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Scontri nelle piazze, gli abusi degli agenti: dal ragazzo colpito col manganello a quello perquisito

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Da Roma a Bologna a Milano, crescono le proteste per le botte e i fermi
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Bologna, Diego: “Ero a mani alzate, colpito con il manganello”

«Io ero a mani alzate, un primo poliziotto mi ha solo sfiorato al fianco, del secondo ho visto lo sguardo cattivo. Mi ha colpito in testa col manganello». Diego Sanna, 22 anni, fa il cameriere part time a Bologna, in apprendistato, e sabato scorso prima di entrare al lavoro è andato al corteo contro il caro-vita.

Perché era a manifestare?

«Avevo un po’ di tempo libero e sono andato alla manifestazione, perché ci vedevo rappresentati molti problemi che vivono ragazzi come me, che con venti ore di lavoro e lo straordinario prendo 900-1.000 euro e ne pago 600 di affitto».

Cos’è successo?

«Sono uscito da …

Bologna, Diego: “Ero a mani alzate, colpito con il manganello”

«Io ero a mani alzate, un primo poliziotto mi ha solo sfiorato al fianco, del secondo ho visto lo sguardo cattivo. Mi ha colpito in testa col manganello». Diego Sanna, 22 anni, fa il cameriere part time a Bologna, in apprendistato, e sabato scorso prima di entrare al lavoro è andato al corteo contro il caro-vita.

Perché era a manifestare?

«Avevo un po’ di tempo libero e sono andato alla manifestazione, perché ci vedevo rappresentati molti problemi che vivono ragazzi come me, che con venti ore di lavoro e lo straordinario prendo 900-1.000 euro e ne pago 600 di affitto».

Cos’è successo?

«Sono uscito da casa e con altri sono andato al corteo. La polizia cercava di contenerci e di chiuderci, poi sono iniziate le cariche, senza motivo. A un certo punto dovevo avviarmi verso il lavoro e mi sono trovato in un’aiuola al centro della strada, mi sono fermato e ho alzato le mani ma mi hanno colpito. Sono rimasto in piedi, e per fortuna, altrimenti non so cosa sarebbe successo. Poi mi sono allontanato in un angolino dove altri manifestanti e paramedici mi hanno aiutato».

In ospedale cosa hanno detto?

«Ci sono andato solo verso l’una di notte, perché si diceva che anche lì ci fosse la polizia. Poi gli amici e anche mia mamma, che ha fatto l’infermiera, mi hanno convinto perché sono stato colpito al cervelletto. Mi hanno riscontrato un trauma cranico con quattro giorni di prognosi, dopo 13 ore di attesa. Anche questo è un problema per cui si manifesta, no?».

Le violenze però ci sono state, lei aveva fatto qualcosa?

«Io non ho fatto assolutamente niente. Poi certo c’era chi era interessato solo a far danni ma noi manifestanti pacifici abbiamo cercato di allontanarli. Ci vorrebbero anche più manifestazioni per cambiare il Paese, come all’estero. Anche il poliziotto che ci manganella del resto paga l’affitto, le bollette e il cibo. Chi vive questi problemi è la maggioranza nel Paese». (Marco Bettazzi)

Roma, Samuel: “Nella perquisizione ci hanno tolto anche la Carta”

Mi hanno perquisito senza alcun motivo e mi hanno sequestrato anche la Costituzione. È un abuso di potere, non si può chiamare altrimenti». Sabato, appena uscito dalla fermata della metro Circo Massimo, Samuel Di Cesare, 18 anni, è stato fermato dalla polizia. Studente del liceo Amaldi di Tor Bella Monaca, il più grande di Roma, si trovava insieme a tre compagni. Tutti diretti verso il corteo. «Ci hanno avvicinato alcuni poliziotti, chiedendoci i documenti. Non avevamo fatto niente. Poi ci siamo trovati 15 agenti addosso. Molti in borghese».

Cosa avete fatto a quel punto?

«Abbiamo chiesto chi fossero. Ci hanno risposto: “Non sono affari vostri”. Mi dai degli ordini e non posso sapere chi sei?».

Vi hanno chiesto i documenti.

«Sì, poi ci hanno perquisiti. Continuavo a dire che avevamo il diritto di sapere perché veniamo fermati e perquisiti. Non mi sembrava una richiesta assurda».

Che cosa avevate con voi?

«Niente di particolare. Cartoni, delle penne e un deodorante in stick. Avevamo anche un paio di forbici con la punta arrotondata, con lame lunghe tre centimetri, per tagliare i cartoni. Hanno minacciato di denunciarmi per possesso di arma impropria».

Hanno contestato anche gli altri oggetti?

«Sì. Il deodorante, secondo gli agenti potenzialmente esplosivo. E per le penne in un astuccio mi è stato detto: “Possono essere usate per uccidere qualcuno”. Ogni cosa sembrava un problema. Anche la Costituzione. Ho chiesto di consultarla, mi è stato detto che non potevo farlo».

Poi vi hanno lasciati andare?

«No, ci hanno portati via, separandoci. Non abbiamo potuto avvisare nessuno. Ci sono stati sequestrati anche i cellulari».

Due giorni dopo siete tornati a scuola.

«Sì, e i nostri insegnanti hanno scritto e diffuso una lettera per chiedere alle istituzioni di fare piena chiarezza su quello che ci è successo. Perché non è una cosa che riguarda solo noi quattro». (Valentina Lupia)

Roma, Stefano: “Mia figlia ha paura, manifestare è un diritto”

È impensabile che una ragazza di 14 anni abbia paura di uscire di casa per andare a manifestare». Stefano Portelli, 50 anni, è tra i genitori del liceo classico Pilo Albertelli dell’Esquilino di Roma che hanno firmato la lettera aperta «sulle violenze della polizia contro i minori», dopo che sei studenti, tra cui giovani di 13 e 14 anni, sono stati fermati e identificati davanti scuola prima di partecipare alla manifestazione dello scorso sabato.

Cosa le fa più rabbia?

«Il fatto che un liceale possa temere di essere portato in questura e minacciato verbalmente da adulti in divisa mentre si organizza con gli amici per andare a manifestare. È una violazione dei diritti fondamentali, non solo dei minori ma di ogni essere umano».

Come ha saputo dei fermi?

«Un genitore mi ha scritto che suo figlio era stato portato in questura. Siamo andati ad aspettarlo. Un ragazzo di 15 anni che trascorre tre ore lì senza aver fatto nulla è inammissibile».

Che cosa l’ha colpita di più?

«Sabato prima di uscire di casa, mia figlia, al primo anno, mi ha chiesto: “Papà, non è che mi sparano un proiettile di gomma e perdo un occhio?”. Sono domande che preoccupano. Non posso accettarlo, né come genitore né come parte della comunità educativa».

Da qui la lettera. Quante persone hanno aderito?

«L’abbiamo scritta in un’ora e hanno firmato circa 250 tra genitori e docenti. Tutti sentivano di dover fare qualcosa».

Che cosa la preoccupa?

«Le modalità adottate dalle forze dell’ordine che non assicurano la pace sociale ma alimentano rabbia. Sabato è successo con i nostri figli, lunedì con gli studenti del Giordano Bruno, dove la polizia è entrata a scuola per portare via alcuni ragazzi. Un atto gravissimo». (Giulia Marziali)

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