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Scontri del 17 ottobre, l’allarme dell’intelligence ignorato dal Viminale

IPA89816664 - Milano, 17-10-2026 Manifestazione di "Italia in Piazza", duri scontri tra la Polizia e il movimento studentesco 

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I Servizi avevano segnalato i disordini che poi si sono verificati. L’ombra di una regia unica dietro i volantini che hanno chiamato le piazze
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Quarantotto ore prima dell’assalto di Milano del 17 ottobre, i Servizi e la Polizia di prevenzione avevano avvertito il Viminale. Il rischio di violenze nelle piazze era concreto. E soprattutto era stato individuato. Non si trattava di un allarme generico: durante una riunione del Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, gli apparati di sicurezza avevano segnalato due account social, tra i quali «Italia in piazza», che stavano chiamando a raccolta migliaia di persone. E avevano indicato anche dove si concentrava il pericolo maggiore: a Milano, tra i minorenni. Esattamente quello che sarebbe accaduto quarantotto ore dopo, quando migliaia di giovanissimi avrebbero assaltato le città del Nord Italia, trasformando una protesta nata sui social in una giornata di devastazioni.

Quarantotto ore prima dell’assalto di Milano del 17 ottobre, i Servizi e la Polizia di prevenzione avevano avvertito il Viminale. Il rischio di violenze nelle piazze era concreto. E soprattutto era stato individuato. Non si trattava di un allarme generico: durante una riunione del Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, gli apparati di sicurezza avevano segnalato due account social, tra i quali «Italia in piazza», che stavano chiamando a raccolta migliaia di persone. E avevano indicato anche dove si concentrava il pericolo maggiore: a Milano, tra i minorenni. Esattamente quello che sarebbe accaduto quarantotto ore dopo, quando migliaia di giovanissimi avrebbero assaltato le città del Nord Italia, trasformando una protesta nata sui social in una giornata di devastazioni.

Eppure, per usare le parole dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, «non li hanno visti arrivare». Come sia stato possibile è una delle questioni sulle quali ci si interroga in queste ore. Perché l’allarme c’era. E non era nemmeno nuovo. Da tempo l’Antiterrorismo segnalava il rischio che una parte del mondo giovanile, soprattutto minorenne, fosse diventata una pentola pronta a esplodere. Una rabbia senza riferimenti politici, facilmente mobilitabile attraverso i social e soprattutto esposta al rischio di essere strumentalizzata dai cosiddetti «professionisti della piazza»: gruppi che scendono per strada non per protestare ma per cercare gli scontri.

Quello che è accaduto il 17 ottobre sembra aver confermato entrambe le previsioni. E ha mostrato che il problema non era tanto nell’analisi della minaccia, quanto nella capacità di affrontarla sul campo. I numeri ufficiali della Polizia raccontano la dimensione di quanto accaduto: appena undicimila manifestanti, cinque città coinvolte — Milano, Torino, Bologna, Brescia e Bergamo —, 28 arresti, 43 denunciati e soprattutto 141 feriti tra le forze dell’ordine. Una mobilitazione che, pur con numeri relativamente contenuti, è riuscita a mettere in ginocchio alcuni dei principali centri urbani del Nord Italia.

La questione è stata affrontata anche nell’informativa che il direttore dell’Aisi, Bruno Valensise, ha tenuto nei giorni scorsi davanti al Copasir. Ma proprio dal lavoro dell’intelligence emerge un secondo elemento, forse ancora più significativo. Perché mentre l’inchiesta giudiziaria si è concentrata su Youssef Siher, i Servizi hanno continuato a indagare su quello che era successo prima. Siher, infatti, avrebbe cercato di organizzare politicamente una protesta già esplosa. Non sarebbe stato lui a farla nascere. E dunque resta da capire chi abbia chiamato in piazza migliaia di ragazzi, riuscendo a mobilitarli in pochi giorni.

È qui che gli analisti hanno individuato una circostanza particolarmente interessante. Nei giorni precedenti alla manifestazione erano circolati volantini diversi, diffusi attraverso piattaforme e canali considerati compatibili tra loro. Il messaggio era sostanzialmente identico: scendere in piazza il 17 ottobre. A cambiare erano le grafiche, i colori, i simboli. E soprattutto il pubblico al quale sembravano rivolgersi.

C’era il volantino costruito con i colori del Partito democratico, che parlava di «piazze autorizzate». Quello che richiamava, attraverso simboli e impostazione grafica, l’universo No Vax. Un altro utilizzava caratteri e linguaggi visivi riconducibili all’estrema destra, sul modello di Forza nuova. Un altro ancora sembrava confezionato per i movimenti antagonisti. Stesso appuntamento, stesso invito alla mobilitazione, ma quattro linguaggi differenti. Come se qualcuno avesse deciso di parlare contemporaneamente a mondi politici e sociali che normalmente non si incontrano. E che, anzi, spesso si combattono.

Per l’intelligence è uno degli indizi più significativi del carattere organizzato della mobilitazione. Non necessariamente la prova di una regia straniera, che allo stato non è stata individuata, ma il segnale di una strategia precisa: utilizzare messaggi identici, confezionati in maniera diversa, per raggiungere comunità digitali differenti e spingerle verso lo stesso appuntamento. Una tecnica che gli analisti accostano esplicitamente al «modello Ceuta», già osservato nelle mobilitazioni alimentate attraverso i social e costruite per intercettare pubblici diversi, sfruttandone rabbia e paure. La stessa che ha travolto l’Italia.

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