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“Stop al riarmo e al caro vita”. Le voci di chi chiede un futuro

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Lo studente, il vigile del fuoco, il camallo, la maestra in piazza contro le ingiustizie
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Milano, lo studente lavoratore figlio di immigrati: “Scuole a pezzi e ci dicono di stare zitti”

«Sono ancora al liceo, ma di sera lavoro come pizzaiolo in una catena, so cosa siano il salario basso e il carovita». Ayman Salahddine, 19 anni, è senza voce per quanto ha gridato nel megafono ieri a Milano, mentre era in corteo col collettivo dell’istituto Lagrange. «La nostra generazione sembra senza futuro, le scuole cadono a pezzi, ma il governo spende soldi per la guerra — spiega — E ci dicono anche che non dobbiamo protestare». Nato in Italia da genitori marocchini, Ayman, sente il razzismo che monta: «Non ho subito aggressioni, ma il clima d’odio è palpabile. Sono stato minacciato sia perché faccio politica, sia per il mio background migratorio. I miei ora hanno paura per me e dopo gli scontri del 17 ottobre volevano che restassi a casa. Ma non rinuncio a essere in piazza per difendere quella che io sento come la mia patria, nella quale spero di far nascere i miei figli». (Zita Dazzi…

Milano, lo studente lavoratore figlio di immigrati: “Scuole a pezzi e ci dicono di stare zitti”

«Sono ancora al liceo, ma di sera lavoro come pizzaiolo in una catena, so cosa siano il salario basso e il carovita». Ayman Salahddine, 19 anni, è senza voce per quanto ha gridato nel megafono ieri a Milano, mentre era in corteo col collettivo dell’istituto Lagrange. «La nostra generazione sembra senza futuro, le scuole cadono a pezzi, ma il governo spende soldi per la guerra — spiega — E ci dicono anche che non dobbiamo protestare». Nato in Italia da genitori marocchini, Ayman, sente il razzismo che monta: «Non ho subito aggressioni, ma il clima d’odio è palpabile. Sono stato minacciato sia perché faccio politica, sia per il mio background migratorio. I miei ora hanno paura per me e dopo gli scontri del 17 ottobre volevano che restassi a casa. Ma non rinuncio a essere in piazza per difendere quella che io sento come la mia patria, nella quale spero di far nascere i miei figli». (Zita Dazzi)

Bari, vigile del fuoco multato per aver parlato in divisa: “Quando ci si schiera non si ha mai torto”

«Chi manifesta non deve mai essere contro le forze dell’ordine, sono lavoratori come noi e non dobbiamo cadere nella trappola di chi cerca di metterci gli uni contro gli altri»: Carmelo Petiti, dell’esecutivo nazionale dei vigili del fuoco Usb ha 39 anni, lavora a Brindisi e guadagna 1.800 euro per rischiare la vita a giorni alterni, «comprese le indennità e senza straordinari». A Bari ha arringato i 2mila del corteo sotto la pioggia: «Qui c’è il domani di questo Paese, dovete mettervi in gioco perché quando ci si schiera non si ha mai torto». Lui, che il 29 settembre ha parlato dal palco di Roma ed ha avuto una sanzione disciplinare per averlo fatto con l’uniforme addosso, ha spiegato che la protesta dei vigili del fuoco è rivolta al riordino «che ammazza il Corpo sul soccorso, sulle piante organiche, sulle pensioni» e «ci trasforma in un Corpo militare». (Chiara Spagnolo)

Genova, il camallo che ha portato la rabbia fin dentro il porto: “La flotilla ci ha aperto gli occhi, basta ingiustizie”

«Lo sciopero ha unito i puntini della protesta: mobilitarsi per Gaza ci ha aperto gli occhi anche sul bisogno che avevamo di dire basta alle ingiustizie del nostro Paese, a un governo che reprime e impoverisce, e ci ha insegnato a scendere nuovamente in piazza». Riccardo Rudino, 59 anni, è il portuale genovese che un’estate fa aveva lanciato il primo sciopero generale per la causa palestinese: era la sera della partenza delle barche italiane della Flotilla, nacque allora l’idea di «bloccare tutto» per dare corpo all’indignazione. Ieri ha guidato il blocco dei varchi con i compagni del Calp, il collettivo promotore dello sciopero di oltre cento porti nel mondo contro i traffici delle armi. «Un anno fa si protestava di istinto, di rabbia, questa è una protesta ancora più matura, fatta da lavoratori e studenti che dicono chiaro non ce la fanno più e chiedono risposte, non prese in giro». (Matteo Macor)

Palermo, la maestra in corteo per tenere accese le coscienze: “Il tetto agli stranieri in classe ci fa fare un passo indietro”

«Protestare è sacrosanto e necessario per tenere accese le coscienze». Isabella Pendola, 52 anni, maestra di scuola elementare da trent’anni, è scesa in piazza a Palermo insieme con i suoi colleghi dell’istituto comprensivo Rita Borsellino. «Questo governo sta provando, in buona parte riuscendoci, a stravolgere la visione democratica e di apertura al dialogo interculturale che ha sempre caratterizzato la scuola pubblica italiana – dice la maestra – Siamo tornati indietro, invece di andare avanti, parlando per esempio di tetto per gli studenti di origine straniera». Per Pendola non c’è alcuna cura «per i bisogni educativi reali dei più giovani che riguardano anche l’educazione sessuo-affettiva completamente ignorata». E ci si sta «dimenticando del ruolo fondamentale della scuola: educare per sviluppare un senso di comunità e una coscienza politica critica». (Claudia Brunetto)

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