Anoressia e bulimia: nel mondo casi aumentati del 71%, ma l’Italia non sa quanti sono i suoi malati
di Giulia BoeroI casi di anoressia e bulimia nel mondo tra il 1990 e il 2023 sono aumentati del 71%. Erano 18,1 milioni due anni fa, saranno quasi 22 milioni nel 2050. A dirlo è il nuovo studio pubblicato su Jama Psychiatry, firmato da epidemiologi cinesi provenienti da Nanchino nell’ambito del Global Burden of Disease, il più ampio sistema di stime sanitarie al mondo che copre 204 Paesi e territori.
Complessivamente, a essere più coinvolte sono le donne che rappresentano il 69% dei malati. La bulimia è di gran lunga la più diffusa: 14,2 milioni di persone contro 3,9 milioni affette da anoressia. Le due malattie hanno anche età diverse. L’anoressia tocca il picco tra i 15 e i 19 anni, mentre la bulimia tra i 30 e i 34. I tassi più alti si registrano nei Paesi ricchi, in particolare in Australasia e in Europa occidentale. La crescita più rapida del tasso, a parità di età, è invece in Asia con un +61,5% in Asia orientale.
I casi di anoressia e bulimia nel mondo tra il 1990 e il 2023 sono aumentati del 71%. Erano 18,1 milioni due anni fa, saranno quasi 22 milioni nel 2050. A dirlo è il nuovo studio pubblicato su Jama Psychiatry, firmato da epidemiologi cinesi provenienti da Nanchino nell’ambito del Global Burden of Disease, il più ampio sistema di stime sanitarie al mondo che copre 204 Paesi e territori.
Complessivamente, a essere più coinvolte sono le donne che rappresentano il 69% dei malati. La bulimia è di gran lunga la più diffusa: 14,2 milioni di persone contro 3,9 milioni affette da anoressia. Le due malattie hanno anche età diverse. L’anoressia tocca il picco tra i 15 e i 19 anni, mentre la bulimia tra i 30 e i 34. I tassi più alti si registrano nei Paesi ricchi, in particolare in Australasia e in Europa occidentale. La crescita più rapida del tasso, a parità di età, è invece in Asia con un +61,5% in Asia orientale.
Quel 71%, però, va letto con attenzione. Indica di quanto è cresciuto il numero totale dei malati, ma nello stesso periodo è cresciuta anche la popolazione mondiale: più persone, più casi, anche se il rischio di ammalarsi restasse identico. Per capire se la malattia si sta davvero diffondendo di più, gli epidemiologi usano un altro indicatore, il tasso standardizzato per età. Conta i malati ogni 100mila abitanti, come se tutti i Paesi e tutti gli anni avessero la stessa composizione per età. È un confronto alla pari, che neutralizza sia la crescita demografica sia l’invecchiamento. Misurato così, l’aumento mondiale dal 1990 si ferma al 20,6%.
C’è poi un secondo limite. Lo studio conta solo anoressia e bulimia, mentre restano fuori il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating) e gli altri disturbi alimentari, che secondo gli autori rappresentano una quota consistente del totale. Il motivo è tecnico: per queste malattie mancano ancora i parametri con cui il Global Burden of Disease misura quanto una condizione pesi sulla salute.
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L’Italia nelle tabelle
Per capire la situazione sul territorio italiano, è necessario scendere nelle tabelle supplementari, dove i dati mostrano un volto controintuitivo. I casi stimati sono circa 220mila: 176mila di bulimia, 44mila di anoressia. Rispetto al 1990, quindi, sono il 10,5% in meno. Eppure il tasso standardizzato per età sale dell’11,2%, fino a 477,7 casi ogni 100mila abitanti. È più del doppio della media mondiale, che è di 225,6, e poco sotto l’Europa occidentale, a 502,4, che però è cresciuta quasi il doppio di noi.
C’è però un’avvertenza. Questi numeri non vengono dal conteggio dei pazienti italiani in cura, ma rappresentano una stima di quante persone convivono con la malattia. Un conteggio che comprende anche quelle che non sono mai arrivate da un medico. E se ogni stima porta con sé un margine di incertezza, per l’Italia è largo: i 477,7 casi ogni 100mila abitanti sono il valore più probabile, ma secondo il modello quello reale si colloca, con il 95% di probabilità, tra 370 e 637. Tradotto in persone: tra circa 172mila e 288mila malati.
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Un Paese senza bilancia
Per sapere quanti italiani oggi soffrono di anoressia o bulimia bisogna sfogliare uno studio internazionale. Lo ha ammesso a marzo lo stesso Istituto superiore di sanità: in Italia mancano stime certe di prevalenza, mentre esistono solo dei trend. Nella stessa occasione l’Iss ha annunciato un progetto, finanziato dal ministero della Salute, che sarebbe partito nelle settimane successive. L’obiettivo, spiegava la referente Maria Luisa Scattoni, era un “monitoraggio epidemiologico permanente”. Intanto però, nel vuoto circolano cifre che non si parlano. Il ministero ripete da anni la cifra di 3 milioni di persone con un disturbo alimentare: un numero che comprende tutti i disturbi e non nasce da un’indagine di prevalenza. A febbraio, rispondendo a un’interrogazione alla Camera, il ministro Orazio Schillaci ha citato una stima dell’Iss di oltre 14mila assistiti, ammettendo che i numeri reali sono più alti.
La mappa storta
Più leggibile è la geografia delle cure. La mappatura dell’Iss aggiornata a febbraio conta 176 centri: 85 al Nord, 36 al Centro, 55 al Sud e nelle Isole. La frattura non sta nel numero, ma nella profondità dell’offerta. Solo il 32% dei centri garantisce la riabilitazione intensiva residenziale, il 28% quella semiresidenziale: i gradini di cura per i casi più gravi. E la rete che sostiene le famiglie, quella delle associazioni, pende tutta da una parte: 36 al Nord, 11 al Centro, 9 al Sud. Con un’avvertenza anche qui: le strutture si iscrivono su base volontaria.