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Farmacie, società, centrali. Ecco gli altri obiettivi violati: “Così ricattano le aziende”

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Alcune operazioni puntano a mostrare la fragilità e convincere cittadini e istituzioni che nessun sistema sia davvero protetto
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L’Italia non finisce al Brennero. Perché se la società che gestisce il tunnel ha deciso di denunciare pubblicamente l’attacco hacker subito, altri soggetti, altrettanto strategici, hanno scelto di tacere. Di risolvere tutto lontano dai riflettori. In almeno due casi, secondo quanto risulta a Repubblica, a grandi aziende italiane sono stati chiesti riscatti di centinaia di migliaia di euro per riavere i propri database. E li hanno ottenuti. Da mesi è una guerra informatica quasi invisibile. Gli hacker entrano nei sistemi, paralizzano le attività, sequestrano i dati. Poi chiedono soldi. Oppure mostrano in rete le proprie incursioni, come trofei, per dimostrare quanto siano vulnerabili le nostre infrastrutture.

La pista che porta a Est

Non è se…

L’Italia non finisce al Brennero. Perché se la società che gestisce il tunnel ha deciso di denunciare pubblicamente l’attacco hacker subito, altri soggetti, altrettanto strategici, hanno scelto di tacere. Di risolvere tutto lontano dai riflettori. In almeno due casi, secondo quanto risulta a Repubblica, a grandi aziende italiane sono stati chiesti riscatti di centinaia di migliaia di euro per riavere i propri database. E li hanno ottenuti. Da mesi è una guerra informatica quasi invisibile. Gli hacker entrano nei sistemi, paralizzano le attività, sequestrano i dati. Poi chiedono soldi. Oppure mostrano in rete le proprie incursioni, come trofei, per dimostrare quanto siano vulnerabili le nostre infrastrutture.

La pista che porta a Est

Non è sempre la stessa mano. Ma la direzione verso la quale guardano gli investigatori è sempre più spesso la stessa: Est. Da lì arrivano alcune delle rivendicazioni più esplicite, quelle degli hacker filorussi di NoName057(16). Altri attacchi non hanno una firma, e attribuirli è molto più difficile. Non significa che dietro ogni intrusione ci sia Mosca. Ma tracce e modalità operative concentrano l’attenzione sull’area russa. Per la prima volta sarebbero comparsi anche elementi concreti da approfondire. E gli accertamenti potrebbero arrivare a un punto in tempi relativamente brevi.

Intanto NoName continua a esibire gli scalpi. Nei messaggi diffusi sui propri canali ha sostenuto di aver violato il sistema di controllo di un’azienda veneta che produce macchinari per l’industria tessile. Non un semplice sito internet: una linea automatizzata, con parametri di lavorazione, password e impostazioni di sicurezza. «Abbiamo effettuato l’accesso. Abbiamo guardato. Abbiamo riscritto le ricette», è la rivendicazione, accompagnata da un racconto beffardo delle modifiche che gli hacker sostengono di aver compiuto. La portata dell’intrusione non è verificata. Ma il messaggio è inequivocabile: possiamo arrivare fino ai comandi delle macchine.

Nel mirino la centrale idroelettrica

Il secondo bersaglio rivendicato è più delicato: una centrale idroelettrica del nord Italia. Gli hacker hanno pubblicato schermate riconducibili a un sistema di controllo industriale Siemens e affermato di poter intervenire sui livelli dell’acqua, sulle turbine, sui generatori e sui comandi di avvio e arresto. «Siamo dentro. L’impianto è sotto controllo». Anche qui la rivendicazione non dimostra da sola che fosse possibile alterare davvero il funzionamento della centrale. Ma la posta in gioco è raggiungere sistemi da cui dipendono servizi essenziali.

Il 29 ottobre NoName ha sostenuto di aver mandato offline siti di organismi della Difesa italiana, a cominciare dall’Agenzia Industrie Difesa. E c’è poi il caso delle farmacie, trasformate in una macabra serie a puntate. Attraverso la compromissione di sistemi di videosorveglianza, gli hacker hanno diffuso immagini riprese all’interno di esercizi italiani: dipendenti dietro i banconi, clienti tra gli scaffali, ingressi, magazzini. «Continua il tour delle farmacie italiane», scrivono. «Nessun punto cieco. Abbiamo già visto tutto». Non occorre spegnere un impianto per intimidire. Basta far sapere a chiunque che può essere osservato, anche in una farmacia.

La strategia della paura

È su questa dimensione psicologica che insiste la lettura della Polizia postale. L’obiettivo di alcune operazioni non è necessariamente il danno immediato, ma l’esibizione della fragilità: convincere cittadini, imprese e istituzioni che nessun sistema sia davvero protetto. Alimentare sfiducia, insicurezza, paura. Non necessariamente esiste una regia unica. Vedono muoversi attori differenti, talvolta senza contatti tra loro: gruppi ideologici, criminali interessati ai riscatti, soggetti che potrebbero cercare effetti di destabilizzazione. E non escludono un’altra motivazione, strettamente economica. Mostrare pubblicamente quanto sia esposta una grande azienda può creare il mercato per chi si offre di proteggerla, anche attraverso consulenze milionarie. È un’ipotesi ma ci sono elementi per poter pensare che sia anche qualcosa di più.

C’è infine una distinzione che nelle indagini viene considerata decisiva. Le mail dei falsi allarmi bomba e gli attacchi contro industrie e infrastrutture non appartengono necessariamente allo stesso fenomeno. Anzi. Per provocare evacuazioni, ritardi, voli scortati dai caccia può bastare una mano leggera: pochi messaggi, competenze modeste, nessuna struttura complessa. Penetrare nei sistemi di un grande gruppo o di un impianto strategico richiede invece preparazione, strumenti e conoscenze. Ed è su questo secondo fronte che si affaccia con maggiore forza il sospetto di interessi di stati esteri. Non è un caso che il procuratore nazionale antiterrorismo, Giovanni Melillo, abbia deciso di coordinare le indagini sull’attacco ai sistemi che gestiscono frigoriferi nei market, che in Italia ha avuto una dozzina di segnalazioni dal Trentino alla Sicilia. A conferma che basta un sistema violato per spargere terrore in un Paese intero.

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