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“Io, bloccata per ore della polizia, ho scoperto il reato della felpa nera”

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“Mi hanno tolto il telefonino e solo a sera ho potuto scrivere a mio padre. Ma tornerò in piazza, è un mio diritto”
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Carolina Di Giacomo, 18 anni compiuti da poco, era appena uscita dalla metro di piazzale Flaminio con quattro compagni del liceo Talete quando, senza motivo, un gruppo di poliziotti l’ha fermata, identificata e infine portata in commissariato insieme a tre dei suoi amici. Lì, altre ore di attesa, senza telefonino e neppure la possibilità di comunicare con i genitori. «Ma io volevo soltanto partecipare alla manifestazione degli studenti», protesta, ancora spaventata, «per me era la prima volta».

Ci racconta com’è andata?

«Sabato ci eravamo dati appuntamento alla fermata Lepanto. All’inizio volevamo andare in piazza della Repubblica, da dove partiva il corteo. Poi però ci siamo detti che era meglio scendere in piazza del Popolo e aspettarlo lì.…

Carolina Di Giacomo, 18 anni compiuti da poco, era appena uscita dalla metro di piazzale Flaminio con quattro compagni del liceo Talete quando, senza motivo, un gruppo di poliziotti l’ha fermata, identificata e infine portata in commissariato insieme a tre dei suoi amici. Lì, altre ore di attesa, senza telefonino e neppure la possibilità di comunicare con i genitori. «Ma io volevo soltanto partecipare alla manifestazione degli studenti», protesta, ancora spaventata, «per me era la prima volta».

Ci racconta com’è andata?

«Sabato ci eravamo dati appuntamento alla fermata Lepanto. All’inizio volevamo andare in piazza della Repubblica, da dove partiva il corteo. Poi però ci siamo detti che era meglio scendere in piazza del Popolo e aspettarlo lì. Con i miei eravamo d’accordo che se ci fossero stati disordini sarei tonata subito a casa».

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«Superato il varco, siamo stati fermati da un gruppo di poliziotti tutti bardati, con caschi e giubbotti antiproiettile. Ci hanno chiesto i documenti, glieli abbiamo dati e ci hanno tenuti lì per una quarantina di minuti senza dirci niente».

Avevate felpe con cappuccio o qualche oggetto sospetto?

«Io indossavo solo una felpa nera, senza neanche il cappuccio. Magari mi hanno fermato per quella».

E poi?

«Prima, mentre aspettiamo, ci riprendono con una telecamera. Poi quando finalmente ci restituiscono i documenti e stiamo per andare, il capo dice a un agente: “No, un attimo”. Ci prendono in disparte, ci chiedono di svuotare le tasche, ci prendono i telefonini e ci ordinano di salire su due volanti della polizia. Solo in tre, però, altri due li hanno lasciati andare e non so perché».

Avevate qualcosa negli zainetti?

«Nessuno di noi aveva lo zainetto con sé. Nelle mie tasche hanno trovato solo il telefono e un pacchetto di gomme».

Dove vi hanno portato?

«Al commissariato Trevi, a sirene spiegate, correndo all’impazzata lungo via del Corso. Lì ci siamo messi paura, ma che è successo? Non avevamo fatto niente».

Non vi hanno spiegato il motivo?

«Zero. Ci hanno fatto entrare in una stanzetta, con la porta aperta per controllare. Eravamo ancora senza telefoni. Allora chiedo se posso avvertire mio padre. Ma mi rispondono che avrei dovuto essere autorizzata dal commissario e fare la chiamata davanti a lui. Ma non arrivava mai. Ho supplicato l’agente almeno 300 volte e alla fine mi ha fatto scrivere un sms, “tutto ok”, che avevamo concordato».

C’erano altri ragazzi come voi?

«Sì, c’era un gruppetto che era stato fermato poco dopo di noi. Loro però avevano delle maschere tipo Power Rangers e negli zaini delle bombolette».

Come si è sentita?

«Avevo ansia perché non mi era mai capitata una cosa così. Ma pure rabbia. Io volevo solo andare alla manifestazione, tra l’altro abbiamo avuto la scuola allagata per due settimane, c’erano delle buone ragioni per protestare».

Com’è finita?

«Dopo qualche ora arriva il commissario e, alle nostre rimostranze, si spazientisce: “Io sto lavorando”, ci dice in modo brusco, “ se non state calmi vi tengo qua fino alle tre e mezzo del mattino”».

Dopo quanto vi hanno liberati?

«Era sera. Ci hanno accompagnati alla porta con queste esatte parole: “Adesso tornate a casa e non andate più a manifestare perché comunque vi abbiamo registrato”. Ma manifestare è un mio diritto, non me lo possono levare».

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