Conclave, i cardinali chiedono tempo. Congregazioni più lunghe, il nome forte ancora non c’è
di Andrea GualtieriCITTA’ DEL VATICANO – Non sono pronti. Il calendario verso il Conclave si fa sempre più corto ma ai cardinali serve ancora tempo per capire chi possa essere il nuovo Papa. «Non siamo arrivati a scoprire ciò che il Signore ha già scelto», ammette l’arcivescovo di Algeri, Jean-Paul Vesco.
L’ingresso nella Cappella Sistina è fissato per mercoledì, la mattina sarà impegnata dalla messa solenne pro eligendo pontifice nella Basilica di San Pietro e alle 16 e 30 inizierà la processione. Oggi invece ci sono le funzioni domenicali, i cardinali vanno a celebrare nelle chiese romane di cui sono titolari o nelle comunità dei loro connazionali. Restano quindi due giorni per discutere nelle Congregazioni generali. E già si è deciso che domani si raddoppierà l’appuntamento: una riunione al mattino e una al pomeriggio. Martedì, probabilmente, accadrà lo stesso.
«Tanti di noi devono ancora parlare», dice un presule sfilando via all’uscita dell’incontro di ieri. Ci sono almeno cinquanta porporati …
CITTA’ DEL VATICANO – Non sono pronti. Il calendario verso il Conclave si fa sempre più corto ma ai cardinali serve ancora tempo per capire chi possa essere il nuovo Papa. «Non siamo arrivati a scoprire ciò che il Signore ha già scelto», ammette l’arcivescovo di Algeri, Jean-Paul Vesco.
L’ingresso nella Cappella Sistina è fissato per mercoledì, la mattina sarà impegnata dalla messa solenne pro eligendo pontifice nella Basilica di San Pietro e alle 16 e 30 inizierà la processione. Oggi invece ci sono le funzioni domenicali, i cardinali vanno a celebrare nelle chiese romane di cui sono titolari o nelle comunità dei loro connazionali. Restano quindi due giorni per discutere nelle Congregazioni generali. E già si è deciso che domani si raddoppierà l’appuntamento: una riunione al mattino e una al pomeriggio. Martedì, probabilmente, accadrà lo stesso.
«Tanti di noi devono ancora parlare», dice un presule sfilando via all’uscita dell’incontro di ieri. Ci sono almeno cinquanta porporati che non hanno mai preso la parola e quasi tutti vogliono intervenire, alcuni si iscrivono anche per replicare agli altri. «È giusto che sia così, dobbiamo confrontarci sul futuro della Chiesa, ognuno deve far sentire la sua testimonianza, portare il proprio contributo», commenta a due passi dal colonnato del Bernini Fernando Filoni, prefetto emerito della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.
È la varietà dell’ecclesia, rivendicano i porporati. Ma è anche la prova che non si è stagliata una personalità capace di rassicurare i due terzi dei 133 elettori.
Alla riunione di ieri ne erano presenti 127, altri due sono già a Roma dai giorni scorsi ma ieri hanno saltato l’incontro. Pulijc, che aveva preoccupato per le sue condizioni di salute, è atterrato da Sarajevo in serata. Ce ne sono due in arrivo in queste ore, un terzo dovrebbe aggiungersi lunedì. L’ultimo avrebbe comunque confermato la sua presenza.
In definitiva, a parte Angelo Becciu che comunque non era conteggiato nei report ufficiali vaticani, gli unici assenti per malattia saranno, come anticipato, il keniano John Njue e lo spagnolo Antonio Canizares Llovera.
In un collegio cardinalizio che mai prima d’ora era stato così ampio e variegato, le diverse tematiche portate in assemblea sono anche un modo per conoscersi. Si sondano le reazioni, si provano a scoprire affinità, intrecciare alleanze. Dopo i primi giorni, nei quali il ghiaccio è stato rotto dagli ultraottantenni, in particolare italiani, si è adesso entrati in una fase in cui cominciano a sentirsi più frequentemente le voci degli elettori.
Ieri, ad esempio, ci sono stati ventisei interventi e sono stati messi sul tavolo i temi forti della predicazione bergogliana: la Chiesa in uscita, la necessità di portare speranza, che poi è la traccia scelta per il giubileo dal Papa argentino. «Certo che pesa il confronto con lui», afferma ancora Vesco, uno che non ha mai nascosto il desiderio di una scelta in continuità.
È stata evocata ampiamente la Evangelii Gaudium, una delle carte fondanti del pensiero di Francesco. In un Conclave nel quale il numero di elettori scelti dall’ultimo pontefice supera l’80 per cento c’era da aspettarselo. Anche se, appunto, sono le sfumature che possono fare la differenza e finire per aggregare o separare.
Portando avanti in assemblea le proprie istanze specifiche, i candidati reali, presunti o inconsapevoli finiscono anche per presentarsi agli altri elettori. È stato così che l’arcivescovo di Buenos Aires, dodici anni fa, ha toccato i cuori dei cardinali che ancora non lo conoscevano.
Il decano Giovanni Battista Re, al quale spetta la moderazione delle Congregazioni generali, ha assicurato dal primo giorno che non limiterà i tempi a nessuno, raccomandando però di contenersi per agevolare gli altri iscritti a parlare.
Da quello che risulta, in questi giorni non tutti l’hanno ascoltato: ci sono stati molti interventi di cinque o sei minuti, altri di dieci. Ma qualcuno si è dilungato fino a venti minuti. «Una conferenza, più che una testimonianza», ha sbuffato un presule sotto la garanzia dell’anonimato. Non proprio un endorsement.
Non sono mancati però gli interventi particolarmente brillanti. E testimonianze toccanti: diversi cardinali sono rimasti impressionati dalle esperienze di cattolicesimo vissute in Africa e in Asia. I voti di quei due continenti, sommati a quelli di Sudamerica e Oceania, raggiungono quasi metà del collegio elettorale.