C’è una foto sul profilo di Laura Procacci che racconta chi fosse questa sergente di 32 anni, volontaria nella Croce rossa, laureanda in Medicina, istruttrice di paracadutismo. È il suo volto per metà coperto da una mascherina chirurgica, per metà dietro al verde di una mimetica. Gli occhi sono gli stessi: di chi sta in corsia e intanto si prepara a partire. Quella di Laura Procacci, morta in Bosnia assieme ai suoi compagni di missione, non è la biografia di chi sceglie tra due strade. Ma di chi ha deciso di percorrerle entrambe e insieme. Perché in fondo portano dalla stessa parte: la cura per gli altri.
Due sono anche le strade della sua Montegrosso, il borgo rurale vicino ad Andria, la Puglia in cui è nata: «Poche strade e tante anime»…
C’è una foto sul profilo di Laura Procacci che racconta chi fosse questa sergente di 32 anni, volontaria nella Croce rossa, laureanda in Medicina, istruttrice di paracadutismo. È il suo volto per metà coperto da una mascherina chirurgica, per metà dietro al verde di una mimetica. Gli occhi sono gli stessi: di chi sta in corsia e intanto si prepara a partire. Quella di Laura Procacci, morta in Bosnia assieme ai suoi compagni di missione, non è la biografia di chi sceglie tra due strade. Ma di chi ha deciso di percorrerle entrambe e insieme. Perché in fondo portano dalla stessa parte: la cura per gli altri.
Due sono anche le strade della sua Montegrosso, il borgo rurale vicino ad Andria, la Puglia in cui è nata: «Poche strade e tante anime», raccontava lei in un video. Una era la sua. Nell’unica chiesa del paese aveva conosciuto il parroco, don Peppino Ruotolo, che conserva il suo ultimo messaggio. Gli auguri per l’onomastico li aveva mandati lui, il 19 ottobre. «Grazie don Peppino, un abbraccio», aveva risposto Laura, prima di tre sorelle, con Maria Giovanna e Giulia.
Una quindicina di anni fa i Procacci si erano trasferiti a Canosa di Puglia, dove la mamma fa la casalinga e il papà lavora nella ristorazione. Ma il borgo era rimasto «un riferimento incancellabile», diceva lei. Tornavano spesso, e la prima tappa era sempre la casa della nonna, alla quale voleva un gran bene. Poi Laura, religiosa, passava a salutare il parroco. «Era un’amicizia sincera da ambo le parti — racconta lui — Mi telefonava per essere aiutata a trovare un’aspirazione che potesse esprimere ciò che voleva», ricorda. Una fame precisa a cui non sapeva ancora dare un nome: servire. Aveva pensato alla polizia, poi all’esercito. Al liceo, a Cerignola, sognava la magistratura, per dare un contributo nella lotta alla mafia. E intanto, a diciotto anni, si era messa in gioco alle finali nazionali di Miss Italia.
La risposta alla sua domanda — «che fare per gli altri?» — era arrivata con un’altra divisa. Dal 2019 al 2022, negli anni del Covid, Laura era stata volontaria alla Misericordia di Canosa, quando non c’era differenza tra un intervento sanitario e uno sociale e si faceva quel che serviva. «Ha condiviso con noi gli anni più duri», dice Marco Tullio Milanese, che con lei ha prestato servizio. «Aveva come unico obiettivo il servizio alla comunità, al prossimo, alla nazione». Per quell’impegno è stata premiata. La prima estate dopo le restrizioni della pandemia, aveva rinunciato alle vacanze: invece del costume, a Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, aveva indossato l’uniforme fluo della Misericordia. Da lì aveva scelto Roma. Una laurea in Scienze infermieristiche poi gli studi in Medicina alla Sapienza. Era all’ultimo anno.
Nel maggio del 2025 era entrata anche nel Corpo militare volontario della Croce Rossa, si era formata come soccorritrice. È allora che le due metà, con la mascherina e la mimetica, hanno smesso di essere cose diverse. Il 28 marzo aveva giurato fedeltà alla Repubblica, prima donna sottufficiale del Corpo. Il 2 giugno aveva sfilato con orgoglio ai Fori imperiali per la festa della Repubblica.
«Forte, determinata, solare, sempre pronta a tendere una mano», la racconta chi la conosceva. Quella in Bosnia era la sua prima missione internazionale. Finita troppo presto.
Mentre i genitori sono volati nel luogo dell’incidente. gli amici chiamano don Peppino. Lui un’immagine di Laura ce l’ha, anzi due, e vuole che restino: «La sua generosità, il suo sorriso». Anche davanti a problemi di salute che aveva superato, il suo desiderio era rimasto lo stesso: «Fare il bene degli altri, portare la pace. E — dice don Peppino — ci è riuscita».
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