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Deportazioni e carovita: gli ispanici di Los Angeles abbandonano Trump

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Solo il 24% dei latini approva il presidente e 7 su 10 sentono di essere stati danneggiati. I democratici hanno un vantaggio del 27%
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Los Angeles – È stata una scelta importante quella di votare per i repubblicani, ma ora ci rendiamo conto che si è trattato di un errore totale. Trump ci ha delusi”. E questa delusione non nasce solo dalle deportazioni, comunque “brutali e fredde”, ma anche dall’inflazione e dalla difficile situazione economica, che per molte famiglie ispaniche significa non arrivare alla fine del mese.

Nel gergo americano questo sentimento, che Luisa Santiago ha raccontato a Nbc e Telemundo partecipando al sondaggio sul voto dei latini nelle midterm del 3 novembre, si chiama “buyer’s remorse”. Capita a tutti se compri una camicia, un paio di scarpe, magari un’auto o persino una casa, e poi scopri che non sono come ti aspettavi. Quando però il rimorso del compratore si allarga alla scelta della persona messa a capo del paese, il rischio diventa quello di perdere tutto.

Los Angeles – È stata una scelta importante quella di votare per i repubblicani, ma ora ci rendiamo conto che si è trattato di un errore totale. Trump ci ha delusi”. E questa delusione non nasce solo dalle deportazioni, comunque “brutali e fredde”, ma anche dall’inflazione e dalla difficile situazione economica, che per molte famiglie ispaniche significa non arrivare alla fine del mese.

Nel gergo americano questo sentimento, che Luisa Santiago ha raccontato a Nbc e Telemundo partecipando al sondaggio sul voto dei latini nelle midterm del 3 novembre, si chiama “buyer’s remorse”. Capita a tutti se compri una camicia, un paio di scarpe, magari un’auto o persino una casa, e poi scopri che non sono come ti aspettavi. Quando però il rimorso del compratore si allarga alla scelta della persona messa a capo del paese, il rischio diventa quello di perdere tutto.

Così si sentono oggi gli elettori ispanici che nel 2024 avevano aiutato Donald Trump a tornare alla Casa Bianca, secondo gli studi paralleli di Nbc e Pew Center. Alle ultime presidenziali il 42% di loro aveva scelto il candidato repubblicano, riducendo appena al 14% il vantaggio di Kamala Harris in questo gruppo etnico. Nel 2020 Biden aveva battuto Trump con una differenza di 34 punti, e non ci vuole un genio matematico per capire quanto abbia pesato sul risultato del 2024 perdere il 20% dell’elettorato latino.

Ora però, secondo il Pew Center, solo il 24% degli ispanici approva il presidente, quasi 10 punti sotto la già bassa media nazionale. Traducendo questo dato nell’analisi delle midterm, si scopre che i democratici hanno ricostruito un vantaggio del 27%, con il 51% dei latini che vorrebbe affidare a loro la guida del Congresso e solo il 24% che la lascerebbe ai repubblicani.

Sette su dieci lamentano che Trump li ha danneggiati, e solo il 65% dei suoi elettori del 2024 tornerà a votare il Gop il 3 novembre. Il motivo principale del “buyer’s remorse” è l’economia, considerata il tema più importante dall’86% degli ispanici, con l’immigrazione più lontana, al 64%.

Secondo Nbc e Telemundo la popolarità di Trump è scesa al 27% tra i latini. Il confine è ormai chiuso e quindi paradossalmente non è più un tema che porta voti, mentre due terzi pensano che le deportazioni sono andate oltre il limite e tre quarti bocciano la gestione dell’economia e il costo della vita.

La sondaggista democratica Aileen Cardona-Arroyo, coautrice dello studio, commenta: «Questi dati indicano una netta inversione di tendenza rispetto ai progressi dei repubblicani tra gli elettori ispanici e preannunciano problemi per i loro candidati nelle elezioni».

Secondo il collega del Gop e coautore del sondaggio Micah Roberts, «il 2024 ha rappresentato un’eccezione. Trump è una figura centrale. Ha avuto conseguenze concrete sulla nostra politica e, senza la sua presenza, nessuno di questi cambiamenti sarebbe evidente nei dati relativi alla comunità latina».

Nel 2002 John Judis e Ruy Teixeira avevano fatto scalpore con il libro “The Emerging Democratic Majority”, secondo cui il Partito dell’asinello si avviava a costruire una maggioranza permanente negli Usa, grazie alla crescita di minoranze, giovani e professionisti laureati. Dopo la sconfitta contro Obama, Mitt Romney aveva ammesso che il suo errore più grave era stato non allargare abbastanza la tenda del Gop per fare posto agli ispanici. Poi però era arrivato Trump, che accusando i messicani di essere tutti stupratori e promettendo di costruire un muro lungo il confine meridionale, aveva sorpreso e battuto Hillary Clinton.

La verità trascurata da Judis e Teixeira era che gli ispanici avrebbero votato per i democratici finché sarebbero stati gli ultimi arrivati, come tutti gli altri gruppi etnici immigrati negli Usa, ma integrandosi avrebbero riscoperto le loro radici conservatrici. Questo ha consentito a Trump di riconquistarli nel 2024, nonostante gli insulti, le minacce e le deportazioni di massa, o forse proprio per questo, perché chi era entrato legalmente voleva tenere fuori gli illegali. Donald però si è spinto troppo avanti sull’immigrazione, e soprattutto ha fallito con economia e inflazione. Così ha generato un riflusso che non è necessariamente etnico o ideologico, o non solo, ma piuttosto dipende in gran parte dai problemi concreti del vivere quotidiano.

La sa bene Los Angeles, che non è stata solo ferita dall’invio dei soldati della Guardia Nazionale nelle sue strade per aiutare l’Ice ad arrestare gli illegali, ma soprattutto danneggiata economicamente. Gli studi della Federal Reserve confermano che l’immigrazione legale e illegale è scesa ai livelli minimi del secolo. Ma se questo da una parte rende felice il “deportatore seriale” della Casa Bianca Stephen Miller, dall’altra lascia industrie, aziende agricole e servizi senza la manodopera di cui hanno assolutamente bisogno, perché gli americani non vogliono fare i lavori umili degli immigrati, con effetti di lungo termine potenzialmente devastanti sulle capacità produttive e di crescita degli interi Stati Uniti.

Dall’altra parte del confine che Trump ha blindato, nella regione di Tijuana, gli americani vengono chiamati norteños, i messicani del nord. Ogni giorno al posto di frontiera di San Ysidro c’è un via vai di migliaia di persone che vanno negli Usa a lavorare, e la sera tornano indietro.

Poi ci sono luoghi come la Casa del Migrante fondata dai preti scalabriniani, che dal 1987 ad oggi ha dato asilo a oltre 270mila persone, dirette in America o appena cacciate. Gente tipo Martin Pina: «Facevo stupidaggini, perciò mi hanno beccato e deportato. Quali? Vendevo erba. Ho già fatto nove anni di prigione in California, poi altri otto, e se mi prendono la terza volta mi danno l’ergastolo. Però mia moglie e mio figlio, nato negli Stati Uniti, sono dall’altra parte del confine. Quindi prima o poi, in un modo o nell’altro, dovrò cercare di tornare».

Pat Murphy, prete newyorchese che per 12 anni ha diretto la Casa, riassumeva così il problema: «Gli Usa hanno bisogno di immigrati, e questa gente di lavoro. Servirebbe l’onestà di riconoscere le due esigenze e conciliarle, con una riforma efficace dell’immigrazione legale». Trump si è rifiutato di farla e forse il 3 novembre gli ispanici gli faranno pagare il conto.

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