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Botteri: “Quella notte sotto le bombe a Bagdad e mia figlia piccola a casa”

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Ci dissero di andare via, ma restammo per dare voce alla popolazione civile inerme
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La sorpresa e il terrore. Quasi sempre l’attacco arriva di notte. Quando lo sguardo fatica a individuare il colpo che arriva. Anche per questo le guerre cominciano con un’aggressione nelle ore più buie, per colpire e impaurire, per evitare che ci siano testimoni a raccontare.

Nella notte tra il 19 e il 20 marzo del 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush attaccarono l’Iraq di Saddam Hussein. Giovanna Botteri era arrivata a Bagdad diversi mesi prima. Per raccontare e testimoniare. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle era stata in Pakistan e in Afghanistan. L’Iraq era il nuovo fronte. Saddam era accusato di essere responsabile di quegli attacchi e poi c’era la questione delle armi di distruzione di massa.

Cosa ricorda di Bagdad prima della guerra?

«Durante la bella stagione lungo il fiume Tigri era pieno di ristoranti dove si cucinavano pesci d’acqua dolce e si bevevano succhi di frutta buonissimi. I locali erano pieni di vita. Conoscevo bene quella città. Per questo mi sentivo in grado di…

La sorpresa e il terrore. Quasi sempre l’attacco arriva di notte. Quando lo sguardo fatica a individuare il colpo che arriva. Anche per questo le guerre cominciano con un’aggressione nelle ore più buie, per colpire e impaurire, per evitare che ci siano testimoni a raccontare.

Nella notte tra il 19 e il 20 marzo del 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush attaccarono l’Iraq di Saddam Hussein. Giovanna Botteri era arrivata a Bagdad diversi mesi prima. Per raccontare e testimoniare. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle era stata in Pakistan e in Afghanistan. L’Iraq era il nuovo fronte. Saddam era accusato di essere responsabile di quegli attacchi e poi c’era la questione delle armi di distruzione di massa.

Cosa ricorda di Bagdad prima della guerra?

«Durante la bella stagione lungo il fiume Tigri era pieno di ristoranti dove si cucinavano pesci d’acqua dolce e si bevevano succhi di frutta buonissimi. I locali erano pieni di vita. Conoscevo bene quella città. Per questo mi sentivo in grado di raccontarla quando la pace venne distrutta. Perché sapevo come era prima».

Nella notte tra il 17 e il 18 marzo Bush pronuncia l’ultimatum: Saddam deve andarsene entro 48 ore, altrimenti attacchiamo. La tv irachena fa capire che Saddam non si sarebbe mosso. Cosa si prova in città?

«Fino ad allora c’era stata la speranza che si potesse fermare la corsa alla guerra. Le parole di Bush segnano la fine di quella speranza. Cominciano le lunghe carovane. La gente se ne va con i bambini e le auto piene di roba. Restano i vialoni deserti, i negozi chiusi e il vento carico di sabbia».

E i giornalisti?

«Tutte le televisioni avevano una postazione sul tetto del ministero degli Affari Esteri, uno spazio gigantesco, pieno di luci, telecamere e tende. Centinaia e centinaia di televisioni di tutto il mondo».

Dopo quell’annuncio cambia tutto...

«I colleghi americani dicono che gli Usa avrebbero bombardato con i gas chimici, che non ci sarebbe stata via di fuga e che bisognava andarsene. I media internazionali vanno via, una cosa che ho rivisto dopo in Siria e a Gaza. Ho ancora adesso negli occhi la terrazza che diventa deserta con tutte le cose abbandonate in fretta e furia. I giornalisti occidentali rimasti erano pochissimi, non c’era alcuna televisione occidentale. C’era solo Al Jazeera e dei camioncini di freelance».

Da Roma vi dicono di andare via. Eppure lei, insieme all’operatore Guido Cravero e al tecnico Enrico Bellano, decidete diversamente.

«È stato un momento molto difficile, avevo una bambina piccolissima. Però la presenza dei giornalisti è qualcosa di assolutamente fondamentale, che io rivendico con forza».

Il pomeriggio del 19 marzo del 2003, quando manca una dozzina di ore allo scadere dell’ultimatum, funzionari e impiegati dei ministeri caricano sui camion computer e documenti. Lei è all’Hotel Palestine, sulla sponda opposta del Tigri. Che attrezzatura avevate?

«Attraverso le vie dei contrabbandieri ci eravamo fatti arrivare un sistema satellitare: una parabola grande come un gigantesco ombrello e una specie di valigiona. Avevamo fatto scomporre i pezzi in modo che non fossero riconoscibili. Eravamo gli unici ad averla».

Quando comincia il bombardamento in piena notte, voi trasmettete in esclusiva mondiale la prima esplosione sui palazzi del ministero e del governo. Nelle immagini lei è quasi al buio...

«Avevamo paura ad accendere troppe luci. Volevamo evitare che si accorgessero di noi. Se la polizia segreta ci avesse scoperto, sarebbe stata la fine».

Durante quell’edizione straordinaria notturna del telegiornale, Federica Sciarelli a un certo punto le dice, in diretta, davanti a tutti: “Mettiti al sicuro”...

«Eh certo, la guerra era talmente vicina... ma c’erano delle cose da dire. Avevamo deciso di rimanere e quindi dovevo fare fino in fondo quello per cui era rimasta. Ogni paura andava messa da parte».

Poi l’8 aprile vengono uccisi il giornalista spagnolo José Couso e il cameraman ucraino Taras Protsyuk, dopo l’attacco di un carrarmato statunitense all’Hotel Palestine. Gli Usa dicono che in albergo c’è un cecchino iracheno. Fino ad allora avevate pensato di essere al sicuro. Quale fu la sensazione dopo quelle morti?

«Lì è stato chiaro che eravamo diventati un bersaglio, per una parte e per l’altra. La presenza degli inviati è cruciale e non piace a nessuno, soprattutto in un momento di guerra in cui è molto difficile distinguere tra i buoni e i cattivi. Ma tu sei la voce di chi non ha voce, la voce della popolazione civile che è inerme, delle donne e dei bambini che sono a casa sotto le bombe».

Dopo quelle notti, è mai tornata a Bagdad?

«Ho continuato a raccontare l’Iraq per almeno due o tre anni. Le ferite della guerra non si sono mai rimarginate. Molte delle persone con cui io avevo condiviso quegli anni sono state uccise. Il paese ha subito una forte ondata di integralismo islamico. Niente è stato più come prima».

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