«Ai ragazzi dico: parlate con noi, rispettiamo il vostro disagio, le vostre proteste, siamo qui anche per tutelare il vostro dissenso. Le porte della Prefettura sono sempre aperte». Lamberto Giannini, prefetto di Roma, già capo della Polizia, e soprattutto una vita passata all’Antiterrorismo e nelle piazze, indica una strada: dialogare con i ragazzi, senza trasformare la Polizia nella loro controparte. «L’ordine pubblico dovrebbe essere quasi una questione bipartisan. E invece oggi il clima è troppo caldo, senza la cautela necessaria».
Prefetto, venerdì Roma ha vissuto una giornata difficilei. Che bilancio fa?
«Sono contento. C’erano 30-35 mila persone, molte più delle 15 mila previste. Abbiamo modificato i percorsi dopo aver parlato con gli stud…
«Ai ragazzi dico: parlate con noi, rispettiamo il vostro disagio, le vostre proteste, siamo qui anche per tutelare il vostro dissenso. Le porte della Prefettura sono sempre aperte». Lamberto Giannini, prefetto di Roma, già capo della Polizia, e soprattutto una vita passata all’Antiterrorismo e nelle piazze, indica una strada: dialogare con i ragazzi, senza trasformare la Polizia nella loro controparte. «L’ordine pubblico dovrebbe essere quasi una questione bipartisan. E invece oggi il clima è troppo caldo, senza la cautela necessaria».
Prefetto, venerdì Roma ha vissuto una giornata difficilei. Che bilancio fa?
«Sono contento. C’erano 30-35 mila persone, molte più delle 15 mila previste. Abbiamo modificato i percorsi dopo aver parlato con gli studenti, lasciandoli passare vicino al villaggio della Difesa e raggiungere il ministero, poteva essere un azzardo e invece abbiamo avuto ragione a fidarci. Le tensioni sono arrivate da gruppi che cercavano altro: dietro Villa Celimontana hanno spostato cassonetti e lanciato oggetti contro la Polizia; altri hanno tentato di raggiungere i palazzi istituzionali e di forzare il percorso a ponte Sublicio. Abbiamo identificato circa trecento persone. Valuteremo le responsabilità».
La strada è trattare?
«È la chiave. Le manifestazioni vanno preparate settimane, se non mesi prima. Si concordano i percorsi, si mantengono i contatti. E si continua a parlare fino all’ultimo, anche in piazza, anche quando è faticoso. Si vince quando una grande manifestazione finisce senza danni o con danni limitatissimi».
A Milano il 17 ottobre è successo altro, però.
«Bisogna distinguere. I saccheggi di Milano in questi termini li conoscevamo poco. Ricordo qualcosa di simile a Torino durante il Covid, è qualcosa di diverso che va trattato come tale. Ma la dinamica delle manifestazioni non è nuova: ci sono tante persone che protestano e gruppi estremi che cercano di approfittarne».
Dunque non esistono due anime della stessa piazza?
«Non parlerei di due anime. Le grandi manifestazioni diventano contenitori nei quali qualcuno cerca di infilarsi per creare disordini, coperto dalla folla. A Roma chi voleva lo scontro ha dovuto spostarsi in una strada laterale, fuori dal corteo. La manifestazione non lo ha coperto».
Lei è stato capo della Polizia. Oggi la maggior parte degli agenti è stanca, a disagio per essere considerata controparte anche dai propri figli.
«Chiedere a me delle forze dell’ordine è come chiedere all’oste se il vino è buono. Abbiamo eccellenze assolute, professionalità e sacrificio. Qualche giorno fa, davanti al ministero dell’Istruzione, gli agenti sono stati bersagliati con petardi, uova e vernice. È umiliante. Eppure sono rimasti impassibili. La Polizia sa distinguere gli studenti che manifestano, che hanno rivendicazioni e desiderano un futuro, dai professionisti del caos e della violenza».
E i ragazzi che cosa devono capire?
«Che possono parlare con noi. Molti giovanissimi non conoscono le regole della piazza. Dico loro: organizzatevi, parliamone. Le porte della Prefettura sono sempre aperte. Potremmo evitare molte tensioni e proteggerli da chi vuole soltanto provocare violenza».
Che cosa direbbe a un figlio che vuole occupare la scuola?
«Le occupazioni ci sono sempre state. Sono comportamenti non legali, da gestire con intelligenza. Consiglierei responsabilità e coinvolgimento delle autorità scolastiche. Anche l’autogestione può servire. Il rischio è che arrivino persone esterne: gli studenti rispettano la scuola perché è il loro luogo di vita. Chi viene da fuori può non avere lo stesso rispetto».
Il clima politico non rischia di alimentare la contrapposizione tra Polizia e giovani?
«Ci sono momenti in cui il confronto politico diventa più aspro. Ma la gestione dell’ordine pubblico e il rapporto con i ragazzi dovrebbero essere quasi una questione bipartisan, sulla quale serve la massima cautela. Saccheggi, vetrine distrutte, assalti alla Polizia sono inammissibili. Ma dobbiamo lavorare perché chi commette queste violenze sia sempre più isolato dalla grande maggioranza che manifesta».
A Roma ci sono stati episodi sconvolgenti, come i violenti della minicar.
«Penso anche a chi ha sparato con pistole a pallini il 25 aprile e nel quartiere Prati. I responsabili sono stati individuati rapidamente. Ma il problema non è di Polizia: è il disagio di persone che si isolano o cercano emozioni forti. Bisognerebbe riflettere sui social e su certi videogiochi che propongono modelli di violenza».
La madre di uno di quei ragazzi ha detto a Repubblica: “Non è solo colpa nostra. Si interrogjhi anche la società”. Ha ragione?
«Le famiglie non devono essere lasciate sole. Servono percorsi di accompagnamento, persone a cui rivolgersi. Le forze dell’ordine sono l’ultimo argine. Identificare i responsabili è importante, ma non basta. Il vero problema è evitare che ragazzi tranquilli arrivino a pensare che fare del male agli altri sia un modo per sconfiggere la noia».