per altri motivi) svuotati, facendo incetta (come ai tempi del Covid) di acqua e cibi in scatola. Vite sospese, in attesa di un finale che dall’immaginario traslochi nel reale.
Per molti i ragazzi che dalle periferie minacciano l’assalto ai centri cittadini sono come gli extraterrestri di Orson Welles (in realtà di H.G. Wells): sconosciuti venuti da lontano per scatenare l’autentica guerra dei mondi, quello tranquillo in cui ci si muove tra abitudini, riti e moderate infelicità e quello tumultuoso che esprime bisogni indistinti e desideri sfacciati. Se neppure loro sanno dare un nome preciso, una configurazione di qualche genere, una sigla almeno al loro disagio e alle loro richieste, come potrebbero gli altri capirli? Se il loro slogan che evoca le tenebre è il frutto della fantasia pasticciona di un infiltrato, come possono essere catalogati?
La declinazione politica, quella la si comprende, là dove viene esplicitata: i tumulti francesi, black lives matters, gli ombrelli di Hong Kong. Ma questi, chi li manda? Davvero un free-lance di trent’anni? Ho sentito un azzimato signore di centro-sinistra proclamare non senza lucidità all’ora dell’aperitivo (la stessa peraltro del giudizio universale): “Il mandante è la pubblicità delle sneakers”. È davvero così? È quell’ambizione gratificata dall’apparenza e non dalla sostanza a smuovere gli ingranaggi del caos?
Il disagio esiste, le risposte concrete non ancora. Meno comprendiamo e più temiamo. Nessuno dà un volto a quegli attentatori che dovrebbero far saltare la nostra rete di contatti, i metodi di pagamento, la quotidianità data per scontata. Un tempo erano i fondamentalisti islamici: loro odiavano la libertà, la democrazia, i concerti rock e l’abbigliamento dell’occidente, estrema sintesi del suo tramonto. Oggi sono, sempre, “probabilmente i russi”, che, in attesa delle prove, delle pistole fumanti e di quelle cariche e puntate contro di loro, se la ridono: provate a prenderci. L’allarme è così: contiene un fondo di verità, ma non riesce a portarla a galla, nitida e definitiva. Indica la maschera, ma non la toglie. Per questo si perpetua: non avendo un volto può assumerli tutti. Era la geniale sintesi di Guy Fawkes in V for Vendetta che ha ispirato il camuffamento di Anonymous. Non c’è un leader, una sede, un ordine del giorno e ogni giorno può essere l’ultimo.
Con l’avvicinarsi delle 18 il giudizio universale viene preso sempre più seriamente, anche chi si mostra sereno è indotto all’esame di coscienza: davvero non abbiamo responsabilità? Se a undici anni già sono soli con una pietra in mano, possiamo solo respingerli? Vogliamo proprio sdoganare la parola “repressione” e fare gli stessi discorsi che facevano i nostri nonni e che per questo educatamente sbertucciavamo? E se avesse ragione quel provocatore inglese alla radio? Se davvero intelligenze superiori perché allenate al controllo e non al padel avessero i codici delle carte magnetiche che aprono tutte le porte? Se fossimo noi i profughi prossimi venturi, esuli a casa nostra? Che cosa metteremo dentro a quella che due anni fa la commissaria europea Ue Lahbib definì “la borsa della resilienza”? A che cosa teniamo? Che cosa ci può salvare quando non ci sarà più salvezza?
Questo ci si chiede quando la vita resta sospesa tra la sua versione ordinaria e uno sconvolgimento di cui non si conosce la provenienza ma, soprattutto, l’estensione. Il diluvio universale nel film arrivava davvero e il giudizio cominciava in diretta tv, ma in maniera altrettanto misteriosa si interrompeva con il ritorno del sole. Orson Welles svelava che l’apparente cronaca altro non era che un radiodramma. A quel punto, tutti al ricevimento del duca, Ballando con le stelle, più felicemente ignari di prima. E la voce del geniale regista ammoniva: “Abbiamo annientato il mondo davanti alle tue stesse orecchie. Sarai sollevato, spero, nell’apprendere che non lo intendevamo sul serio. Ricordate la terribile lezione che avete imparato: quell’invasore del tuo soggiorno non era un marziano”. Ma dopo la lezione, ricreazione