Soldini: “Soccorro chi sfida il mare in cerca di un futuro”
di Alessia CanditoROMA – A terra mi porterò gli occhi di tutti questi ragazzi e ragazze, la loro voglia di futuro. Con la tecnologia e i mezzi che ci sono, che nel 2026 ci sia ancora gente che muore in mare è un’assurdità». Velista e navigatore solitario, con alle spalle più di trenta traversate transoceaniche Giovanni Soldini è probabilmente il volto più noto della vela in Italia. Adesso è in mare, ma non per rompere un record o vincere una tappa. Imbarcato come soccorritore sulla Life Support di Emergency è in rotta verso Genova, secondo il Viminale unico porto sicuro disponibile, per accompagnare a terra 113 naufraghi. «Siamo abituati a sentire parlare di queste cose, ma quando ti ritrovi davvero a viverle, capisci che tragedia sta succedendo davanti ai nostri occhi e scopri cose che neanche immaginavi».
Persino un esperto come lei?
«Non avevo idea delle difficoltà operative. Non è facile mettere in sicurezza naufraghi che stanno in numero sproporzionato su barche fatiscenti. Ma soprattutto capisci…
ROMA – A terra mi porterò gli occhi di tutti questi ragazzi e ragazze, la loro voglia di futuro. Con la tecnologia e i mezzi che ci sono, che nel 2026 ci sia ancora gente che muore in mare è un’assurdità». Velista e navigatore solitario, con alle spalle più di trenta traversate transoceaniche Giovanni Soldini è probabilmente il volto più noto della vela in Italia. Adesso è in mare, ma non per rompere un record o vincere una tappa. Imbarcato come soccorritore sulla Life Support di Emergency è in rotta verso Genova, secondo il Viminale unico porto sicuro disponibile, per accompagnare a terra 113 naufraghi. «Siamo abituati a sentire parlare di queste cose, ma quando ti ritrovi davvero a viverle, capisci che tragedia sta succedendo davanti ai nostri occhi e scopri cose che neanche immaginavi».
Persino un esperto come lei?
«Non avevo idea delle difficoltà operative. Non è facile mettere in sicurezza naufraghi che stanno in numero sproporzionato su barche fatiscenti. Ma soprattutto capisci davvero chi sono queste persone».
Se dovesse spiegarlo?
«Uno non si imbarca su una carretta di sette metri insieme ad altre 70 persone perché gli fa piacere, ma perché non ha altre opzioni. Sono persone piene di speranza, che sognano di migliorare la propria vita. Sono felici perché pensano che il peggio sia alle spalle, ma è un’illusione perché la nostra società fallisce totalmente e non dà risposte decenti».
Lei perché si è imbarcato come soccorritore?
«Volevo vedere da vicino questa realtà, capire».
Non lo era già stato quando ha salvato Isabelle Autissier, la velista rimasta alla deriva nel Pacifico?
«Quando riesci a portare in salvo una persona, la gioia è sempre la stessa. Ma la situazione è diversa. Isabelle è una velista esperta, aveva una barca ben organizzata anche per eventi di questo tipo. Nel Mediterraneo ti trovi davanti persone totalmente impreparate, mai state in mare e che spesso non sanno nuotare, ma salgono su carrette fatiscenti e si affidano a una scommessa. Si sente dire “gli sbarchi sono diminuiti”, ma la verità è che i morti sono aumentati ed è diventato più difficile soccorrere a causa di regole assurde».
Mi può fare qualche esempio?
«Al di là dei decreti che limitano i salvataggi, ho scoperto una cosa surreale. Da molte barche riescono a inviare il mayday con un satellitare. Ma da una nave ong non puoi richiamare per conoscere la posizione esatta perché rischi un’accusa di favoreggiamento. Bisogna soccorrere, ma con una mano legata dietro la schiena».
Dopo quest’esperienza il suo rapporto con il mare è cambiato?
«Il mare non è il nostro ambiente, non siamo pesci, ha una componente di rischio che bisogna rispettare. Ma oggi viene usato come una frontiera invalicabile, come luogo in cui risolvere problemi che non siamo capaci di gestire a terra. La colpa dei naufragi non è del Mediterraneo».
Ha mai temuto che le accadesse?
«Quando succede, non hai il tempo di avere paura. Sono stato salvato due volte. In un caso, nel 2005, ho anche avuto problemi a toccare terra, perché nonostante avessi visto e passaporto nessuno voleva prendersi la responsabilità di farmi sbarcare negli Stati Uniti. Non è bello sentirsi respinti».
La legge del mare esiste ancora?
«È sempre più minacciata. C’è un arretramento delle società occidentali nei valori fondamentali. La vita in mare si è sempre salvata. Persino durante la guerra gli italiani tiravano su i marinai del nemico dopo aver affondato la loro nave e lo stesso facevano i pirati, gli antichi romani. Le persone che oggi attraversano il mare non sono neanche nemici, c’è solo la volontà politica di fermare movimenti migratori che non siamo capaci di gestire, ma ci sono e ci saranno».
Quando ha deciso di imbarcarsi, che reazioni ci sono state?
«Non tutti possono essere d’accordo. Molti sono stati solidali, poi c’è sempre chi dice: “Così si alimenta la criminalità”. Ma sono commenti insensati che spostano l’asse del problema. Il diritto internazionale del mare va difeso, le persone in difficoltà vanno salvate».
Alcuni sostengono che gli sportivi si debbano limitare a parlare delle proprie imprese.
«C’è anche una responsabilità sociale e gli sportivi devono prendere posizione anche più degli altri. Ma su questi temi, come sulla salute dei nostri mari, c’è un dibattito che assomiglia al tifo da stadio. La gente si urla soltanto contro».
Cosa porta a casa ?
«L’incontro con un ragazzo somalo. Per otto volte ha tentato la traversata ed è stato catturato, riportato in Libia, ricattato, costretto a pagare per la sua libertà e poi per ritentare la traversata, pagando forse agli stessi che lo avevano imprigionato. Che l’Ue e l’Italia, con governi di destra e di sinistra, abbiano finanziato questi respingimenti fa impressione».
Tornerà in mare da soccorritore?
«Mi piacerebbe molto, quindi sicuramente sì».