✕

L’Islam politico e la rabbia dei giovani come un grimadello

Ascolta l'audio

Le intelligence di tutta Europa al lavoro sull’ipotesi di una regia unica che soffia sul fuoco delle rivolte
2 minuti di lettura

C’è una rete internazionale che si muove nell’area del cosiddetto Islam politico e da tempo prova a sfruttare le proteste nelle piazze europee per i propri obiettivi. E Youssef Siher, il trentenne ricercatore fermato a Milano, potrebbe essere stato uno dei suoi terminali italiani. È questa la pista più delicata sulla quale sta lavorando la Polizia di prevenzione nell’inchiesta sul Movimento 17 ottobre. Non si tratta più soltanto di capire come Siher abbia tentato di prendere il controllo di una rivolta nata spontaneamente. Ma di ricostruire la rete di relazioni politiche e internazionali nella quale era inserito, stabilire chi abbia contribuito ad alimentare la sua propaganda e soprattutto se il tentativo di trasformare la rabbia di migliaia di ragazzi in un movimento organizzato facesse parte di una strategia più ampia.

C’è una rete internazionale che si muove nell’area del cosiddetto Islam politico e da tempo prova a sfruttare le proteste nelle piazze europee per i propri obiettivi. E Youssef Siher, il trentenne ricercatore fermato a Milano, potrebbe essere stato uno dei suoi terminali italiani. È questa la pista più delicata sulla quale sta lavorando la Polizia di prevenzione nell’inchiesta sul Movimento 17 ottobre. Non si tratta più soltanto di capire come Siher abbia tentato di prendere il controllo di una rivolta nata spontaneamente. Ma di ricostruire la rete di relazioni politiche e internazionali nella quale era inserito, stabilire chi abbia contribuito ad alimentare la sua propaganda e soprattutto se il tentativo di trasformare la rabbia di migliaia di ragazzi in un movimento organizzato facesse parte di una strategia più ampia.

Gli investigatori hanno diviso la vicenda in due. C’è quello che è successo prima del 17 ottobre, quando migliaia di giovanissimi si sono mobilitati spontaneamente, senza una guida riconoscibile. Qualcuno può aver alimentato la rabbia, replicando il modello di Ceuta, con volantini e appelli sui social. Ma finora non è emersa una struttura capace di dirigere quei gruppi. E c’è quello che è successo dopo, quando Siher ha provato a raccogliere l’eredità della protesta attraverso Instagram e Telegram. La procura di Milano gli attribuisce la capacità di aver creato in pochi giorni un gruppo con «un chiaro disegno eversivo». Ma ha fatto tutto da solo?

La prima risposta degli investigatori è no. Non perché sia dimostrato che qualcuno gli impartisse ordini, ma perché il trentenne era inserito in una rete di relazioni politiche e internazionali che adesso si cerca di ricostruire. È il terreno del cosiddetto Islam politico, una galassia articolata nella quale alcune componenti hanno individuato nelle proteste europee un’occasione per colpire una certa narrazione occidentale. Dinamiche già osservate in Francia, Olanda e Spagna. E che da tempo vengono monitorate anche in Italia, soprattutto nei rapporti con alcuni ambienti della mobilitazione pro Pal.

È un terreno scivolosissimo. Perché una certa destra prova a sovrapporre Islam politico e terrorismo, attivismo pro Palestina e Hamas. Equazioni che non reggono, cancellando l’esistenza di un movimento molto più ampio, democratico e legittimo. Ma questo non esclude che al suo interno possano muoversi gruppi con obiettivi differenti. Dopo la stagione della radicalizzazione online, il web può diventare non soltanto il luogo della propaganda, ma lo strumento per intercettare proteste spontanee, raggiungere persone disposte allo scontro e orientarne l’azione nelle piazze.

È in questo scenario che la Polizia di prevenzione sta ricostruendo la rete di Siher, le sue interazioni e la nascita dei canali social. La procura sottolinea il suo «profilo di spicco nel movimentismo pro Pal» e i contatti con l’antagonismo. Ma il punto è stabilire chi partecipasse alla costruzione della propaganda, quali fossero i rapporti effettivi e se dietro il tentativo di guidare la protesta ci fossero altri soggetti.

Sotto esame anche i canali economici. In questo quadro si inserisce la pista genovese. La Digos approfondisce eventuali collegamenti tra Siher e gli indagati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas, che ha portato all’arresto di Mohammad Hannoun. Siher non è mai stato indagato ma ci sono rapporti provati con alcune delle persone coinvolte nell’inchiesta. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricordato anche Alba nascente, l’associazione promossa dal ricercatore che, dietro il contrasto all’islamofobia, avrebbe espresso posizioni «molto vicine a quelle dei Fratelli musulmani». Resta da stabilire se si tratti di collegamenti rilevanti per le indagini o soltanto di posizioni politiche.

È questo, adesso, il lavoro degli investigatori: ricostruire la rete, individuare i rapporti, seguire anche il denaro. Perché Siher potrebbe essere stato il volto italiano di una strategia più ampia. Oppure un uomo che ha cercato di sfruttarla per conto proprio. La differenza è tutta qui. Ed è la storia che deve ancora essere scritta.

Leggi i commenti