✕

Belgrado, il dopo Vucic: l’assedio dei ragazzi alle ville del regime

Dopo l’impresa elettorale della Lista degli Studenti la nomenclatura trema. Ma adesso “se falliamo il passato sarà il nostro futuro
3 minuti di lettura

BELGRADO – «Lavori in corso: ci scusiamo, solo le auto dei residenti possono passare”. Anche la gentilezza della polizia, addestrata in una vita di mani libere, qui è inaudita. Dietro le prove di sorriso, resta la sostanza: da domenica notte la rotatoria per Dedinje è bloccata. Conduce al quartiere di lusso della capitale, roccaforte della nomenclatura di Aleksandar Vucic. Ville immerse nei parchi e residenze hollywoodiane: riservate alle alte cariche dello Stato per il tempo del mandato, negli anni sono state occupate sine die anche dagli ex, a cui si sono aggiunti funzionari, apparati della sicurezza, fedelissimi, affaristi e giù a scendere nell’opacità necessaria a ogni regime. Le magioni di Stato hanno seguito il proprio occupante, mutando destinazione in base alla carica vuota cucita su misura.

BELGRADO – «Lavori in corso: ci scusiamo, solo le auto dei residenti possono passare”. Anche la gentilezza della polizia, addestrata in una vita di mani libere, qui è inaudita. Dietro le prove di sorriso, resta la sostanza: da domenica notte la rotatoria per Dedinje è bloccata. Conduce al quartiere di lusso della capitale, roccaforte della nomenclatura di Aleksandar Vucic. Ville immerse nei parchi e residenze hollywoodiane: riservate alle alte cariche dello Stato per il tempo del mandato, negli anni sono state occupate sine die anche dagli ex, a cui si sono aggiunti funzionari, apparati della sicurezza, fedelissimi, affaristi e giù a scendere nell’opacità necessaria a ogni regime. Le magioni di Stato hanno seguito il proprio occupante, mutando destinazione in base alla carica vuota cucita su misura.

Anche il mondo incantato del potere serbo è però crollato con l’impresa elettorale della Lista degli Studenti e decine di ex intoccabili, abituati a vagare per 1.700 metri quadri, faticano a rassegnarsi a fare le valigie. In città ognuno ora snocciola i nomi delle ville occupate dai papaveri di Vucic, a partire dalla Bokeljka, riservata all’ormai ex presidente appena sfrattato. “Ragioni di sicurezza” aiutano a rallentare i traslochi: l’addio di massa dei “signori di Dedinje”, a furor di popolo, è però la scena madre del consumato strappo politico. Nulla di balcanico oggi nei Balcani e Belgrado non è Minsk: ma la frase di Vucic che nessun serbo scorderà mai, “È chiaro che abbiamo perso queste elezioni”, ha aperto una transizione che non può risparmiare inevitabili “epurazioni democratiche”. «Ci sono beni e capitali da far sparire», dice Sonja Simonovic, tra i portavoce degli universitari, «documenti da bruciare e biografie da riscrivere prima delle inchieste sulla corruzione eletta a sistema». Tutto incredibile, fino all’esito del voto: la dimensione del crollo del potere, la rapida ammissione della sconfitta da parte di Vucic, l’immediata scomparsa del leader, prima onnipresente, da media e propaganda. Immagini e confidenze dei giovani universitari cominciano a raccontare l’altra storia della “pacifica notte” più lunga di Belgrado.

«I palazzi del centro», dice Milan Dinic, «erano imbottiti di forze speciali, squadre antisommossa e mezzi blindati. Se il voto anti-Vucic non fosse stato schiacciante, l’ordine sarebbe stato di non riconoscerlo e di reprimere l’opposizione. Un paio di telefonate dall’estero, quando la svolta si è rivelata innegabile, hanno scongiurato in extremis la tentazione di uno scontro nel cuore dell’Europa». All’alba di lunedì, anche grazie a rifiuti interni decisivi, esercito e milizie hanno fatto rientro nelle caserme. Si dice che Vucic in persona abbia barattato il riconoscimento immediato della sconfitta con il personale salvacondotto che gli permette di presentarsi ancora come leader della nuova opposizione nazionalista: promettendo ai serbi rimasti con lui di aver subìto solo uno “stop temporaneo”.

Questa sorta di grazia patriottica non si annuncia però estesa ai capi delle repressioni che per due anni hanno colpito chi ha avuto il coraggio e la tenacia di scendere in piazza. Un proverbio slavo dice: “Puoi fare quello che vuoi, ma non per tutto il tempo che vuoi”. Voci di prossimi arresti per abusi e pestaggi includono i capi di polizia criminale, gendarmeria, unità speciali e polizia: da loro sono partiti gli ordini delle violenze post crollo a Novi Sad. «Il nostro popolo», dice il sociologo Milos Besic, «non ha scelto un cambio di potere, ma una rivoluzione del sistema di governo. Un metodo fondato su competenza, condivisione delle decisioni e apertura al controllo impone l’azzeramento dell’apparato che, in cambio di privilegi, ha sostenuto una dittatura camuffata».

Le prime richieste di dimissioni investono i vertici di giornali e tv di Stato, accusati di censura. Unanimi le richieste di assemblee studentesche e “comitato per il programma”: via anche i capi del teatro nazionale e il sindaco di Belgrado Aleksandar Sapic, «che ha spinto la capitale sull’orlo del collasso finanziario». Centinaia, ovunque, le poltrone da sgomberare. Entro un mese va poi insediato il parlamento, entro gennaio nominati premier e ministro, entro dicembre eletto in modo diretto il nuovo presidente della repubblica. Missione nazionale: pulizia e facce nuove. Un’impresa: i cambi di casacca sono incontrollabili e tra i 141 eletti della Studenteska Lista nostalgici del comunismo, filorussi, euroscettici e chi considera il Kosovo provincia serba si affiancano a chi sostiene valori democratici e “stile di vita occidentale”. «Il Paese», dice il giurista Vlatko Sekulovic, «è oggi un laboratorio politico mondiale. I giovani hanno vinto sfruttando i social e grazie alla fiducia dei vecchi. Su di loro incombe l’etichetta dell’incompetenza politica, seminata dai sopravvissuti della propaganda di Vucic. Devono rifondare una nazione a pezzi, contesa tra le grandi potenze: se falliscono il passato sarà il nostro futuro». Di sera la folla dei belgradesi torna in piazza Slavija a gridare “Pumpaj”. Il nostro “spingi” è l’urlo della rivoluzione dei professori: mille euro al mese, nel nuovo parlamento sono il 48%. Smettere di pompare, lo sanno, è un lusso che la Serbia non può più permettersi.

Leggi i commenti